Approvato il piano di salvataggio per la finanza USA

La crisi finanziaria americana arriva a un epilogo con il piano di salvataggio approvato. Tuttavia invocando maggiori controlli e denunciando corruzione, nessuno sembra guardare alla vera causa che ha generato il problema.

Raggiunto nel pomeriggio di oggi, ora di Washington, un accordo che verrà presentato domani a il voto del Congresso per il piano di salvataggio della finanza USA. L’accordo, si dichiara ai giornalisti, prevede che non cadrà sui pagatasse americani e si realizza in uno stanziamento di 700 miliardi di dollari di cui 200 subito disponibili al ministero delle finanze, per acquistare i titoli su debiti a rischio per poi rivenderli quando il mercato si sarà stabilizzato.

L’importo si aggiunge agli altri circa 1300 miliardi di dollari già stanziati in varie piccole parti per nazionalizzazioni e salvataggi vari già fatti, portando il totale a circa 2000 miliardi di dollari, pari a circa il 15% del PIL USA. Il piano si era fatto attendere e aveva lasciato con il fiato sospeso l’intero sistema finanziario mondiale, dove in Europa fa vacillare Fortis, ed ha spinto l’oro Venerdi a raggiungere quota 920 $ all’oncia.

I due candidati alla presidenza USA nel confronto tv, sollecitati ben quattro volte a dare risposte sulle scelte di salvataggio hanno ovviamente glissato al cuore della domanda, ma la cosa sorprendente è stata che se da una parte il senatore Obama ha sostenuto l’idea della necessità di supportare l’acquisto della casa e di altri beni degli americani mediante aiuti, addebitando le cause del problema non alla scelta dissennata di finanziare allo scoperto i cittadini americani obligando le banche a farlo per mere ragioni di politica corretta, ma puntando il dito contro la eccessiva libertà degli operatori del mercato finanziario; il senatore McCain vi ha replicato concordando sulla carenza di controlli ed denunciato che la spesa eccessiva ha prodotto corruzione, dicendo che ci sono indagini in corso e persone sono finite in prigione.

Questo indica un fatto molto grave. Ci dice che la piaga della gestione centralizzata di enormi somme si è macchiata del prevedibile male della corruzione, e sappiamo che l’ingerenza politica ha favorito questo stato di cose. Proprio quelle politiche di assistenzialismo che ora vengono rattoppate con un intervento pubblico massiccio senza precedenti nella storia americana, e che forse ricorda vagamente la Repubblica di Weimer.

Il piano approntato infatti, assorbendo il debito privato e quello da esso derivato sulle assicurazioni del credito, sembrerebbe accentrare nello stato federale questa massa debitoria per poi rilasciarla nel tempo, fungendo da polmone. Certamente una trovata che resterà nella storia.

Gli interrogativi però sono moltissimi. Ci si può per esempio chiedere fino a quando questo debito resterà nelle mani dello stato federale, e come influirà sul suo bilancio, inoltre nel momento in cui sarà effettivamente emessa la moneta si produrrà un effetto inflattivo stimabile in circa il 4,7% per solo questa operazione, valore quindi da sommare all’inflazione già in atto. In realtà questo importo cadrà sulle spalle dei pagatori di tasse perchè è improbabile che lo stato federale riesca a rivendere abbastanza in fretta questa massa di crediti. E un dubbio potrebbe sorgere leggittimo: come lo statalismo si è già impossessato una volta del sistema finanziario, fagocitandolo, forzando distorsioni di mercato, chi ci dice che domani le fauci affamate di questo statalismo non decida di trattenere il boccone?

Claudio G.

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