Prodromi di una Guerra Globale

Che questa sarebbe stata un’estate bollente, e non mi riferisco alla metereologia, lo sapevo fin da Gennaio, ma gli eventi che si sono susseguiti nella primavera delle rivoluzioni arabe, e le relative conseguenze che ancora sono imperscrutabili e interconnesse nell’economia mondiale, e la inattesa direzione presa dalla politica americana e il soggiaciente ribollire, hanno superato ogni più estrema aspettativa.

Stasera si apprende la notizia delle dimissioni del presidente di Standard&Poor’s, Deven Sharma, che a fine anno sarà sostituito da Douglas Peterson, attuale amminstratore delegato della Citibank (una delle banche che ha seriamente rischiato di essere spazzata via nel 2008 e che ha ricevuto attraverso il meccanismo dello “alleggerimento quantitativo” ingenti somme che le hanno evitato la bancarotta). Se vi domandate se c’è qualche legame con il downgrade del debito USA, e la reazione di Obama, ebbene si, c’è e non è nemmeno troppo nascosto: vedi qui.

Ora viene da domandarsi, quanto seria è una agenzia di rating che controlla i suoi clienti e che se non fa la “cosa giusta” si ritrova sotto scacco come è accaduto con S&P? Quale credibilità ha una simile agenzia?

Dobbiamo farci il callo. Occorre rendersi conto che dal 2008 (per la verità già dal 2007) una crepa si è aperta, e questa crepa non si fermerà fino a che non ha sfasciato tutto. Lo farà inesorabilmente, per quanto ci si ostini a darci contro, perché la finanza si scontra con la il mercato reale. Mano a mano che la situazione si compromette si avranno notizie clamorose a catena ad un ritmo più rapido, cose che prima occorrevano ogni dieci anni adesso capitano nel corso di un anno.
Quante altre notizie più o meno sconcertanti sentiremo prima della fine di questo lungo anno che sembra voler dar ragione alla teoria Maya, è un mistero, ma dobbiamo essere pronti a sentirle.

Quando nell’inverno del 2007 parlai con un amico investitore nel Forex di una notizia che avevo casualmente letto su una legge USA contro la discriminazione che in pratica si era tradotta nel far pressioni alle banche di prestare per comprar case (programma Clinton poi potenziato da J.W. Bush), pressioni ben accolte dalle banche che l’hanno “monetizzata”, notizia che collegata al noto indebitamento privato dei cittadini stelle-e-strisce mi indusse a cercare maggiori informazioni fino a quando non trovai dei video di Eugenio Benettazzo in cui dava una spiegazione sui derivati che incorporavano quel debito, convenemmo che qualcosa non funzionava, e lo esortai a essere cauto sulla sua posizione in dollari. Poi puntualmente a fine Luglio 2008 la seconda onda preceduta da quella premonitrice di un anno esatto prima, arrivò e spazzò il mondo finanziario globale.
Ecco, se a quell’epoca intuimmo grazie ad informazioni lette quà e là e al sinistro segnale visto nell’estate del 2007, che presto sarebbe accaduto un crac, ebbene allora non capii che quella era solo la punta di un ben più grosso iceberg, che proprio nell’isola dei ghiacci, l’Islanda, si sarebbe mostrato nella sua grandezza, ma ancora la portata del mostro non era chiara, sebbene noi ben consci dei pasticci finanziari che l’Italia ammucchia da decenni non potevamo non prevedere quanto grande fosse il mostro.
Ebbene il mostro, se possibile, è ancora più grande di quello che appariva, ed oggi forse si inizia a vederne le dimensioni reali.
Certo, chi è alle leve dei comandi sapeva bene com’era la situazione, ma noi lontani da quel pulpito di comando possiamo solo dedurre, perché noi siamo sudditi e viviamo in una democrazia a libertà vigilata, che d’altra parte pare sia così gradita alla maggioranza di tali sudditi.

