Abruzzi 2009: un terremoto di indignazione.

Quanta fretta nel seppellire i morti. “Che fretta c’era, maledetta primavera…”, era il refrain di una vecchia canzonetta. Certamente tutto fa, tutto serve a portare acqua, o sangue al proprio mulino. Al mulino dell’autodifesa e autolegittimazione di ITA, l’unica repubblica in cui i terremoti non fanno cadere le strutture più pericolanti, marce e oscenamente obsolete che ci siano, quelle della politica.
Tutto serve a portare sangue al proprio mulino, anche e soprattutto un terremoto. Le bare non si possono scrollare di dosso il trikolore, i poveri morti se lo devono tenere addosso, magari riflettendo in Paradiso sul fatto che qualcuno perfino quel terremoto e la loro morte aveva predetto: ma le vestali del trikolore lo avevano messo violentemente a tacere.
Come nella mitologia greca, come Laocoonte, che fu punito dagli dèi per la sua (giusta) predizione con una morte orribile, aveva anteveduto il cavallo acheo che espugnò Troia con l’inganno. Certamente, il ricercatore che aveva previsto il disastro non è stato assalito dal serpentone della dea irata e furibonda, ITA si limita ad “avvisi di garanzia”. Ma perché ascoltarlo?
Non era un barone universitario, non un dirigente iperpagato e iperamminigliato, non era un intellettuale della corte berlusconiana, che tanti ne vanta, era un povero ricercatore come molti, e dunque non era Bertolaso, qualche altro grande papavero. La sua scienza non era quello di Stato, e dunque valeva meno di niente. L’aumento del livello del radon? Ma che stupidaggini, che cagate, avranno detto i professoroni di ITA. Non è neanche “ordinario”, come possiamo dargli retta?
Se qualche alto dirigente del CNR, qualche servo salito alle vette della scala sociale dell’ignoranza non certifica la scienza, essa cosa vale? Niente, ovviamente. E intanto questi poveracci sono morti.
Il Presidente del Consiglio prende il destro per richiamare alla “unità nazionale”, ovvero l’unità del suo nuovo partito, il prossimo partito comunista parasovietico e paraitaliano che ci aspetta. Unico. Ma non nel significato nobile dell’attributo. Che fretta c’era di seppellire con funerale di Stato, alla presenza di molti dei tenutari maggiori di ITA, morti a cui si stanno aggiungendo altri morti. No no no, non si poteva aspettare il computo finale, lo Stato ITA dove cogliere l’attimo, per presentarsi benefattore, magnanimo, pio, dolente.
Gli alti tenutari dicono che la ricostruzione sarà lunga: quanto basta per trovare le imprese amiche e da favorire, “la guerra è la guerra, un affare un affare”, diceva un grande poeta comunista, Edoardo Sanguineti. Lo stesso vale per i terremoti. Nel frattempo i comunisti sono morti o moribondi, tutti i loro ideali di “giustizia sociale” si sono trasformati in statalismo puro, e difesa dei privilegi dei privilegiati. Eccoli, i veri alleati di Berlusconi. Torniamo in Abruzzo, però.
E gli altri morti, quelli dissepolti dopo? Eh, eh, si impicchino! A loro non spetterà il funerale di Stato con gli alti tenutari, con i mandarini e i mandaranci di ITA, ci andrà qualche sindaco, qualche assessore, un presidente della Pro-loco, due cani, tre gatti, una tv locale. Eppure sono morti la stessa notte, li hanno solo disseppelliti dopo. Così è. Che disgrazia non essere dissepolti in tempo per la gran cerimonia di Stato, perdersi le sincerissime lacrime di cotante persone sincere.

La liberazione da tutto questo è nelle nostre mani. Riflettiamoci. O anche noi saremo sepolti dalle macerie della morale, e della verità, che crescono ogni giorno, per ognuno dei tanti terremoti silenziosi che uccidono gli abitanti di ITA, finché non saranno cittadini della Sardegna, della Venetia, degli Abruzzi liberi.

Paolo L. Bernardini

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