Assurdità e pericolosità della patrimoniale straordinaria

da noiseFromAmeriKa.org

di alberto bisinmichele boldrinsandro brusco

Il dibattito di politica economica italiano non sembra essere mai sazio di idee nefaste. In questi giorni si fa un gran parlare di una patrimoniale straordinaria con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico. Proviamo a spiegare perché si tratta di una idea assurda e inefficace, usando un po’ di economia ma senza esagerare, che quando le idee sono così assurde spesso basta il buon senso.

Le origini della discussione

L’idea dell’imposta patrimoniale è venuta a mezzo mondo, durante gli ultimi anni, a volte come spauracchio o minaccia, a volte come supposta soluzione dei nostri problemi di finanza pubblica. L’attuale dibattito, comunque, parte da un discorso fatto da Giuliano Amato in dicembre, a cui fanno seguito un vasto numero di commenti più o meno positivi e quasi tutti di sinistra. Camusso, De Benedetti, Piercarlo Padoan, sono tutti  a favore di una patrimoniale per ridurre lo stock in essere del debito – problema che ossessiona tutti: persinoGiannino ha la sua versione … mentre Della Vedova propone dismissioni patrimoniali pubbliche, sempre allo stesso fine – sino al culmine del discorso di Veltroni a Torino, dove la patrimoniale viene presentata come ingrediente essenziale di una miracolosa manovra di finanza pubblica.

Pietro Ichino (who should know better, si dice qui da noi) arriva in aiuto a Veltroni – a gamba tesa però – roba da rosso diretto. Prima ci spiega che ci dobbiamo fidare, che questa volta dopo la patrimoniale arrivano i tagli; e poi ci dice che invece delle nuove promesse di liberalismo di Berlusconi no che non ci dobbiamo fidare, perché lui non ha la reputazione, non ha mai fatto nulla di liberista. Nessuno qui si fida del liberismo di Berlusconi, proprio no. Ma della capacità del PD di tagliare la spesa dopo una bella patrimoniale (che ritarderebbe la necessità di tagliare la spesa) noi non abbiamo visto alcun segnale. Alcuno. Mai. E poi mai.

Continuiamo comunque. A dare un tono “tecnico” all’intera cosa, arriva infine, un’intervista sul Corriere della Sera di tal Pellegrino Capaldo, il quale si diletta a darci una magistrale lezione di finanza, pubblica e non. Tralasciamo le ironie sui tecnicismi di Capaldo. Troppo facili e fanno comunque parte del lungo volume “elites italiote” che i nostri lettori oramai conoscono molto bene. Capaldo, come Amato ed altri, è solo un altro esemplare di quella nociva specie.

Ma veniamo alle questioni di fondo.

Siamo veramente a rischio di bancarotta sul debito pubblico? E, che ci siamo o no, come possiamo evitare di finirci a rischio di bancarotta?

Cosa bisogna fare

Il debito è quello che gli economisti chiamano una variabile stock, cioè è il risultato dell’accumulazione passata di deficit (variabile flusso). Il rischio di default sul debito si ha quando i mercati finanziari (i “bond vigilantes” ) prevedono un debito che cresce senza controllo, ossia tale che il debitore, con i flussi di reddito a sua disposizione, non riesce a pagare gli interessi e, quindi, non trova nessuno disposto a rifinanziargli il capitale a tassi consistenti con la capacità suddetta di pagare interessi. Notate che il ragionamento appena fatto ha un aspetto “circolare”, che è importante. Oltre ad un ovvio aspetto dinamico: se al momento lo stock te l’hanno finanziato e gli interessi riesci a pagarli, non è lo stock la causa della crisi. È il flusso atteso, ossia le variazioni dello stock, che crea tensione ed ansia. Prendere nota, che ci ritorniamo sopra.

