Ridicoli e disperai?

Pa no diventar cusì anca naltri come che Blondet descrive xe ciapada Milan, dovemo movarse subito.

I efeti del degrado se vede ben par chi che vol vedarli anca in Venetia, pensemo par exenpio ala situasion de Padova o de Bresa.

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2506¶metro=politica

Nord ridicolo e disperato

Maurizio Blondet, 18/12/2007

Una tipica veduta di Milano, «la grande città»…«Se un nemico ci invadesse, e la mattina trovassimo i suoi carri armati agli incroci, sa cosa faremmo noi? Andremmo a lavorare come ogni giorno», mi dice l’amico bresciano che mi accompagna ad una piccola conferenza. Frase che contiene l’identità di questa provincia ex-ricca, e una doppia esasperazione: per l’etica del lavoro tradita, e per la passività lombarda di fronte alla «legalità». Erano due virtù, e non lo sono più. Rispondere alle difficoltà sgobbando più intensamente (come si è sempre fatto in questa zona, passando dalle armi artigianali alle rubinetterie e a chissà cos’altro, andando a cercarsi i clienti fino in Cina con la valigetta del campionario) non funziona più: tartassati, impoveriscono senza speranza. Quanto all’adesione alla legge, che dire? Le persone con cui parlo ora invidiano quei quartieri di Napoli dove, quando la Polizia entra per arrestare un pregiudicato, la gente scende dalle case e difende il camorrista in massa. «Dovremmo fare anche noi così», mi dicono. Non c’è male, per gente che ha votato Lega e Forza Italia, invidiare i «terroni» peggiori. La virtù dell’essere ligi alla legalità, che facilitava la vita produttiva al nord, ha condotto alla perdita della solidarietà di vicinato, all’atomizzazione sociale. Ed ora che la legalità è sopruso e spoliazione, questi lombardi si scoprono disarmati. «Una sola cosa può ancora far scendere in piazza la gente: il calcio», dice l’amico, con disgusto. Non sto esagerando. Tutti mi parlano di una situazione economica che sta precipitando da un mese all’altro, con velocità impressionante. Consumi che si riducono a zero, negozi vuoti sotto Natale, e tuttavia prezzi altissimi, rincari di tutto. Nel commercio, mi dicono, sopravvive chi ha il negozio di proprietà. Ma chi paga l’affitto – 30 mila euro l’anno, in una cittadina – non ce la fa e chiude. Nei depositi bancari ci sono ancora soldi, le banche locali ne sono intasate: non ci sono possibilità d’investimento. Per cui ciascuno teme, anzi ha la certezza, che quella riserva personale per la recessione che avanza gli sarà in qualche modo rubata, dalle banche ammanicate coi politici (anzi governate dai politici attraverso le fondazioni), o dal fisco di Visco. Un senso d’impotenza, forse per la prima volta. Il governo Prodi – Visco-Padoa Schioppa è riuscito a strangolare questa gallina delle uova d’oro, una delle province esportatrici e micro-industriali, ora – dissanguate dalle tasse e dai rincari convergenti – non sa più che fare. Peggio: ha la certezza che, se andrà su il cosiddetto centro-destra, non farà nulla di meglio. Berlusconi e la sua assenza di programma suscitano dispetto. Le sparate di Bossi, fra gli stessi leghisti che incontro esasperazione e sbuffi. «Minaccia e non fa, non sa fare niente. Quando si decide a ritirarsi?». Non ci si sente più difesi da nessuno. Nessuno che ti rappresenti e ti organizzi. Mutui variabili che inizialmente erano pari a 700 euro mensili, sono saliti a 1.035: anche se si lavora in due non si va avanti. La banca ha già proposto la soluzione: prolungare il prestito a 50 anni, ora la famiglia sta in una casa che non è sua ma della banca, pagando di fatto un affitto agli usurai legali. Sono tornato a Milano