La recente dichiarazione Obama-Sarkozy di misure “concertate” (parola magica che nasconde sempre qualche traffico che non si vuol far capire bene cosa sia, perché inevitabilmente riguarda il dare da mangiare al mostro) non lascia ben sperare.
Il primo ministro francese è ultimimamente molto attivo, e pure l’assemblea lo è, perchè la Francia è in guai seri. Ad avercela mandata è stato il comportamento dissoluto dei politici italiani, ed ancor più quello dei politici greci ai quali và il merito di avere acceso la torcia che in una staffetta sembra spostare il testimone della bancarotta rimbalzandolo da un paese all’altro.
La Francia si è impegnata di suo a finire nei guai perché è un paese fortemente centralista che per alimentare il suo sistema che comprende un generoso welfare state si è fortemente indebitata a dispetto delle notevoli risorse che il paese dispone.
E’ nei guai anche perché ha comprato 1/4 del debito pubblico italiano, che a sua volta si è ingrossato per comprarsi una fetta di quello greco. Così la Francia oltre ad essersi comprata anch’essa debito greco direttamente, ne ha indirettamente una quota dentro a quello italiano.
Come le banche francesi siano arrivate a comprarsi una simile montagna di debito pubblico italiano, sarebbe interessante da capire.
La settimana scorsa il governo francese si riunì in una seduta di emergenza convocata da Sarkozy per studiare le misure per contenere e comprimere il debito pubblico, con l’annuncio di drastici tagli alla spesa ed un piano di austerità.
Ed è della settimana scorsa la dichiarazione congiunta Merkel-Sarkozy sulla ipotesi di tassazione delle transazioni finanziarie, la Tobin Tax. Un’ipotesi che sembra essere di più nella testa di Sarkozy che l’ha anche perorata presso il presidente USA, ipotesi che invece già stata bocciata dall’Olanda.

E’ certo però che in questa orgia di dichiarazioni congiunte e promesse di misure, le uniche vere misure che si dovrebbero prendere non vengono prese: alleggerire lo stato, rimuovere grosse fette del welfare che genera inefficienze, rimuovere gli adempimenti burocratici parassitari a cui sono costrette le imprese, in particolare quelle europee.

Anche la Germania ha le sue mancanze. Per anni i suoi banchieri hanno agito in modo sconsiderato comprandosi montagne di derivati spazzatura dagli americani, e che ha portato le principali banche tedesche ad essere sottocapitalizzate salvo la manovra salva banche deciso dal governo Merkel nel 2009.
La Germania però è l’unico grosso stato del mondo occidentale che potrebbe tranquillamente ripagarsi questa leggerezza, se non fosse che è impigliata con l’euro, e con esso è agganciata al pachiderma nel negozio di cristalli: l’Italia.

Sappiamo che l’euro nasce come succedaneo dello SME, che a sua volta fu pensato per favorire gli scambi commerciali nell’area della comunità europea. Tuttavia l’unificazione della Germania dopo la caduta del muro nel 1989, indusse i mercati a pensare che il nuovo grande paese bastasse da solo a calamitare verso di se le energie dell’Europa. Fu così che da parte francese vennero spinte per ricostituire un asse franco-tedesco che come cardine usasse una moneta unica. In tal modo i francesi pensavano di contenere la potenza tedesca, ma a distanza di vent’anni il boccone si è rivelato troppo grosso da ingerire. L’Italia, già uscita dallo SME e di fatto andando in default per il 30% del suo debito che colpì principalmente gli stessi italiani che lo detenevano in larghissima maggioranza, scalpitò per entrare nell’euro. Se non lo faceva poteva alimentare gli indecisi che ancora non sostenevano la secessione promossa dall’allora Lega Nord che aveva ancora persone di rilievo, come Gianfranco Miglio o Giancarlo Pagliarini, e scatenare una nuova corsa al ribasso con il downgrade del debito in un ambiente politico estremamente instabile.
I tedeschi non volevano saperne di avere l’Italia nel club dell’euro, e fu la Francia probabilmente a sostenere l’entrata dell’Italia, che così poteva bilanciare la sua debole posizione nei confronti della Germania e del blocco tedesco (Austria e Olanda), forse con l’impegno di comprarsi un bel po’ di titoli di stato italiani come garanzia, un impegno non ufficiale ma realizzato sottobanco da Prodi grazie alle sue connessioni quale ex uomo Goldman Sachs con alcune principali banche francesi, e le condizioni spigolose del trattato di Maastricht imposte dalla Germania sul massimo deficit, sulla riduzione del debito al 60% del PIL entro il 2011 (se notate già l’Italia è fuori dagli accordi di Maastricht, ma nessuno ne parla), con la struttura della BCE ad immagine e somiglianza della Deutsche Bundesbank non a caso a Francoforte, e la solenne promessa che i tedeschi mai sarebbero dovuti accorrere a pagare per i guai degli altri.

Come sappiamo tutto questo è finito nel cesso.

Vale la pena ricordare che quando si costringe un popolo a vedersi sottratte le sue risorse prima o poi si scatenano tensioni, che se non trovano soluzione finiscono prima o poi per trasformarsi in guerra. Per evitarlo devi tenere il popolo all’oscuro e sottomesso comprando i suoi capi, come avviene in Veneto con l’Italia ad esempio. Anche se in certi casi i capi europei sono discretamente vincolati dai grossi operatori finanziari, gli stessi che hanno fatto il pacco dono consegnato nel 2008 e che sono ancora là, e molto spesso collegati dalla “confraternita” della Goldman Sachs, l’Europa non è così legata e la possibilità di tensioni intraeuropee non può essere del tutto scartata a priori, ed è per questo che si vede rinascere un certo nazionalismo.

