Manx is alive!

La prima volta che l’ho incontrato era tra le pagine di un bellissimo libro di storia, “At Day’s Close. Night in Time Past”, di A. Roger Ekirch, la storia della notte tra Europa e America nella prima età moderna, pubblicato da Norton nel 2005, e che spero presto di far tradurre o tradurre io stesso in italiano. L’ho poi incontrato tra le pagine del TLS, edizione del 4 giugno 2010. In entrambi i casi, l’ho salutato con gioia e sollievo. Ma allora è vivo! Per fortuna, qualcuno aveva sparso la voce che fosse morto e sepolto.

Ma chi è Manx? Manx è una lingua. Una delle lingue “minori”, come malamente si dice, che si parlano in Inghilterra, nell’isola di Man. Nel libro di Ekirch, storico finissimo, che insegna al Virginia Tech, Manx fa la sua apparizione a pagine 162: “On the Isle of Man, the word arnane in the Manx language signified  ‘work done at night by candlelight’ .” Che affascinante parola, “arnane”, un “lavoro svolto di notte a lume di candela”. Un piccolo appunto a Ekirch: “signifies” e non “signified”: vuol dire ancora questo (a meno che, ma ne dubito, il significato sia mutato nel Manx più recente). Sicuramente, tale parola ha una storia altrettanto affascinante, come la possono avere solo le parole. Anni fa, uno dei libri che lessi con maggior piacere fu “Briciola”, di Enrica Salvaneschi, filologa e poetessa genovese. Quante storie dietro la parola, all’apparenza così insignificante, come le “briciole”, appunto. Esistono diverse lingue “meno parlate”, nelle British Isles. Ad esempio il Cornish, e il Channel Island Norman French. Questo ci ricorda la firma J.C., in ultima pagina del TLS menzionato. Quest’ultima lingua è anche detta “Nouromonde”, sembra un guerriero di un’epica cavalleresca romanza, ma è una lingua. Che epicamente, comunque, combatte, e resiste alla distruzione, all’annientamento, linguistico che sia. Ma quanti annientamenti linguistici sono stati, nella storia, anche annientamenti fisici dei parlanti. Per ogni lingua che muore, si spegne qualcosa che è appartenuto all’umanità nelle sue espressioni più nobili. Interessante: l’UNESCO, che studia e cataloga i “linguaggi estinti e in via di estinzione”, un po’ come gli animali del celebre libro di Vinzenz Ziswiler, aveva dato, nel catalogo 2009, il Manx per morto. I’am afraid it’s alive. E’ vivo tanto che l’editore Boutle ha appena pubblicato un’antologia di letteratura in Manx. E uno dei racconti più recenti in Manx è proprio sui vampiri, i morti viventi! Manannan’s Cloak. Ora, le lingue sono tanto poco “minori” quanto poco lo sono gli uomini e le nazioni. Per cui il risveglio del Manx è il risveglio della volontà di indipendenza di piccoli gruppi, del tutto legittimati, storicamente, nella loro volontà di liberarsi di stati-leviatani, ma anche di non volerne ricostruire di nuovi sulle macerie dei primi.

Per cui forse sarà un passo necessario per il futuro della Venetia libera “standardizzare” il veneto, ma guai se a tale processo si affiancasse quello dell’annullamento delle varianti, e sono diecine. In fondo l’ideale libertario è quello per cui l’individuo è una repubblica, mentre una repubblica non sarà mai un individuo. Certamente, se esistesse una lingua parlata da un solo individuo, vi sarebbero limitazioni nella comunicazione, ma solo finché non l’avrà insegnata ad un altro. E nessuno autorizza – se non lo Stato centrale, il Leviatano malefico, il Behemot schifoso – ad eliminare una lingua, come nessuno può moralmente autorizzare l’eliminazione di un individuo. La Venetia libera sarà bellissima anche perché tutte le sue varietà linguistiche saranno rispettate ed opportunamente valorizzate. E chissà da qualche parte anche nella Venetia ci sarà qualcuno che parlerà Manx!

I’m afraid, UN bureaucrats, Manx is indeed alive, and well.”

Paolo L. Bernardini

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