dopo due mesi d’assenza, e il suo degrado (che mi sarebbe passato inosservato se ci avessi vissuto ogni giorno) salta immediatamente agli occhi. Anche qui rapidissimo. Cerco una profumeria vicino alla Stazione Centrale, un grosso negozio che faceva sconti, per il regalo natalizio. La profumeria non c’è più, ora c’è un emporio cinese che vende quel po’ di tutto alla cinese, carabattole ed alimentari in scatola, bambole e piccola elettronica da quattro soldi. Provo a fare due passi lungo via Ponte Seveso, via popolare e vivace due mesi orsono. In cinquecento metri, conto quattro negozi etnici che vendono tutti le stesse cose, un paio di macellerie islamiche, tre botteghe dove si vendono telefonini usati ed aggiustati (gestione etnica), tre o quattro negozietti di quelli dove vanno gli immigrati per telefonare in Etiopia o in Pakistan, nove o dieci parrucchieri per signora (a due passi l’uno dall’altro: la liberalizzazione di Bersani) tutti con le vetrine buie o poco illuminate. E una quantità di negozi sprangati, con la scritta «Affittasi» sulla saracinesca abbassata. Chiuso anche un enorme spazio dove c’era un ristorante: «Affittansi 9.500 metri quadri». In più, ho una strana sensazione: che nessuno degli esercizi aperti si sforzi in qualche modo di vendere, di attrarre il cliente offrendo un qualche servizio o merce utile. Come dicessero: se volete, vi diamo questo, altrimenti chi se ne frega. A chi venderanno, i quattro negozioni etnici ravvicinati, che espongono gli stessi sacchi di couscous e latte di cocco in scatola, o portachiavi con i led lampeggianti? Ad altri cinesi, pachistani, cingalesi? Ma non vedo la clientela. Forse ai cinesi non interessa vendere nulla, i loro cespiti sono altri. Prego notare. Ponte Seveso, nonostante il suo squallore, è di fatto quasi centrale. Là dove finisce, si erge il gigantesco decrepito Hotel Gallia, dove le stanze vanno a 500 euro per notte. Il ricco straniero che vi alloggiasse (quelli della moda), se volesse fare una passeggiata, non avrebbe attorno che il suk cino-pakistano, qualche losco affittacamere, i muri grigi e sporchi di casoni invecchiati male, e la desolata espansione della piazza della stazione, pericolosa da attraversare, bivacco di zingaro borsaioli, mendicanti cattivi e di ubriaconi di varie lingue. Grazie sindaco Moratti. Grazie ex sindaco Albertini. Grazie Formigoni. Vi avevamo votato: ah, finalmente degli imprenditori al potere, finalmente l’efficienza, finalmente il «meno Stato più mercato»! Gli faranno vedere, a Roma ladrona, come sanno rifare Milano per adeguarla ai suoi nuovi destini, la Moda, il pret-à-porter, il «terziario avanzato»! Non c’è niente da inventare in fondo. Detroit, città dell’auto, da montagna di ruggine e fabbriche dismesse è diventata la città dei congressi, tutta un giardino, ritrovi, e alberghi chic per ogni tasca. Ma quale imprenditori siete, voi. Esponenti di una borghesia compradora alle spalle di un capocomico da avanspettacolo-Mediaset, il nuovo cinema Smeraldo. Quale efficienza, facciamo il piacere. Quale «meno Stato e più privato», la Lombardia è «meno Stato e più Regione», che è anche peggio. Per adeguare Milano alla moda, come «biutification», Albertini ha fatto installare in piazza Cadorna – solo chi lo vede può crederci – un titanico ago da sartoria altro quattro metri, con un filo di 40 centimetri di diametro che scorre per la piazza, opera «trasgressiva» di non so quale artista tedesco post-modern. Tutto lì, per segnalare che Milano-vende-moda. Piazza Cadorna è il luogo dove si prende l’unico treno per Malpensa. Il famoso «hub» è collegato solo da un treno locale, non dalle ferrovie