Tutto questo mentre dalle parti di Waschington si discute per il terzo piano di stimoli, che sembra semplicemente ricordare la metafora di uno che prendere la terza dose di droga mentre precipita da un grattacielo.

Il fatto è che, vuoi il fato, vuoi la sequenza di eventi, vuoi che i tempi fossero maturi e maturassero assieme, il fatto è che quest’anno ci si sono messe le rivoluzioni arabe, lo tsunami a Fukushima, cambiando scenari di geopolitica e di prospettive industriali ed energetiche, con un nordafrica che potrebbe riservare ancora altre sorprese.
E così si innesta la Cina, il gigante demografico e quindi economico, con i suoi diversi problemi interni ancora irrisolti, con grosse produzioni senza clienti (incluso interi quartieri disabitati) che contribuiscono ad alimentare l’inflazione, oltre a molte altre tensioni interne economico-politiche, che contribuiscono ad innervosire i suoi vertici che si trovano nella situazione difficile di essere sia i più grandi creditori degli USA che a sua volta è uno dei loro principali mercati di sbocco e il blocco occidentale il loro principale mercato in assoluto, al punto che da oltre un anno vi è una spinta a fare emigrare cinesi in Africa meridionale (Ghana, Rep. sudafricana, e Zimbabwe soprattutto) per aprire nuovi mercati secondo la collaudata strategia usata con l’Europa e gli USA dove gli emigrati cinesi fungono da veicolo per le esportazioni, con una pressione tale che in Ghana, ad esempio, la popolazione inizia a essere infastidita dalla concorrenza cinese che distrugge la economia locale. Palliativi, ovviamente, più che altro finalizzati a comprare a buon mercato petrolio.
La Cina non è solo esportazione, ma anche importazione. E se la Cina và in crisi, in parte ci và anche lo stesso occidente, e soprattutto la Russia, la cui economia è sostanzialmente basata sulla esportazione di materie prime, e possono essere visti come gli sceicchi del 21esimo secolo vista la loro bassa propensione ad investire in sviluppo e ricerca come invece fa la Cina.

Per correre ai ripari pare che l’oro sia il rifugio primario, il cui prezzo ha raggiunto il record di US$ 1900/oz. Il governo cinese paventa l’idea di volerlo usare come fondamentale per le transazioni (salvo forse andare su un più assennato paniere di beni, come proposto dal nostro economista Lodovico Pizzati un paio di anni fa nell’ipotesi di una moneta con sottostante fondamentale), Hugo Chavez rivuole il suo oro dato in custodia in UK, e in Svizzera si preparano bunker sotto le Alpi per contenere oro. Ma investire in oro potrebbe riservare qualche amara sorpresa se dovesse essere implementato il paniere di beni come sistema di riferimento fondamentale.
Nel problema oro si innesta anche un’altra questione: quella del riciclaggio di danaro sporco.
E se si fantastica su tasse pan-atlantiche sulle transazioni finanziarie, è facile che quelli alle leve di comando possano immaginare qualche fantasiosa soluzione per limitare le transazioni in oro.
Questi in fondo si credono tanto onnipotenti da non rendersi conto che fuori gira il mondo.

Tuttavia la corsa all’oro è un segno di mancanza di fiducia sul sistema che assicura valore ai titoli, ed in particolare la cartamoneta ance se essa fosse rappresentata da un paniere di beni, perché in caso di devastazione delle istituzioni che ne assicurano la conversione non sarebbero in grado di garantirla. La corsa al franco svizzero è analoga, cioè assicura liquidità mentre si fa fede su uno stato che ha dimostrato nella storia (e dimostra caparbiamente tuttoggi) di restare chiuso a riccio nelle sue Alpi.
Il titolo apriva aleggiando possibili spettri di una guerra globale, per ora una ipotesi ancora remota, ma gli effetti di una devastazione del sistema finanziario potrebbero non essere troppo diversi, seppure per fortuna diversamente cruenti, di quello che potrebbe risultare da una guerra.
Il diario resta ancora con molte pagine bianche, l’estate non è ancora finita e si capisce già che il decorso sarà ancora molto lungo e rischioso. Non sarà solo questione di finanza, e le trattative per le rese dei conti potrebbero portare a tensioni, sociali locali o anche interstatali, in un vortice pericoloso.
Spinte nazionaliste e protezioniste/autarchiche possono svilupparsi assieme a reazioni popolari che potrebbero andare dal semplice brontolio a reazioni molto più evidenti e concrete.
E possibili opzioni per uscire da una impasse che attanaglia soprattutto l’Europa potrebbero essere imperscrutabili agli occhi della gente poco attenta ai segni posti tra le righe.

Claudio G.

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