Note da Hong Kong

di Paolo Bernardini

hong-kongEssere uno Stato libero – per quanto tutti noi liberali classici notiamo una terribile contraddizione tra il sostantivo e l’attributo, difficile accostare al concetto di Stato quello di libertà – non significa garantire al cittadino qualcosa di più di quel che non sia nei suoi diritti naturali. Né significa costruire il paradiso in terra. Il paradiso in terra è stato distrutto da tempo immemorabile e ne sopravvive solo uno celeste, per chi ci crede. Dunque a Hong Kong non ho visto fontane dell’eterna giovinezza, non ho visto divinità immortali aggirarsi per le strade, e neppure rubinetti d’oro e orologi di diamanti ai polsi di ognuno, non ho visto miele e zucchero sgorgare spontaneamente dalla terra, non ho neppure visto i volti indefinitamente felici degli abitanti dell’isola di Utopia.

Ho visto solo uomini e donne più liberi di noi.

Non necessariamente più felici, ma molto probabilmente meno angosciati. Certo nulla toglie l’angoscia del dolore, della morte, la allevia se mai il buddismo, la meditazione, perfino il tai chi, e non la flat tax al 15%.

La flat tax al 15% però toglie gran parte dell’angoscia della vita.

Se Hong Kong si piazza al primo posto nell’Index of Economic Freedom, mentre ITA vien posta dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal da qualche parte intorno al 75° (queste sono le due istituzioni che stilano lo Index of Economic Freedom ogni anno, qui validamente aiutate dall’Istituto Bruno Leoni), una ragione vi sarà. Forse perché per aprire una società nuova ci vuole un giorno, forse perché la ragionevolezza della pressione fiscale consente all’economia uno sviluppo notevolissimo anche in tempi di crisi, forse perché esiste una serie di libertà economiche impensabili in ITA e difficilmente riscontrabili in altri luoghi dell’UE, a Hong Kong si vive bene. La vita stessa, in un mercato globale, in un flusso costante e immane di merci, costa assai meno, ed i miei colleghi docenti universitari conducono un’esistenza moderatamente agiata, mentre da noi ormai, nella proletarizzazione delle classi in corso nei leviatani europei, ormai il docente si avvicina a quel che nel mio Settecento veniva chiamato il “ceto miserabile”. E, si badi bene, questo non vuol dire che ci siano stipendi stratosferici. Il costo di un docente per l’Università di Hong Kong è più o meno lo stesso di quello per le università di ITA. Se si considera la somma di INPS, tasse e imposte varie, siamo allo stesso livello. Solo che noi siamo tosati come e peggio della pecora di Colbert (che ultimamente ha ispirato Tremonti): Colbert diceva che le tasse devono essere come le tosature perfette: togliere tutti i peli senza ferire la pelle. Eh eh, ora siamo arrivati al punto che anche la pelle viene abbondantemente ferita, solo che a noi poveracci la pelle si è ispessita, come capita ai vecchi, e non sentiamo neanche più l’offesa della forbice, così come ci possiamo immergere nell’acqua fredda degli Oceani.

Non so se andrò ad Hong Kong per sempre, se farò la tanto meditata “secessione individuale”. Spero ancora fortemente, e credo, che la Venetia diverrà libera presto, e allora alla flat tax di Hong Kong del 15% risponderemo con una al 10%. E potrò restarmene a casa mia.

Hong Kong è una selva di grattacieli, quasi diecimila, su una striscia di terra tra mare e montagne. Per questo non ricorda tanto Venezia, quanto Genova, un porto prospero quando Hong Kong, un piccolo villaggio di pescatori, divenne colonia inglese, nel 1841. Prospero ahimè perché porto dei Savoia, ma ancor più prospero era stato nel Cinque e Seicento, quando, come Hong Kong ora, come Venezia, era un libero stato, oltre che un porto.

Così Hong Kong mi ricorda soprattutto la mia città natale, con le montagne che incombono sul mare, e lasciano all’uomo spazi esigui ove costruire la propria civiltà, strappare al mare i suoi frutti, e ai monti, coltivati a fasce, impervi, quel poco che possono dare. Così penso che la vista che godo dal 22° piano della torre del Ramada Hotel, in Des Voeux Road West, sia un pochino come quella che potrei godere da una torre di Sampierdarena, il quartiere orientale di Genova che guarda sul porto, navi che vanno e vengono, soprattutto mercantili con il loro uniforme carico di containers. E penso che teoricamente Genova è più avanzata di Hong Kong, perché la ferrovia arriva direttamente al porto, mentre qui non esiste. Solo che il volume dei traffici di Hong Kong è un pochino (diciamo così…) più alto di quello di Genova.

Hong Kong è un piccolo Stato, libero, anche se legato alla Cina dal 1997. Un legame tenue, per ora. Hong Kong ha una delle maggiori densità abitative del mondo, in un territorio esiguo vivono oltre sette milioni di persone. Si vive in un ameno trilinguismo, Cantonese, Mandarino, e Inglese. La sua principale università, la University of Hong Kong, è al numero 24 nelle classifiche mondiali. Guarda dall’alto di una collina la baia naturale formata dallo spazio marino che separa Hong Kong, Lantau, e Kowloon. Una selva di navi, circondata da una siepe fittissima di grattacieli.

La Venetia libera avrà molto da imparare da Hong Kong, soprattutto per quel che riguarda il sistema fiscale e amministrativo. In breve potrebbe arrivare a sottrargli il primato nell’Index of Economic Freedom. Lo ripeto: la libertà economica non rende immortali. Non compie miracoli. Fa solo vivere meglio. Non ci dà la luna. Ci restituisce un poco di dignità, quella che stati come ITA ogni giorno ci sottraggono, con crescente protervia, sottraendoci con la forza il frutto del nostro lavoro.

Paolo L. Bernardini
Presidente emerito
PNV

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