Archive for month: giugno, 2012

AZIONARIATO POPOLARE, PARTE DA OGGI IL COMITATO “TREVISO IO CI SONO”

Anche Indipendenza Veneta sostiene Consorzio Universo, il basket Treviso e Riccardo Pittis

E’ stato presentato oggi in Piazza dei Signori dagli ex capitani della Pallacanestro Treviso Riccardo Pittis, Paolo Vazzoler, Massimo Iacopini, Adriano Zin, con l’appoggio di tanti altri ex e attuali giocatori e del Consorzio UniVerso Treviso, il progetto di azionariato popolare del Comitato “Treviso Io Ci Sono”.

Le quote minime per aderire sono da 100,00 € in su. Per aderire basta fare il versamento della quota desiderata all’IBAN

IT70B0503561820050570496011

e comunicare il proprio nome e cognome e il proprio codice fiscale. Il beneficiario da inserire nel bonifico è il COMITATO “TREVISO IO CI SONO”. Nel caso l’iniziativa non andasse a buon fine, in ogni caso le quote saranno interamente restituite a coloro che le hanno versate.

All’iniziativa ha aderito con entusiasmo anche Indipendenza Veneta, per cui oggi erano presenti, tra gli altri, Alessandro Panto e Gianluca Busato.

Tutti i nomi di coloro che verseranno la quota di adesione all’azionariato popolare saranno stampati sulle magliette della nuova squadra di basket di Treviso.

Il 30 giugno scade il termine per l’iscrizione della Pallacanestro Treviso al campionato, per cui le quote vanno versate entro al massimo venerdì 29 giugno prossimo (visti i tempi tecnici necessari).

L’obiettivo che si propone il comitato è di raccogliere in questi giorni 2.000 sottoscrizioni.

Forza ragazzi, il grande cuore di Treviso ce la deve fare!
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Indipendenza Veneta per difenderci dal neo-comunismo di Beppe Grillo

Articolo originale: http://indipendenzaveneta.net/indipendenza-veneta-per-difenderci-dal-neo-comunismo-di-beppe-grillo/

La politica italiana non è comprensibile se per leggerla non si inforcano gli occhiali della storia di questo sgangherato stato.
Guardando alle vicende dell’oggi ci accorgiamo quindi che la pseudo-rivoluzione in atto da parte dei grillini è tutto fuorché una sorpresa e che la speranza che possa portare a un cambiamento in tempi più o meno rapidi è tanto probabile quanto si è rivelata credibile la promessa della rivoluzione leghista negli ultimi vent’anni. Essa si nutre del fallimento dei partiti che l’hanno preceduta, ma porta in sé i germi del proprio naturale e annunciato fallimento.
Noi veneti possiamo per fortuna scegliere se restare ancorati al Titanic italiano, oppure se continuare a far parte del mondo civile.
Non è questa la prima volta che lo stato italiano attraversa una crisi politica che pare quasi sistemica. Ad ondate che possiamo identificare con una periodicità circa di quindici-vent’anni questi fenomeni si sono succeduti con risultati tra loro molto simili.
Con uno sforzo di sintesi si possono riassumere le seguenti fasi storiche che hanno caratterizzato la vita politica italiana:

  • Destra storica 1861-1876 (nata in Piemonte nel 1849)
  • Sinistra storica, trasformismo, crispismo e crisi di fine secolo 1876-1903
  • Giolitti e l’italietta (1903-1921)
  • Fascismo (1922-1945)
  • Dopoguerra, governi a guida dc di centro-destra (1948-1958)
  • Centro-sinistra e compromesso storico (1958-1980)
  • Pentapartito e craxismo (1981-1992)
  • Leghismo e berlusconismo (1993-2013)
  • grillismo (2013) ?

