Rapaci (e altri uccelli d’Italia)

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Solitamente non amo leggere le opere di autori come Stella, Rizzo, Travaglio, e numerosi altri, né amo guardare trasmissioni come quella della Signora Gabanelli, e le altre simili. Non c’entra il fatto che Stella in tempi passati ma neppur troppo lontani non abbia manifestato grande amore per il suo Veneto. Né metto in discussione il valore di tali scritti: sono testi documentatissimi, precisi, pieni di coraggio civile, e individuale, che radiografano un paese allo sfacelo. Sono testi che fanno nomi e cognomi, cifre e date, mettono sotto gli occhi di tutti la vergogna delle caste, dei politici, degli amministratori pubblici, degli accademici, tutti o quasi immersi nel marciume che essi stessi producono, e che agli occhi del mondo si chiama “Italia”.
Il motivo per cui – per quanto lo faccia regolarmente – li leggo ma non li amo, è che tali “J’accuse” di giornalisti che sanno il proprio mestiere, mi accorgo, provocano reazioni che vanno aldilà di quelle che gli autori stessi, intendendo i loro libri come atti di denunzia civile, vorrebbero provocare. Certo, in molti, me compreso, provocano lo sdegno meritato. Ma nella maggior parte dei lettori essi non provocano sdegno, ma due sentimenti diversi.
Il primo: desiderio di emulazione. Questo l’ho provato in un campione di miei studenti: quando Rizzo nel suo ultimo libro (che consiglio comunque vivamente) mette in mostra tutti gli scandalosi, infami privilegi concessi dallo Stato ai suoi boiardi sotto la finta aura delle privatizzazioni (privatizzazioni alla Putin, come appare subito chiaro), in quella grossa banca d’affari a spese dei contribuenti (quindi mai veramente in passivo, mai veramente passibile di fallimento, ché il denaro fresco sgorga a fiotti) che si chiama ITA, gran parte degli studenti prende il libro al contrario. Ovvero, come un manuale di istruzioni per diventare così, ricchi senza far nulla, e vede Berlusconi, o chiunque prima di lui, come il Grande Signore delle Mutazioni, colui che trasformando il pubblico in privato trasforma manager del pubblico in re Mida del privato, rospi in principi.
E’ paradossale, ma questi studenti non percepiscono il significato morale dello scritto, Rapaci lo prendono per un invito con qualche istruzione per l’uso per diventare tali. Magari diventassi così anch’io, dicono, quando leggono le storie degli stipendi milionari dei manager di aziende decotte e tecnicamente fallite che come zombie ITA, a nostre spese, continua a mantenere in vita. A tale degrado morale è stata condotta gran parte della gioventù, dalle mitologie congiunte di veline, calciatori, e anche manager, che ITA spaccia in forma mezzo pubblica e mezzo privata come la fiera delle vanità divenute realtà, la strada aperta a tutti, per arricchirsi senza far niente. Tecnicamente, rubando (ai contribuenti).
Altra reazione, è quella che definirei la Sindrome M-FAC, primo gradino della terribile malattia che poi si sviluppa in M-FAB e M-FAN. M-FAC sta per “merda – fino al collo”. Quando si leggono questi libri, e tanti altri, si guardano le trasmissioni coraggiose di Gabanelli e compagnia, comune reazione è questa: “Sì, chiaramente siamo nella merda, ma io almeno ci sono fino al collo! Ovvero, posso ancora respirare e nutrirmi”. Quindi, l’autocoscienza e l’autoappagamento di avere la sindrome M, ma nella variante FAC. Quando si arriva al FAB (“fino alla bocca”) (ci stiamo arrivando), si constata che certamente è spiacevole aver a punta di labbra una bella colata di escrementi, ma tutto sommato si può ancora respirare, col naso, e attraverso un sondino perfino nutrirsi. Il grave è la variante FAN, “fino al naso – incluso”, ed ecco che qui non si vorrebbe arrivare, perché qui si muore davvero. Ma no si dice, “io speriamo che me la cavo”.
