Quando un Leone si risveglia…

In una notte insonne, qui in Indiana, avvolto tra mille coperte e altrettante nostalgie, ho pensato alla Venetia che mi sembra uno splendido sogno lontano, perso qui, come sono, tra pianure immense senza prospettive di montagne, ma neppure di mare, in una distesa indistinta di neve.

Ma in qualche modo il pensiero non mi era grave, anzi.

Credo che questo risveglio mediterraneo, questa volontà di liberarsi di tiranni, che spesso, improvvidamente, tali popoli stessi si sono scelti a guida, nei decenni passati, si diffonderà anche alle sponde adriatiche, in fondo ITA ha potuto letteralmente rispecchiarsi nel proprio destino venturo, semplicemente guardando dall’altra parte dell’Adriatico, alla Yugoslavia, invenzione altrettanto artificiale, spazzata via dalla storia.

Il Leone di San Marco non è mai morto.

Dorme.

Ma il suo risveglio non è semplice, non basta il bacio di una principessa. Un risveglio complesso, tuttavia, e doloroso, prelude ad un altro millennio almeno di veglia, in cui due secoli di servaggio appariranno come una parentesi in millenni di libertà.

Il Leone dorme ma i suoi artigli e la sua criniera li conosciamo bene, li sfioriamo ogni giorno con la punta delle nostre dita, come quando si cammina in un campo di grano e si gioca con le spighe, che si flettono e poi tornano maestosamente ritte. Siamo solo lievemente più violenti e meno costanti del vento, che gioca con loro allo stesso modo da tempo immemorabile.

La criniera del leone, il suo manto, sono le vestigia dell’immenso passato di libertà, che tiranni di varia estrazione e generalmente di simile, infelice destino, hanno tentato di strappare – la violenza subita da Venezia certamente non si potrà perdonare, neanche dopo che avremo ricostruito tutto ciò che quella figura meschina che dà forse luce alla Francia, ma ne getta una fosca sull’umanità tutta, l’Infame – hanno tentato, ma senza riuscirsi.

Perché il sonno del Leone è quello delle migliaia di ville venete che il tempo e la nequizia degli uomini non sono riusciti a distruggere, e a cui noi, una per una, ridaremo in un modo o nell’altro l’antico splendore; il sonno del Leone è quello dell’arcipelago della Laguna, e di nuovo ognuna di queste isole degradate dall’occupazione straniera, immiserite dall’incuria prima sabauda poi italica, sarà riportata a nuova vita; il sonno del Leone è quello delle università, ancora parzialmente in mano a fidi servi dell’immondo tricolore, ma anche ormai luogo ove qualche giovane, pochi certo, ma buoni, comincia a crearsi la propria nicchia, e ad interagire con la comunità scientifica internazionale; il sonno del Leone è quello di tutti gli altri monumenti, compresi quelli naturali, di un tempo infinitamente lontano in cui Dio diede in dono ad una terra tutti i più grandiosi spettacoli del paesaggio, dalle Dolomiti al mare; il sonno del Leone è quello di Padova, violentata dai Savoia e dai loro turpi discendenti fino ad oggi, e che tornerà ad essere una città di canali, poiché i canali, oscenamente coperti dall’asfalto, ancora ci sono.

Il Leone è vivo, nei nostri cuori, ma anche nella terra e in tutte le sue pieghe, nei manufatti umani e in quelli divini.

Quando un Leone così si risveglia, tutto il mondo ode il suo ruggito. Quasi tutto quel che è stato costruito dallo Stato conquistatore dopo il 1866, a ben vedere, è orribile. Hanno voluto umiliare anche urbanisticamente la Serenissima e tutti i suoi domini di terraferma. Si percepisce la mano straniera perfino nel viadotto che unisce Venezia alla terraferma, si percepisce la mano straniera in ogni manufatto posteriore al 1866, e quasi simbolicamente, quella specie di ponte che vorrebbe rivaleggiare con Rialto o l’Accademia, è stato commissionato ad un architetto straniero per la stessa ITA. Come quell’innocua e buffa cosa che è il Mulino Stucky, frutto delle fantasie post-industriali e tardive di un inglese.

Tutto questo vuol dire qualcosa.

Il paesaggio montano e le ville venete reclamano, insieme a tanto altro, e a più di quattro milioni di individui, una celere, meditata redenzione. Certamente non tutto quel che da l’Infame in poi è stato sottratto a questa terra, o è stato semplicemente distrutto per invidia del bello e del buono, potrà ritornare. Ma molto, sì. Non vuol dire che non si potrà salvare qualcosa del periodo coloniale, ma generalmente si tratterà di manufatti voluti da privati, e per non sprecare inutili risorse ci terremo cose come il Tribunale di Padova, uguale a quello di Brescia, ma solo perché si tratta di un tribunale (lo stesso vale per ospedali, e in alcuni casi, strade), e dunque non un luogo veramente ameno. Non vuol dire che saremo preda di stupido misoneismo: il fatto ad esempio che Jesolo stia diventando una specie di Miami alla fine è positivo, un grattacielo sul mare, o anche molti, possono benissimo integrarsi nel paesaggio. Certamente, il Provveditore all’Ambiente della Venetia libera dovrà confrontarsi con molti problemi, dai capannoni dismessi al degrado dei centri urbani, alle migliaia di edifici abbandonati. Ma il cuore della Venetia, la sua pianura, le sue montagne, la sua laguna, il suo mare, i suoi fiumi, le sue colline (esiste altra terra al mondo che abbia concentrato in uno spazio piccolo tutto questo?) sono vivi.

Dormono. Dormono il sonno dei giusti, temporaneamente umiliati da un destino di servaggio.

Dormono come il Leone di San Marco. Pensavano di averlo ucciso, questi bracconieri sabaudi, ma ciechi e zoppi come sono non potrebbero stanare una lepre malata.

Il Leone dorme, certo, ma lentamente si muove, distende le zampe, sfodera a tratti un artiglio. Distrattamente sbadiglia, ma per ogni sbadiglio, anche se solo per un istante, rilucono le sue zanne.

Vive. Come San Marco. La loro immensa forza ci guida.

La libertà è sempre più vicina.

Paolo L. Bernardini

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