Cartoline dalla Venetia libera. II. La Chiesa di San Geminiano a Venezia

Cartoline dalla Venetia libera. II. La Chiesa di San Geminiano a Venezia

Questa è una cartolina che per ora non posso inviare. Ché la bellissima chiesa opera del Sansovino venne distrutta per volontà di Napoleone nel 1807. Questi vergognosi accadimenti non siamo gli unici certo a denunciarli, repetita iuvant, tuttavia. E vediamo ad esempio come il 19 gennaio del 2006 nel sito dell’AIDA, Associazione Internazionale del Diritto e dell’Arte, veniva commentata la presenza napoleonica a Venezia:

Venezia, 19 gennaio 2006. Qualcuno ha proposto di dichiarare il 19 gennaio “Giornata di Lutto” per Venezia. E ve ne sarebbe motivo: quel giorno, esattamente 200 anni fa tornava a Venezia Napoleone. Il Bonaparte, ormai consolidato il suo potere ed assurto a primo Imperatore “repubblicano” della storia, non avendo più tra i piedi gli Asburgo, ha potuto far man bassa della città, dei suoi tesori e dei suoi abitanti. Sconvolgendola, sventrandola. Abbattendo interi quartieri, chiese, palazzi, realizzando nuove strade come la Via Eugenia (la via Garibaldi di oggi). Giusto come oggi, iniziò a demolire la chiesa di San Geminiano del Sansovino che fronteggiava la Basilica marciana per farsi un salone da ballo. Eliminò gli antichi magazzini sul Bacino per realizzare il “suo” palazzo reale e i suoi giardinetti. Troppo lunga – e gravissima – la serie di efferatezze di cui l’ex caporale corso si rese responsabile per poter essere dimenticata. Eppure, in questa città che ha inventato il concetto neoborghese di “decoro”, e che è viceversa ormai indifferente a qualsiasi cosa che non sia il denaro, non una voce si è levata. Questo è un silenzio che preoccupa, che avvilisce. E che dimostra il livello di estrema marginalità cui è stata relegata la dignità di chiamarsi “veneziano”. Il sommo sfregio fatto dall’infame a questa città e a questa cultura, di cui sopravvivono ancora alcuni “portatori sani”, è a tutt’oggi tollerato: l’abbattimento dei due leoni col doge a Palazzo Ducale. Mentre nel 1896 lo scultore Giovanni Bottasso realizzava il grande gruppo con il Doge Gritti inginocchiato davanti al Leone che andava a riempire il vuoto sopra il finestrone ogivale della piazzetta, a tutt’oggi resta vuoto l’analogo spazio sul fronte Bacino. Chi guarda quel vuoto – ben esposto ai crocieristi delle grandi navi – sappia che finché non vi tornerà un leone (lo facciano i francesi!), almeno “un” veneziano continuerà a provare vergogna.

Sono bellissime parole. Noi non siamo i soli a volere un riscatto della Venetia. Forse non siamo neppure i soli ad aver dato a questo riscatto un nome preciso, INDIPENDENZA. Non “autonomia”, non “federalismo”, sono concetti vuoti e morti. Sono morti, anche se sembrano vivi, coloro che li sostengono, superati dalla storia, e dalla loro falsa coscienza: cacciatori di poltrone, di “careghe”, e basta. Perché sanno benissimo che sono stati perfettamente assorbiti dal sistema, come gli anticorpi affinché l’indipendenza non avvenga mai. Illudono gli altri con promesse, e intanto prendono le prebende di ITA.

Nella Venetia libera San Geminiano sarà edificata di nuovo. Fosse pure tra mille anni io voglio essere presente, vivrò abbastanza per vederne l’inaugurazione.
Per colmo di vergogna e svergognatezza, per colmo di ironia e di insulto al popolo della Venetia, anni fa il Comune di Venezia acquistò a caro prezzo un abominevole semilavorato neoclassico, cui troppo bonariamente è stato dato il nome di “statua”, rappresentante proprio Napoleone, per essere esposto al Correr, ad un passo dalla chiesa demolita. Ma l’avessero pure scolpita Canova e Carradori insieme, come è possibile una simile onta? E’ come se la città di Norimberga acquistasse una statua di Julius Streicher, e la mettesse vicino alla Sinagoga. Costui era un accolito di Hitler, fece demolire nel 1938 la sinagoga di Norimberga per costruire al suo posto un planetarium. Poi si macchiò di orrendi crimini verso gli ebrei, e la sua ultima apparizione in questo mondo fu qualche spasmo dal patibolo, penzolava proprio a Norimberga, condannato a morte per “crimini contro l’umanità”. Prima di morire – racconta il giovane Enzo Biagi, allora inviato a seguire il processo – fu uno dei pochi che non si pentì, rimase coerente fino in fondo e le sue ultime parole furono “Heil Hitler”. Che io sappia però statue sue a Norimberga non ne hanno mai esposte.

Si sono illusi di aver oscurato la memoria di questi crimini e di questi criminali per sempre, ma la memoria vive anche se in letargo, anche se umiliata dal silenzio e dalle due righe dedicate nei libri di storia del regime coloniale alle “repubbliche marinare”, vive perché è la vita contro la morte, la verità contro la menzogna, l’onesta contro la corruzione, lo spirito contro la lettera.

W San Geminiano. Tornerà presto a guardare in volto San Marco.

La statua di Napoleone invece finirà su ebay. Senza prezzo di riserva. Può darsi che qualcuno la compri per metterla in giardino come ottavo nano (purché Biancaneve non ne abbia orrore e la seppellisca prontamente), per farne il tiro al bersaglio, o per qualche altro poco nobile uso che senz’altro merita.

Paolo Bernardini
Presidente PNV

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