ESPRESSIONE E COLONIALISMO

Le unificazioni nazionali del 1800 hanno trasformato parecchi Stati in regioni. Si pensi alla Germania. Esistevano parecchi Principati, Regni e Città Anseatiche, che ora sono diventati Länder seppure in un efficace assetto federale. La Baviera ha conservato la denominazione di “Libero Stato”. Le Città Anseatiche conservano in parte solo un accenno della loro autonomia nelle targhe automobilistiche.

In Italia i vari Regni e Granducati preunitari furono fusi nello Stato sabaudo con “criteri più conformi all’interesse immediato monarchico che all’esigenza democratica”, come sostenne L. Salvatorelli nel 1945. Le loro grandi Capitali sono diventate Prefetture. Secondo il dizionario la Prefettura era una semplice provincia dell’Impero romano oppure una circoscrizione ai tempi di Costantino.
Le unificazioni tedesca e italiana sono realtà differenti. La prima consente ampio margine socio-culturale e amministrativo alle comunità locali. La seconda evidenzia un centripetismo accentuato. Una affinità si riscontra tuttavia, purtroppo di segno negativo, nelle rispettive strutture verbali. Sia il tedesco che il veneto non hanno il passato remoto dei verbi. Occorre precisare subito che l’unificazione nazionale qui non c’entra affatto, perché le cause vanno cercate molto lontano.

Le terre dei Veneti e la Germania rientrarono nel programma di conquista romano. Il nuovo regime, come tutti i colonialismi, mirava allo sfruttamento dei territori occupati. Un proverbio dice infatti che il potere perde il lupo ma non il vizio, o qualcosa del genere. Il bottino era costituito da beni materiali e soprattutto da schiavi.
La mentalità capitolina che auspicava sempre nuove conquiste, è facile da intuire. Una autorevole formulazione giunge da Virgilio, incensiere dell’Impero. Nell’Eneide si legge: ”Tu regere imperio, Romane, memento/ (haec tibi erunt artes) pacique imponere morem/ parcere subiectis et debellare superbos = La missione di Roma è quella di debellare le genti, di risparmiare i sottomessi, di debellare chi si ribella”. Tra i superbi c’erano naturalmente i popoli chiamati “barbari”, verso i quali c’era uno spiccato complesso di superiorità soprattutto intellettuale. Una superiorità non giustificata secondo Alano di Lilla (fine XII sec.), il quale assicurava: La latinità è povera = Quia latinitas penuriosa est”.

Quale passato potevano mai avere i popoli che rientravano in quest’ottica? Nessun passato sebbene, o meglio, proprio perché la memoria è parte integrante della cultura.! Le radici profonde, quelle che secondo Tolkien non gelano, dovevano sparire dallo scenario spirituale dei colonizzati. Anche i Maia usavano, per la verità, mozzare le mani agli storici nemici affinché rimanessero sconosciute le origini dei loro popoli.- La lingua è il più sensibile sismografo degli eventi umani e nelle parlate veneta e germanica è sparito il passato remoto. I semplici imperfetto e passato prossimo, più contigui alla quotidianità, sopravvissero invece. Quando manca l’intera libertà di parola, vuol dire che manca la dignità umana, ha affermato il Premio Nobel Orhan Pamuk.
Si potrà osservare che dall’esortazione virgiliana (allora certamente commissionata dall’Impero) è ormai passato molto tempo. È vero, ma la riaffermazione di certi principi nel tempo non ha giovato per una eventuale rinascita linguistica. Ancora in data 2 marzo 1934 fu indetta a Roma una riunione governativa per “potenziare sempre più la coscienza imperiale della Nazione”. Un comportamento che sembra stregare, anche oggi, la politica italiana, per usare le parole di P.L. Battista riportate dal Corriere della Sera del 29 settembre 2007.
Anche da allora molte cose dovrebbero essere cambiate. Ma come commentare la trasmissione TV1 del 29 aprile 2005, in cui si sosteneva:”Ci sono molte zucchine sul mercato, ma siete sicuri che siano tutte italiane?”.- Sarà un caso, ma questo non è un indice di cambiamento di rotta. Si tratta se mai di insistenza. Due coincidenze fanno un indizio, scrisse Agata Christie.

L’assenza del participio passato potrebbe non essere l’unico danno provocato al linguaggio da lontani eventi colonialistici. Se ai sottoposti fu interdetto il ricordo del passato, la medesima cosa  dovrebbe essere accaduta per il futuro. L’unico avvenire doveva essere quello dell’Impero e non quello di gente sottomessa. A quest’ultima, se mai, sarebbe stato concesso il colpevole piacere della soggezione e del silenzio che conserva la memoria delle parole. Ebbene, il tempo futuro non esiste in tedesco come singola forma verbale. Bisogna ricorrere a un verbo ausiliare che significa “divenire”. Si possono perciò immaginare le difficoltà sintattiche nella formazione delle proposizioni secondarie con verbi modali e  forme passive, che necessitano dello stesso termine.
Nella parlata veneta esiste, per la verità, una larvata forma di futuro. Ma si tratta più che altro di un prestito strutturale. Più corretto sarebbe l’uso di un verbo che esprime un’azione in fase di compimento (mi sòn drìo de ‘ndàr =  Sto muovendomi per andare).
Si potrà pensare che, forse, anche nel paleoveneto mancassero già i significati di passato remoto e futuro. In tal caso il colonialismo non avrebbe provocato alcun danno linguistico. Nel paleoveneto sono invece soventi i concetti di passato e di futuro, come recenti studi hanno dimostrato. È un argomento difficile, ma si può citare un esempio. Un celebre reperto paleoveneto conservato a Oderzo contiene i termini “podzros” e “huaios”, che significano “guarderai”e “sentirai”. In uno dei famosi elmi di Negovia si leggono inoltre le parole di non facile etimologia “hari” e vaijul”, che stanno per “battè” e “cacciò”. Futuro e passato remoto esistevano. Se ora non ci sono più, qualcosa deve pur essere accaduto.

La conclusione logica appare quindi che quando una parte del discorso cade in plurisecolare disuso, non è generalmente più recuperabile. La sommersione infatti affoga. Dal complesso di ragionamenti e deduzioni, che gli avvocati usano chiamare “castello indiziario”, questo sembra l’unico esito: anche il miglior radicchio diventa fieno se rimane ad appassire nel cesto.

Nerio  de  Carlo

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