nazionali: persino a scartamento diverso, perché le Ferrovie Nord (locali) escogitarono a loro tempo questo trucchetto per non farsi inglobare mai dalle FS. E poi ci si lamenta che «Malpensa non decolla» e Air France non sa che farsene: pista nella brughiera desolata, collegata a nulla, se hai due valige la puoi raggiungere solo in taxi a 100-150 euro. La Moratti, ora, ha instaurato il pedaggio punitivo per le auto: entro la cerchia dei bastioni, o si paga il ticket o multe astronomiche. Anti-inquinamento, così i ricconi di via dei Giardini staranno meglio, tutta ecologia. Tutte le città «avanzate» hanno adottato il ticket… Sì, ma hanno anche i parcheggi sul limitare della zona, qui niente, la Moratti compradora, e i suoi consulenti a 200 mila euro l’anno, sono in grado di pensare a come punire, ma non a come servire la città. Come Visco, uguale. Grazie però: ci avete tolto l’illusione che gli imprenditori-al-governo siano in qualche modo competenti. Ci servirà, ora sta per proporsi Montezemolo, sappiamo come regolarci. Non è finita. Incontro una collega giornalista. E’ agitata: suo figlio, 12 anni, è stato rapinato due ore fa. «Sei ragazzini l’hanno circondato e gli hanno fatto consegnare l’Ipod, l’orologio e i soldi che aveva in tasca. Uno aveva un coltello». Dov’è successo? «All’uscita del metrò di Montenapo». Via Montenapoleone, signora-compradora: la pupilla dei suoi occhi, la mitica via del fashion, del «buon gusto» miliardario. Zona pedonale, ecologica, qualità della vita. Bulletti tredicenni ci possono rapinare un dodicenne. E filarsela impuniti. E i passanti? «O non si sono accorti o hanno fatto finta di non accorgersene», risponde la collega. Eh sì, come li riconosco i milanesi! Anche un carro armato nemico, piazzato tra Montenapo e via Manzoni, farebbero finta di non vederlo. Ci pensi il governo, io devo andare a «laurà». Ci pensi la polizia. Ligi alle regole, sicuri che le leggi esistano ancora. Ma la polizia non c’è, cari milanesi: è occupata a fare le scorte ai politici, ai giudici. E’ paralizzata, terrorizzata dai magistrati sempre pronti a sparargli contro una denuncia se trattano un ladro con qualche strattone: maltrattamenti, violenza, abuso di potere. Ma non vedete che i nostri agenti, poveretti, non riescono a risolvere nemmeno omicidi con un unico colpevole evidente, come a Garlasco o a Cogne, o estemporanei e facili come quello di Perugia? Non vedete quel ridicolo via vai di «scientifica» in tuta bianca che raccoglie DNA, che esamina computer, e torna a rifarlo e rifarlo, ridicolmente? Dovreste aver capito perché: perché è il magistrato che conduce le indagini, con la sua laurea in legge, e pretende di fare lui il poliziotto. Il magistrato sorveglia soprattutto una cosa: che al maresciallo non scappi uno schiaffone alla studentessa stronza che accumula menzogne, al negretto losco che si rimangia le precedenti deposizioni. Non più le domande a tu per tu in guardina di notte, con la faccia cattiva; non più contatti con confidenti pagati. Tutto ciò è «illegale». Le prove devono essere scientifiche: allora giù col luminol, con le fluorescenze per rivelare «liquidi organici», coi tecnici che leggono gli hard disk cancellati, con tutti i ritrovati costosissimi… è il giudice poliziotto-dilettante che lo pretende, la «legalità» prima di tutto. Il giudice che libera il pregiudicato già mille volte arrestato. Il poliziotto non può far nulla di testa sua, non di suo naso e istinto. A Perugia, i poliziotti hanno auto con 300 mila chilometri sul gobbo, è un miracolo che viaggino ancora. Mica gli danno le autobù fiammanti, quelle servono a Mastella, a Visco, a Prodi