Il plebiscito del 1866 non è valido. La Life apre una causa civile a Venezia per restituire il Veneto ai veneti

«Il plebiscito del 1866 non è valido»
La Life apre una causa civile a Venezia per restituire il Veneto ai veneti

GIORGIO CECCHETTI
VENEZIA. Gli imprenditori della Life, quelli che si sdraiavano per terra in modo da impedire che la Guardia di finanza entrasse per controllare i conti delle piccole imprese, quelli che hanno sempre dipinto l’ex ministro ed attuale vice Vincenzo Visco con i denti da vampiro succhiasoldi, chiedono al Tribunale di Venezia di annullare o di decretare l’inefficacia addirittura del plebiscito con il quale nel 1866 il Veneto e Mantova dissero sì all’annessione al Regno di Sardegna e, conseguentemente, chiedono che venga cancellato anche il referendum del 1946, quello con cui gli italiani scelsero la Repubblica.
Non è uno scherzo, e neppure una mossa propagandistica: due legali, l’awocato mantovano Marco Della Luna e quello veneziano Luciano Salvato, hanno presentato la documentazione negli uffici giudiziari lagunari e il presidente della prima sezione civile Roberto Zacco, il 9 novembre scorso, ha già tenuto la prima udienza, inviando in seguito una segnalazione alla Procura della Repubblica, in modo che valuti l’esistenza o meno di reati sulla base della documentazione presentata dai due civilisti.
L’obiettivo dichiarato della Life è quello che, alla fine, in base alla Carta dei diritti dell’uomo, venga dichiarata l’indipendenza del popolo veneto e, proprio per questo, credono poco alla terzietà dei giudici che dovranno decidere, «visto che hanno giurato sulla Costituzione della Repubblica non possono stare che dalla sua parte», precisa l’awocato Della Luna.
I documenti che hanno presentato hanno un notevole spessore storico e alcune affermazioni non sono certo gratuite. Per quanto riguarda il Plebiscito, la votazione che permise al Veneto e a Mantova di unirsi al neonato regno d’Italia dopo la 38 guerra d’indipendenza, i due legali sostengono che i quadrunviri che cedettero il possesso del territorio ai Savoia non avevano alcuna legittimità per farlo. Inoltre, citando documenti e testimonianze, affermano che in quel referendum i brogli non si contarono per stessa ammissione di chi li organizzò.
Vengono citati la partecipazione al voto delle truppe sabaude presenti nel Veneto e le dichiarazioni del capo della Polizia di Camillo Senso di Cavour, il quale a fine carriera raccontò che le schede non utilizzate e non votate «vennero gettate nelle ume in senso sabaudo». Infine, per quanto riguarda il referendum grazie al quale al popolo italiano, dopo l’ultima guerra, venne data la possibilità di scegliere tra monarchia e repubblica, oltre a parlare di brogli, i due awocati scrivono che il decreto istitutivo prevedeva anche il voto dei cittadini di Venezia Giulia e Dalmazia, dove invece non furono allestiti i seggi e dove, quindi, nessuno potè votare. «Naturalmente fu una scelta presa a tavolino – sostiene l’awocato Della Luna – perchè erano consepevoli che altrimenti la repubblica avrebbe perso».
Analogo contenzioso è in atto da parte della Associazione Culturale “Amici della Storia e della Giustizia” di Venezia (quelli del processo a Napoleone), con gli avvocati Renzo Fogliata, Ivone Cacciavillani, Alessio Morosin e altri, i quali hanno portato gli atti di fronte alla Corte di Giustizia Europea a Strasburgo

da “la Nuova di Venezia”

(http://www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=3869)

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