La squadra

Da piccolo giocavo a pallacanestro. E non in una squadretta, eh! Sono arrivato a giocare nella Benetton Treviso! Anzi, ho fatto parte della prima squadra giovanile che potesse vantare questo nome, nel 1982 se ricordo bene.

In realtà ho giocato gran poco perché ero brocco, ma tanto tanto brocco. Mi assalivano quelli che il mio primo coach – nella piccola squadra di Dosson che l’anno dopo appunto fu inglobata nella neonata Treviso – chiamava gli spiriti malefici della partita. E allora capite che per un nanerottolo, con un tiro scarso, poca tecnica e senza autocontrollo agonistico, la mia carriera cestistica era segnata!

Eppure in quella che molti avrebbero vissuto come una piccola tragedia ho imparato tante cose. Ho capito che le squadre grandi diventano tali proprio grazie all’apporto di tutti, ma proprio tutti, anche di quel piccolo brocco che ero io.

Era incredibile, non so quale sia stata la mia peggiore prestazione in quell’anno. C’era solo l’imbarazzo della scelta. Entravo dopo 10-15 minuti, o anche più tardi, mai prima!

Pochi sanno che quella squadretta di Dosson aveva degli autentici numeri uno. Dei fenomeni straordinari. Io ne ricordo tre, personaggi incredibili e di gran valore poi anche nella vita.

C’era Giulio Casale, il fondatore degli Estra. Ogni cosa che Giulio ha fatto, l’ha fatta bene, da superstar. Quando Giulio giocava stregava gli avversari, li ipnotizzava con i suoi balletti. Era divino da vedere e io dalla panchina avevo la migliore posizione per gustarmi le sue azioni, i suoi tiri, i suoi assist! Un artista in campo, un artista straordinario nella vita!

C’era Alessandro De Poli, che era forse più piccolo di me, ma che quando toccava palla la trasformava in canestro. Una cosa incredibile, un re mida della pallacanestro concentrato in pochissimi centimetri!

Alessandro, con nostro grande stupore lasciò il Dosson e il basket alla fine del campionato Propaganda dove abbiamo impressionato tutti gli osservatori come stile e performance generale. Alessandro lasciò il basket per dedicarsi al calcio. A Treviso tutti lo ricordano perché era lui il fantasista del Treviso calcio che approdò in serie A. Un genio assoluto il cui ricordo rende tristi tutti i tifosi biancocelesti di fronte alle tristezze del Treviso di oggi.

C’era Andrea Bobbo, che difendeva come nessun altro sapeva difendere, un autentico mastino contro cui si infrangevano le strategie di attacco degli avversari. Quando prendeva uno, questo era segnato, non faceva più nulla e veniva spesso sostituito. Oggi Andrea è forse il tatoo più famoso che esista in Veneto e tra i più famosi in tutta Europa. Gli amanti dei tatoo lo conoscono come macchianera. Allora tatuava gli avversari.

Si capisce bene quindi perché io entravo in campo dopo 10 minuti, mai prima.
A quel punto Giulio, Alessandro, Andrea e tutti gli altri straordinari campioni (e fuoriclasse nella vita) della Liberti Dosson che non cito avevano distrutto la partita e avevano già messo almeno 20-30 punti di margine tra “noi” e “loro”. A quel punto io potevo entrare, fare anche danni, 3-4 falli, qualche volta 5 in tre minuti, sbagliare canestri già fatti, farmi stoppare tra le risate generali e far respirare i nostri campioni per l’assalto finale.

Eppure in quella squadra io mi sentivo sempre come il numero uno. Ecco perché abbiamo dominato per due anni la pallacanestro giovanile trevigiana e la Benetton ci incorporò totalmente nella sua prima squadra assieme agli altri giovani migliori talenti delle altre squadre.

Oggi il PNV dev’essere come quella squadra.

giane

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