Quindi, perché vi sia rischio di default sono necessari aspettative di sostenuti deficit futuri, qualunque sia lo stock in percentuale al PIL. Qui, per capire che lo stock conta relativamente poco, tenete in mente l’Argentina del 2000 o l’Irlanda e la Spagna del 2010, da un lato (hanno stock inferiori al nostro) e Giappone, dall’altro (che ha uno stock quasi doppio, sempre in % del PIL). Più che il livello attuale del debito, quindi, le aspettative sui deficit futuri sono la variabile cruciale, quella che ci salva o ci rovina. Non è che l’attuale livello del debito non conti, naturalmente; quale dinamica dei deficit futuri sia sufficiente a mettere un paese a rischio default dipende da quanto debito sia già stato accumulato e quindi da quanti interessi vanno pagati. Per questo l’Italia ha poco margine. Ma la questione cruciale resta comunque se il paese è in grado di pareggiare il bilancio nel futuro, più che quanto debito si è accumulato fino ad adesso.

E quindi, NON CI SONO SCORCIATOIE. Il rientro dal rischio default sul debito richiede il pareggio del bilancio. E il pareggio del bilancio richiede minore spesa pubblica e/o maggiori tasse. E possibilmente il pareggio va ottenuto senza gravi danni in termini di crescita perché solo la crescita del PIL, a valore nominale costante dello stock di debito, può rendere il rapporto fra i due “piccolo” nel lungo periodo. Pareggio di bilancio e crescita, dunque, sono le UNICHE due soluzioni vere ai problemi del debito.

Altro che balle. Come quelle di Berlusconi, che nella sua lettera al Corriere farfuglia e cincischia di una ripresa della crescita, solo per scadere nel ridicolo più penoso affermando che tale crescita si può ottenere con una modifica dell’articolo 41 della costituzione (!) e grazie agli ”effetti positivi, di autonomia e libertà, della grande riforma federalista”. Fenomenale, il potere delle idee: dichiariamo nella costituzione che siamo liberali e i fiori liberali fioriranno, gli imprenditori saranno liberi e felici di intraprendere e tutto profumerà di rose selvatiche, anche la munnezza di Napoli. Se ci fosse bisogno di una prova che Berlusconi e il suo governo non sanno nemmeno da dove cominciare per favorire la crescita, questo suo delirante intervento la fornirebbe. Ma i fatti hanno già parlato, e comunque Michele si è già preso altrove la briga di sbeffeggiare il sultano.

Prima di lanciarsi in improbabili proiezioni di un paese che cresce al tre-quattro per cento, Berlusconi o chi per lui faccia la prima cosa ovvia e chiara da fare. Inizi a mettere in ordine i conti pubblici. Quelli ordinari, quelli di tutti i giorni. Assicuri che le entrate ordinarie siano maggiori o uguali alle uscite ordinarie.

Perché un’imposta straordinaria è inutile e assurda

Minore spesa e/o maggiori tasse, dicevamo. La patrimoniale fa parte delle seconde, ovviamente. Ma ci sono tasse e tasse. La patrimoniale che oggi viene proposta è un’imposta straordinaria e in questo sta una buona parte della sua inutilità e assurdità. Ci spieghiamo.

I nostri politici, come i politici di tanti altri paesi, sono abituati a considerarsi meglio degli altri. L’analisi economica li considera invece come attori economici al pari degli altri, con i propri obiettivi personali da raggiungere. Gli obiettivi personali sono quelli di tutti, accrescere il proprio benessere perseguendo maggiore ricchezza e potere. È solo quando il contesto istituzionale pone limiti chiari al loro operato che i politici favoriscono anche il bene pubblico.

Quando valutiamo una particolare politica pubblica, in questo caso una politica di riduzione del debito, la domanda da porsi è: come cambiano gli incentivi dei politici? Questa non è solo la domanda che si pone qualche economista fuori dalla realtà. Questa è la domanda che si pongono gli investitori quando devono prestare allo stato i propri soldi in cambio della promessa di rivederli tra dieci anni. Come cambiano gli incentivi dei politici? Il provvedimento rende più o meno probabile che i politici mettano il bilancio pubblico su un sentiero che porta alla solvibilità e che mi aiuterà a recuperare il capitale?