Tuttavia, non posso non raccomandare a chi ancora s’indigna, e chi vuole conoscere le meccaniche dello scempio compiuto dal governo di ITA a danno dei cittadini comuni, Rapaci. Il disastroso ritorno dello stato nell’economia italiana (Rizzoli, 2009) di Sergio Rizzo. Vi si leggono tante storie edificanti, di miracolati dal sistema, rari sono i manager onesti e seri che vi compaiono. Vi si legge della vergogna ALITAGLIA, dei rapporti tra banche e potere, dei giornalisti al servizio dei partiti, dei vari autoproclamatisi “liberi” che sono divenuti i primi e più zelanti tra i servi.
Vi si leggono gli affari poco chiari dei governatori delle regioni di ITA, vi si legge delle parcelle milionarie pagate ad avvocati da aziende di stato che facevano causa ad altre aziende di stato; vi si legge di figure ignote che hanno però, grazie alla politica, un immenso potere sui cittadini. Insomma, leggiamo come oltre a schiavi, ITA ci rende schiavi poveri. Arricchendo immensamente alcuni. Ci si domanda anche legittimamente perché aziende che operano con bilanci in attivo e producono ricchezza debbano però essere di stato, questione fondamentale anche in assenza di corruzione e vergogne varie.
Vi si legge della compiacenza delle banche verso il potere, dall’inizio dell’ingloriosa storia di ITA. Menotti Garibaldi, figlio dell’”Eroina dei due mondi” (drogò tutti con la sua “innocenza”, Giuseppe, anche gli scafati inglesi), si imbarcò in funeste imprese commerciali protetto dall’anziano padre, e le banche con cui si indebitò insolvente gli condonarono, in omaggio al Padre, circa 2 milioni di euro in valore attuale. Bravo Menotti!
Quanti “uccelli d’Italia” per citare il celebre film degli “Squallor”. Alcuni, i più recenti, sono pubblicati sui giornali spagnoli. Proprio rapaci! Quanti uccelli, sì, ma anche quanti culi!!!
Questa vicenda del pargoletto dell’Eroina accadeva nel 1881.
Nel 2009 le cose sono cambiate, ITA ha perfezionato il suo malaffare e paga milioni di euro ai manager Alitalia che fanno fallire un’impresa. Sicuramente Menotti fosse vivo lo avrebbero fatto amministratore delegato lui. Alitalia l’avrebbero chiamata Airgaribaldi e alle hostess avrebbero messo un fazzoletto rosso al collo, o una camicia del medesimo colore disegnata da Trussardi. Forse si sarebbe opposta AN: ma come, mettere al collo il fazzoletto rosso che fu delle rossissime brigate Garibaldi ai tempi della Resistenza? Il problema che dubito che qualcuno di AN sappia queste cose.
La storia la fanno e la sanno ormai sono i poveri professori come me. Vuoi mettere passare anni negli archivi polverosi rispetto a qualche notte in una bella villa al mare? Prendi immensamente di più e fatichi immensamente di meno!!!
In tutto questo la nota più divertente, quasi a dire che dal degrado ormai neanche la Chiesa si salva, è il commento del Cardinale Ruini sui pellegrinaggi moderni fatti però con il vecchio sistema del malaffare. Attento con chi vola, Cardinale! I rapaci sono un po’ come quei grifoni di De André, prendono facilmente di mira le chiappe dei citrulli. Ma certamente il Cardinal Ruini citrullo non è. Si legga la gustosa vicenda a pag. 115 del libro di Rizzo.
Verrebbe voglia di continuare a prenderla in ridere. Ma si parla anche di Ferrovie, e i morti in Versilia mi dicono che c’è poco da ridire.
Me lo ha detto anche stamane una signora anziana e dignitosa che pescava rifiuti dalla teoria di bidoni davanti a casa mia, a Montegrotto. Sono sceso di casa la mattina presto per recarmi al lavoro ed è la prima cosa che ho visto.
Forse, per lei soprattutto, ma per tutti noi, sarebbe ora di farla finita con ITA.
Porvi fine. Per sempre.

Paolo L. Bernardini

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