I professori del Sud

Scrivere un articolo dal titolo i “professori del Sud” mi fa venire in mente una canzone della mia giovinezza, che parlava delle “ragazze dell’Est”. Sono quelle categorie prive di senso che ogni tanto vengono elogiate o più spesso insultate, a seconda della convenienza del momento. Sono prive di senso perché il mondo è fatto prima di tutto da individui, ed i concetti collettivi (se riferiti a gruppi di individui legati da generici vincoli, geografici o “etnici”) sono vaghi e tanto più sfocati, quanto più abbracciano categorie ampie: gli “Italiani” sono “brava gente”, i Tedeschi sono “cattivi”, gli Inglesi “snob”. E’ bene chiarire che il PNV non ha nessun risentimento verso alcun gruppo o alcuna regione, del Sud, del Nord, del mondo. E non si riconosce negli insulti che leader di altri gruppi politici – distanti nelle mire e nella qualità dei membri dal nostro – ogni tanto a casaccio spediscono ad un mittente vago e alla fine inesistente. Nel caso di specie, poi, se in ITA vi sono, e vi sono stati docenti di ogni ordine e grado immensamente devoti e legati al proprio lavoro, eredi di una cultura classica di cui sempre sono stati orgogliosi, ebbene tali docenti si possono trovare assai spesso proprio nella generica categoria dei “professori del Sud”.

Se mai, ad alcune scuole di pensiero che fioriscono a Napoli, si può fare un’accusa diversa: nel loro culto dello storicismo, da Hegel a Croce e grazie a quest’ultimo soprattutto, si sono imbevuti di un fanatico, quasi, culto dello Stato, e di ITA, purtroppo. Così, un numero di eccellenti filosofi, da Tessitore in poi, e storici, Galasso in primis, si sono fatti alfieri e difensori di tutta la paccottiglia italica, dal risorgimento alla “grande” guerra, dalla costituzione alla bandiera, e via così. Non rendendosi conto che il Sud cui appartengono è in mano alla camorra e ai piedi della miseria proprio perché esiste lo Stato ITA, e che senza di esso le cose andrebbero sicuramente meglio: dal momento che prima la Cassa, ora la Banca (!) del Mezzogiorno sono le grandi fonti di sostentamento di tutta la malavita locale. Gli aiuti pubblici drogano l’economia dei “paesi in via di sviluppo”, si sa, e quindi anche del Mezzogiorno, alimentano i capibanda siano essi del Niger o della Campania, impedendo proprio quel processo di crescita che alcuni credono siano state create per favorire. Vedo questo storicismo esasperato in un’opera che in questi giorni vado leggendo per diletto, Vero Fatto, di Maurizio Martirano, ottimo studioso della scuola che ho appena menzionato. Senza ITA, senza la violenza sabauda e garibaldina, il Regno delle due Sicilie si sarebbe avviato ad essere quella “Svizzera del Mediterraneo” di cui alcuni studiosi hanno individuato la potenziale portata. Certo, questa critica si può recare ad alcune scuole di pensiero egemoni nel Sud, ma rispettando la loro profondità e la grande erudizione dei loro rappresentanti. Ma si tratta ovviamente di una critica un tantino più sofisticata (ma va senza dirlo) rispetto all’insulto ai “professori del Sud”, che forse avranno bocciato il figlio del Bossi, destinato a succedere, pare, al padre, nella dinastia padanica. Se un giorno ritornasse una nuova versione, democratica, dello stato una volta chiamato Regno delle due Sicilie, il Sud fiorirebbe, letteralmente, e crescerebbe certo più in fretta rispetto allo stesso Nord. Eppure, alfieri così ostinati del senso dello Stato, vestali castissime di ITA, albergano in quelle prestigiose ed antiche università, e questo non giova.

Il vero non è il fatto, perché altrimenti dovremmo concedere una quota di verità, anche morale, alla miseria di città intiere in mano alla criminalità organizzata. Il vero è l’ideale morale, prima che politico, cui tendere. La verità è che ora come ora viviamo il falso, e nel falso. La verità verrà ripristinata quando i popoli aggiogati e soffocati in ITA torneranno liberi, e in grado di autodeterminarsi. Il tutto è il falso, e non il vero. O quasi. E questa critica a Hegel la faceva non un libertario, ma il mio lontano maestro marxista, T. W. Adorno.

Paolo Bernardini

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