Una volta chiarito che questa è la domanda, diventa immediatamente chiaro perché la patrimoniale straordinaria è un’idea inutile e assurda; macché: DELIRANTE. A fronte di una improvvisa pioggia di denari che entrano nelle casse pubbliche, come pensate reagiranno i nostri politici? Non c’è bisogno che lo spieghiamo vero? Voltremont, abbiamo abbondamente documentato, non è mai stato timido quando si è trattato di aumentare la spesa primaria. E Voltremont è uno dei migliori – o almeno ha la reputazione di esserlo e non abbiamo ragione di credere che non sia vero. Avete presente le storie degli aristocratici incapaci a fannulloni che si sono rovinati perché, per pagare i debiti, anziché lavorare si son messi a vendere il patrimonio un po’ alla volta? Ecco, la patrimoniale è esattamente la stessa cosa  – infatti, quel genio del Capaldo e, prima di lui, il Mangiamorte per eccellenza, tal Fortis, proprio così l’hanno spiegata! – e porterebbe ad esattamente le stesse conseguenze.

Un bell’esempio di quello che succederebbe se una patrimoniale alleggerisse il vincolo del debito pubblico è presto fatto. Dopo l’avvento dell’euro i tassi sul debito pubblico italiano sono notevolmente diminuiti. Non è una patrimoniale ma ha di fatto avuto lo stesso effetto: alleggerire il vincolo del debito pubblico, riducendone il costo per interessi. Il costo del servizio del debito è inferiore, la finanza pubblica risparmia, e il rientro dal debito è notevolmente facilitato: basta non far nulla. Cosa è successo, invece?  È stato tutto un neutralizzare i risparmi derivanti dalla riduzione dei tassi di interesse mediante aumenti della spesa. Altro che non far nulla. Un calo secco del debito pubblico mediante patrimoniale straordinaria fornirà semplicemente maggiore margine di manovra per il populismo reazionario del nostro signore oscuro o per quello rivoluzionario di Vendola.

Alcuni, tipo Veltroni e Pietro Ichino, pensano di pararsi le chiappe dicendo che la patrimoniale va accompagnata ad altre misure di carattere strutturale, che aiutino la crescita e  pareggino il bilancio. Beh, se veramente si riesce a ridurre la spesa pubblica arrivando al pareggio del bilancio e ad attuare misure liberalizzatrici e di riduzione del carico fiscale che portino alla ripresa della crescita ALLORA la patrimoniale è inutile. È solo se non si crede di essere in grado di fare le necessarie riforme strutturali che bisogna mettere il tampone.

Minore spesa o maggiori tasse?

La questione quindi è sempre la stessa. C’è spazio per ridurre la spesa? Non dovremmo invece fare l’opposto, aumentare le tasse ed estendere il welfare ai precari e a “tutti coloro che non arrivano alla fine del mese”? Perché non possiamo anche noi fare come in Svezia?

Perché già facciamo come in Svezia. Non ve ne siete accorti? Paghiamo per lo stesso welfare svedese, anche un po’ di più. Se poi non riceviamo le stesse prestazioni è mica colpa di nessuno (per quelli con il senso dell’ironia artrofizzato: il “colpa di nessuno” è ironico). La Tavola sotto viene dall’Economist ed è stata compilata da KPMG. Include tasse sul reddito e contributi alle pensioni.

Siamo ben sopra alla Svezia. Allora delle due l’una. O il nostro sistema di welfare è superiore a quello della Svezia, oppure c’è un casino di grasso che cola e che si può tagliare, nella spesa pubblica italiana. Chiunque non dico abbia visitato la Svezia ma anche solo ne abbia sentito parlare una volta mezzo addormentato davanti alla televisione sa che la loro rete di protezione sociale è ben superiore alla nostra. E allora, signori cari, c’è ben più spazio sul lato dei tagli che non da quello di nuove tasse.

