Unindustria Treviso

di Lodovico Pizzati, 15 Giugno 2009,
pubblicato su
noisefromamerika.org

Sabato 6 Giugno ho avuto l’occasione di andare all’assemblea generale di Unindustria Treviso.

Io ero impressionato da subito. Veneto Banca ospitava in questo enorme salone sotterraneo sotto Villa Loredan, una villa veneziana nei pressi del Montello. Il presidente di Unindustria Alessandro Vardanega parlava alla platea con in prima fila un paio di ministri, e a lato anche un vescovo e dei generali (presumo io dalle copiose decorazioni sulla giacca) dei carabinieri e della guardia di finanza.

Tra un applauso e l’altro l’imprenditore che mi aveva invitato mi confida che rispetto agli anni precedenti pare di essere in chiesa. Mi spiega che gli altri anni c’era un’energia da concerto rock, mentre adesso si sente nell’aria quanto la crisi stia opprimendo la platea.

Crisi o no, il salone era pieno zeppo. Perlomeno tremila imprenditori, e per essere membri bisogna come minimo avere 15 dipendenti. Non so quale sia la media di dipendenti per azienda, ma lì dentro c’era tutta l’industria del trevigiano. In pratica, i responsabili della stragrande maggioranza dei posti di lavoro degli 800 mila abitanti della Marca (escludendo gli statali, ovviamente).

Da una parete all’altra, seduti uno a fianco all’altro (o in piedi sul retro), c’era il Pil di una mini nazione, composta da tutte queste piccole e medie imprese. Un Pil di una neanche tanto mini nazione, dato che da sola la provincia di Treviso ha un’economia grande quanto la molto più popolosa Bulgaria, e più grande della Lituania, della Lettonia, dell’Estonia…

Dopo Vardanega, c’è un intermezzo con un panel di giornalisti, banchieri ed un economista (Andrea Boltho) che ci spiegano come la crisi finanziaria sia la causa di tutti i mali, che è colpa degli stregoni di Wall Street se le banche locali non prestano più una lira alla nostra platea di imprenditori sull’orlo della bancarotta. Subito dopo, the main event: Emma Marcegaglia sale sul podio.

Era la prima volta che sentivo la presidente di Confindustria parlare, sia dal vivo che in TV (dato che non ce l’ho), e ho avuto un’impressione positiva. Molta energia e tante tirate d’orecchio al governo auspicando riforme che levino l’eccessivo statalismo dall’attività privata.

L’unica nota stonata era questo insistere che la causa di questa recessione epocale sia stata la crisi finanziaria. Mi sembra che i burattinai mediatici siano riusciti a convincere l’opinione pubblica (e imprenditoriale), che la colpa è tutta degli operatori finanziari oltreoceano.

In questa assemblea generale era totalmente assente un’analisi dei problemi strutturali del contenitore Italia: una recessione che era già nell’aria prima del crollo azionario, e un declino graduale tutto italiano che viene completamente ignorato.

Scusate se insisto con i miei grafici poco imparziali. Ho selezionato solo le economie nei paraggi del Pil della nostra Repubblica Trevisana.

treviso

Il paragone è in Pil totale. Certo che in reddito pro capite un trevisano sta molto meglio di uno slovacco. È anche vero che questi altri stati sono delle economie emergenti, ma è altrettanto evidente che i tempi del mitico Nordest sono finiti da almeno un decennio. Come il resto dell’economia italiana, l’industria trevigiana soffre a prescindere dalla crisi finanziaria.

Un’intuizione sul perché l’ho avuta durante un momento saliente del discorso della Marcegaglia. Alzando il tono della voce, la giovane imprenditrice pretende che il governo paghi i suoi fornitori, che son 3-4 anni che aspettano. Si sente un boato in sala, la gente in piedi emozionata (ma anche con gli sguardi un po’ disperati), è tornato il concerto rock.

Fino a quel momento pensavo fosse solo la grande industria con le mani nella pasta. Ma l’energia sprigionata da quell’affermazione mi ha fatto capire che il problema degli appalti pubblici è molto più diffuso. Non ho dati per dimostrarlo, ma ho avuto la netta sensazione che queste nostre piccole imprese dipendano molto dalle risorse elargite da amministrazioni comunali, provinciali, regionali e nazionali.

Se è effettivamente così, queste sono le mie tre conclusioni:

  • Lo stato è molto più indebitato di quello che sembri. Se la presidente di Confindustria deve richiedere pubblicamente allo stato di pagare i propri fornitori per 3-4 anni (anni!) di arretrati, e tremila imprenditori rispondono come se incitati da Braveheart, allora devo concludere che lo stato si sta indebitando con i propri fornitori come una ditta sull’orlo del fallimento.
  • Gli industriali sono sotto il tacco di regime. Come creditori verso lo stato, non resta loro altra scelta che fare il tifo per il governo dato che questa, ossia trattar bene i ministri, è l’unica possibilità per farsi pagare. Così quando il premier (e padrone di Publitalia) consiglia ad una audience di imprenditori di non fare pubblicità sulla stampa disfattista, tutti applaudono con grande gioia. Un po’ come i primi anni di Saddam, quando con le lacrime agli occhi faceva scortare fuori dal parlamento iracheno i suoi presunti traditori, e tutti applaudivano terrorizzati.
  • La cultura statalista non è solo dei dipendenti statali, ma è ben diramata anche nella nostra classe imprenditoriale. Mi è venuto lo spunto per scrivere questo articolo leggendo i commenti ad Abbiamo ciò che meritiamo. Purtroppo quando si viene tassati per oltre il 50% del valore aggiunto e la spesa pubblica ammonta a pressapoco il 50% del reddito nazionale, per tanti settori lo stato rappresenta, oltre che il monopolista della violenza e del diritto, anche una quasi monopsonia commerciale. Allora diventa più importante avere gli agganci giusti che essere concorrenziali, ed imparare all’università come funziona l’economia di mercato diventa poco pratico per il mondo del lavoro.

Con questa cultura socialista e consociativa che pervade la mentalità italiana a tutti i livelli, penso sia difficile sperare in riforme strutturali. Credo che l’unico piano del governo sia di tener duro finché si riprenda l’economia globale, per poi vivacchiare facendosi trainare (ed ovviamente dicendo che c’è la grande ripresa tutta merito della politica governativa), assistendo in silenzio al graduale sorpasso dei vari stati dell’Est Europa.

Allora la selezione di stati che ho usato come paragone nel grafico non è poi così fuori luogo. È una comparazione tra economie che hanno già fatto una transizione da socialismo a economia di mercato, ed il contenitore Italia che deve ancora farlo.

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