L’insostenibile leggerezza della Storia. 1866, Venetia Groenlandia e oltre

Il mondo va in una direzione nuova, di cui è bene rendersi conto, prima che la storia ci sommerga ancora una volta, lasciando solo pochi fortunati a galla. Il mondo va verso la creazione di piccoli Stati indipendenti, che scelgono questa strada anche se non necessariamente porterà, almeno nell’immediato, maggior ricchezza e benessere. La Bolivia della “nación Camba”, nella ricca provincia di Santa Cruz, vuol distaccarsi da uno Stato centralistico e accentratore, con un presidente emulo di un emulo, emulo di Chávez a proprio volta emulo di Fidel Castro, in una singolare e sinistra catena di San Giuseppe (Stalin). Qui la prosperità maggiore sembra assicurata, in caso di indipendenza. Ma che dire della Groenlandia che presto si separerà dalla Danimarca, la quale in questo modo perderà nientemeno che il 98% del proprio territorio? Anche tra i deserti di ghiaccio del Nord estremo fischiano venti di indipendenza. Eppure si tratta di un luogo che necessita di provvigioni costanti di materie prime per ora senza il peso dell’imposta doganale, in breve, ha una certa necessità di uno Stato che economicamente sostenga un’immensa piana gelata. Salvo però, anche, sfruttarne le altrettanto immense riserve naturali. E allora, se gli eschimesi vogliono l’indipendenza, sanno anche bene che se non nell’immediato, sul medio termine essa porterà ad una maggiore ricchezza. E la Venetia? Le voci che chiedono l’indipendenza si moltiplicano. Ma è bene chiarirne le dinamiche. Non si tratta semplicemente di riportare indietro l’orologio della Storia. Un esempio chiarisce bene il punto. Poniamo che gli storici filorisorgimentali abbiano ragione – cosa che come storico non credo, personalmente, ma potrei sbagliarmi –, e che tutte le centinaia di migliaia di cittadini della Venetia abbiano davvero votato toto corde a favore dell’annessione al Regno con il plebiscito del 1866. Le considerazioni sono due. Immediatamente, si aprì nel parlamento sabaudo una “questione veneta”, come testimoniano diecine di scritti e interventi. E si aprirono al contempo le porte dell’emigrazione per migliaia e poi milioni, quasi a mostrare che se tale scelta fu fatta in buona fede e davvero, essa non arrecò nessun beneficio immediato, o sul medio termine. Ma, e questo è assai più importante, il legame di una popolazione con uno Stato non è necessariamente immortale e sacro. Sono passate cinque generazioni e oltre, e la decisione dei nostri antenati – posto che abbiano preso quella – non può né deve gettare un cono d’ombra sugli abitanti della Venetia di oggi, non deve pesare come un fardello ineliminabile. La nazione nasce con un “plebiscito di tutti i giorni” diceva il grande Renan due secoli fa. In questo momento, è ampiamente compromesso il patto tra cittadini (veneti) e Stato (italiano), anche qualora fosse stato siglato davvero dal plebiscito del 1866. Sono mutate le condizioni, le epoche, la Storia. Chiaramente notevoli sarebbero, da subito, i benefici materiali e morali dallo scioglimento di tale patto, indipendentemente dal consenso che esso ebbe nel 1866. I morti da sempre condizionano troppo i vivi, nel bene e nel male. Ma dei vivi e del destino delle generazioni future ora si tratta. Vi fu certamente un patto tacito che legò i cittadini della Serenissima al proprio governo per 11 secoli, ma anche questa storia va vista nella giusta luce. Ché l’antico regime non prevedeva la partecipazione politica delle masse, meno che mai in una repubblica oligarchica, retta, saggiamente certo, ma da una ristretta élite. Ora il mondo prevede la partecipazione del popolo al proprio governo, e se la prevede deve anche, nel bene e nel male, assecondarne i desideri. E un desiderio di libertà, dai vecchi Stati ottocenteschi inadeguati alle necessità e alle aspirazioni degli uomini d’oggi, agita il mondo. Con Don Giovanni, democratico giacobino o nobile in vena di sprezzatura e ironia, cantiamo, davvero, ora, “W la libertà”.

Paolo Bernardini
Presidente nasional PNV

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