e signore. No, milanesi, la polizia non c’è. Per voi, non c’è più. Dovreste imparare a difendervi. C’è stato un tempo in cui lo sapevate: un furtarello di strada avrebbe suscitato l’inseguimento di passanti volonterosi, pronti a dare una mano. Ora no. Posso capire i vostri perché: si va solo nei guai. Metti che il ladro sia armato anche solo di coltello, e se va bene ti rovina il Burberry’s di Montenapo. Metti che sia uno zingaro o un negro, e se lo afferri cadi nel politicamente scorretto, e il giudice ti condanna per violenza privata, maltrattamento di minore, odio razziale. E omofobia. Il figlio rapinato della amica giornalista è arrivato a casa a piedi. «Non potevi telefonare?», gli ha chiesto la madre. «Non ho osato chiedere il telefonino a qualcuno, ho avuto paura che prendesse per rapinatore me». Ecco il piccolo milanese già ligio, rispettoso dell’anonimato, del diritto altrui a non darti più una mano, del dovere di sentirsi atomo fra estranei. E’ la nuova legalità, e noi lombardi le obbediamo fino al suicidio. Sto per prendere la decisione: vendere il mio bilocale a Niguarda, addio Moratti, addio Formigoni, addio ai vostri balzelli, multe, punizioni disciplinari. Ma vedo che un tizio sta applicando un nuovo cartello davanti al portone di casa mia: «Vendesi bilocale…». Ce ne sono già quattro, di cartelli. Il tizio è un agente immobiliare tipo Tecnocasa o Pirelli Re, lo riconosco dall’uniforme del mestiere, il completo nero, camicia bianca e cravatta scura; è l’imitazione del bocconiano impegnato nel terziario avanzato, aria fiduciosa, sorriso commerciale. Gli chiedo: «Cosa succede? Se ne vanno via tutti?». «No, è che le offerte si accumulano. Nessuno compra. Un appartamento che qualche mese fa vendevano in due settimane, ora è ancora invenduto dopo tre mesi». I prezzi calano? «No, è questo il problema», risponde l’imitazione bocconiana: «I proprietari chiedono ancora i prezzi del boom, gli aspiranti compratori offrono meno. Magari calassero, il mercato comincerebbe a muoversi di nuovo». Per un attimo sono tentato di dargli una mano, a lui e al famoso mercato: venda anche il mio, e sul cartello ci scriva «Affarone! 10% in meno». Vero è che un giorno tutti i proprietari dovranno rassegnarsi a fare questo sconto, e tanto varrebbe farlo subito. E’ ineluttabile. Ma dovrebbe calare tutto del 10%: i prezzi alla COOP, il caffè a 0.90 (mille e ottocento lire!), gli emolumenti della dirigenza pubblica, le multe stradali Moratti, le tasse con punizione per violata raccolta diversificata… Quelle no, non diminuiranno mai. E allora restiamo duri a chiedere troppo per quel che non vale più come ieri. E’ esattamente così che si sta paralizzando l’economia, a Milano, dove tutto è troppo caro per fare sconti. E poi guardo il tizio in abito da pompe funebri ma con sorriso commerciale. Lui chiede anche il 5% sulla transazione: su un appartamento da 200 mila, vuol dire che si screma 10 mila euro. Non è poco. Cosa fa per guadagnarselo? «Ha una strategia per andare a caccia di compratori di questi tempi?». «Strategia? E’ questa. Metto questo cartello…». Lui appiccica il cartello «Vendesi» e poi aspetta nel suo ufficetto che arrivi qualche voglioso di farsi fottere 10 mila euro, perché lui ha fornito il «servizio», la «mediazione». Altre idee non gli vengono. Che creatività, nel terziario avanzato, che spirito imprenditoriale! Come dice Napolitano, che «animal spirits!». E’ già come i cinesi nel negozio di Ponte Seveso: ecco le nostre carabattole, se non le volete me ne infischio. La «città del fare» non sa più cosa fare.

Maurizio Blondet

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