Maggiori tasse riducono l’attività economica – da dove crediamo che venga il nostro 1% scarso da 15 anni e oltre se non dal combinato di tasse altissime e settore pubblico che spreca senza produrre nulla di utile?  Se è vero, come è vero, che cola il grasso ed il settore pubblico le risorse le spreca, allora è ovvio cosa sia l’uno-due che occorre mettere in atto. Uno: la spesa si può ridurre senza grossi effetti sull’attività economica ma con positivi effetti sul deficit e, quindi, sui tassi ed il costo del debito. Tagliare la spesa pubblica che non sia funzionale alla crescita e che non offra effettiva sicurezza sociale avrebbe, anche, dei chiari effetti redistributivi: dai rentier (ovunque essi siano) ai ceti produttivi. Niente di male a nostro avviso. Due: le maledette “riforme strutturali” che oramai non riusciamo neanche più ad elencare tanto rituale e vuota è diventata la litania in questa Italia sgovernata. Ma non ci sono alternative: solo questo uno-due risolve il problema del debito e, paradossalmente, rende possibile aumenti futuri della spesa pubblica per “fare come in Svezia”. Tutto il resto è aria fritta.

E anticipiamo Veltroni e i suoi amici, la cui prossima proposta è senza dubbio una grande caccia agli evasori: anzitutto, non sono abbastanza e, secondo, le tasse riducono l’attività economica anche quando le pagano gli evasori. Questo non per dire che la lotta all’evasione non sia cosa buona; è ottima. Ma è importante abbassare le tasse a chi le paga mentre le si alzano a chi non paga. È sempre lo stesso discorso, se le tasse degli evasori vanno ad aumentare la spesa pubblica, magari assieme ai proventi della patrimoniale, al paese non servono, vista la scarsa produttività della nostra spesa. Perdippiù, questo conto l’abbiamo fatto svariate volte e ci siamo stancati di ripeterlo: ogni realistica e seria politica di lotta all’evasione (a livelli svedesi, tanto per rimanere in scandinavia) non genererebbe risorse sufficienti a ridurre il deficit senza tagliare la spesa. Su questo tema il PD, l’IdV e la stampa di sinistra continuano a produrre propaganda veramente dannosa che alimenta sciocche illusioni nel loro elettorato. Dovrebbero smetterla, fanno solo danno!

Incidentalmente, buona parte delle considerazioni che si applicano alla patrimoniale straordinaria si applicano ugualmente alla dismissione di beni pubblici. Non è che questa non sia una buona idea, non fa necessariamente male ridurre il debito o rendere più produttivi immobili e altri attivi che ora vengono sotto-utilizzati nel settore pubblico. Ma un’entrata una tantum e non può risolvere il problema se al tempo stesso non si raddrizza il bilancio. La chiave resta sempre e comunque la riduzione della spesa. Senza quella, gli effetti della dismissione saranno temporanei e tra 4-5 anni saremo punto e a capo. Meglio, anzi necessario ed u rgente, iniziare dalla cura vera, non dai palliativi. Son vent’anni che il paese si alimenta di cerotti temporanei e le condizioni dell’infermo peggiorano continuamente.

Chi colpisce la patrimoniale straordinaria?

Ma i super-ricchi no? Quel 10% di infami che si sono appropriati, chissà con quali subdoli mezzi, del 47% della ricchezza, no? E chi sono poi questi infami che vanno perseguitati, munti, tosati, affinché i nostri politici possano continuare a spendere e spandere? La risposta più semplice è: sei tu che leggi, magari con qualche anno in più sulle spalle. Com’è possibile? Non è solo il 10% più ricco? È possibile. Ma è un discorso un po’ più lungo, che facciamo in un altro post. Non solo è possibile, ma spiega anche bene perché una tale tassa viene vista così male dal ceto medio, che non è (informiamo Veltroni) composto principalmente da ricchi ereditieri.

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