La caratteristica delle fasi politiche che hanno caratterizzato la storia dello stato italiano è stata l’alternanza tra momenti di ingovernabilità totale e il populismo che talvolta è sfociato nella violenza contro gli stessi cittadini.
Lo stato non è mai stato in grado di riformarsi in modo sostanziale nella sua forma e anche il passaggio da monarchia a repubblica, così come il fascismo, mai ne hanno mutato neanche minimamente l’assetto strutturale.
L’ossatura amministrativa dell’Italia, di derivazione francese e napoleonica, è sempre stata centralista, basata sui grandi ministeri e sui direttori generali della pubblica amministrazione, sull’articolazione territoriale delle prefetture e degli organi di pubblica sicurezza.
I grandi poteri dello stato, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, in Italia da sempre sono stati di concezione intrinsecamente e immutabilmente centralista.
Ogni tentativo di mutare la natura del potere dello stato italiano si è sempre scontrato con un coacervo di interessi incrociati, basati sul parassitismo e sullo sfruttamento delle risorse dei cittadini e delle comunità, che negli anni e nei decenni è cresciuto a dismisura. Tale buco nero di ogni speranza di riforma coinvolge in modo diretto decine di migliaia se non centinaia di migliaia di italiani che sono determinati a ogni costo a non mollare l’osso del privilegio di casta. Ad esso ovviamente poi si aggiunge l’esercito dei peones che del piccolo privilegio hanno fatto un sistema di vita, basato sull’assistenzialismo, sulla raccomandazione, sulla pensione facile, sullo stipendio da poco per fare meno e inutilmente.
Non sono mancati i tentativi anche seri di metter mano a tale struttura diabolica, che oggi si è trasformata in un lusso che noi veneti non ci possiamo più permettere, a pena della nostra esclusione dal mondo civile sviluppato.
Forse il più significativo esempio nella storia italiano è stato quello di Minghetti, che mai peraltro nemmeno si avvicinò alla realizzazione del suo progetto autonomista.
Di fatto ogni anelito di riforma, anche serio e basato su sani ideali e forti principi, si è sempre arenato di fronte all’immutabilità del centro del potere italiano e – cosa non secondaria né trascurabile per ragioni mai sufficientemente analizzate nella loro particolarità.
A ben vedere, i tentativi più seri di metter mano alla forma dello stato si sono verificati nei primi anni della sua esistenza unitaria. Da quando la capitale italiana fu trasferita a Roma, il sistema politico italiano ha visto l’introduzione di una nuova variabile, ovvero la straordinaria capacità di questa città di smussare ogni angolo. Chi ha vissuto per qualche periodo a Roma non può non aver provato una sensazione di benessere che certi versi è magica. Corrompe l’animo. Il ponentino ha la capacità di entrare nelle viscere delle donne e degli uomini e di addolcire ogni proposito bellicoso. Non esiste Parigi, non esistono Londra, Washington, o Berlino. Non esistono nemmeno Istanbul, Madrid né Atene. Roma ha un’atmosfera unica al mondo che rende praticamente impossibile a un esercito di potenziali 700 riformatori sui 1000 che popolano il parlamento italiano di vincere una battaglia di riforma costituzionale.
Per questo non abbiamo dubbi che anche l’esercito di deputati e senatori che Beppe Grillo vuole insediare a Roma non ha la benché minima speranza di sciogliere la matassa mielosa del privilegio parassitario che si nutre del debito pubblico più spaventoso del mondo.
Non ne ha la speranza, perché si legge lontano un miglio che la sua proposta politica è priva di consistenza e purtroppo costruita sull’ignoranza politica. Un fenomeno da baraccone di questa entità ha già scritto il suo inevitabile approdo politico, che sarà il populismo nazionalista mediatico in salsa comunista, allo stesso modo in cui Chavez ha fatto e fa in Venezuela. Quella di Grillo sarà l’ascesa di un nuovo guappo, che per ogni piccola stupidaggine 2.0 che farà approvare saprà creare un grande evento teatrale. Un déjà-vu populista, in salsa comunista, basata sulla spesa pubblica fine a sé stessa. Beppe Grillo rappresenta la quintessenza più genuina del Gattopardo italiano: “bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”.

Risulta chiaro allora che l’unico modo che esiste oggi in Veneto per fermare il comunismo di Grillo, che è destinato a saccheggiare ancor più chi mantiene questo stato colabrodo, si chiama Indipendenza Veneta.

I partiti politici che fino a ieri incarnavano la difesa dei valori veneti oggi sono morti.

Solo Indipendenza Veneta oggi propone un percorso politico serio e concreto, che non prevede il passaggio per Roma per essere attuato. Solo Indipendenza Veneta ha saputo concepire una proposta politica, basata su una teoria e un progetto di grande spessore, che riescono a coinvolgere le menti più preparate del Veneto e le donne e gli uomini che non vogliono né possono accettare la nuova deriva incarnata dal grillismo.

Allora ferma anche tu questa ondata inconcludente e aderisci oggi stesso a Indipendenza Veneta!

Gianluca Busato
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L’ispettore Poaret… di equitalia :(

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Cronache dall’Italia non più unita

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Indipendenza Veneta riempie il vuoto politico lasciato in Veneto dalla liga e dai partiti italiani

Nel congresso lighista veneti sconfitti dall’egemone lumbard Maroni

Se c’erano dubbi nella capacità di Indipendenza Veneta di riempire un enorme vuoto politico emerso in Veneto dopo le ultime elezioni amministrative, oggi ci ha pensato bene la lega a dare l’aiuto definitivo al nuovo movimento guidato da Lodovico Pizzati.
I congressi regionali della lega lombarda e della liga veneta hanno infatti messo in evidenza una frattura profonda all’interno della lega nord, sintomo di un partito che ha imboccato con decisione la parabola discendente che la porterà alla propria morte politica. Finché le cose vanno elettoralmente bene non è un problema dividersi le poltrone e fare buon viso a cattivo gioco, ma quando il partito che fino a poco fa mirava a prendere la maggioranza assoluta dei voti in Veneto, arriva alla soglia del 3%, gli odi ancestrali nel nome del potere fine a sé stesso fuoriescono più forti che mai.
Sembrava impossibile fino a poco tempo fa che la leadership di Gobbo e Zaia fosse messa in discussione, dopo 15 anni di dominio assoluto. Ma grazie al golpe informativo messo in atto dall’ex ministro dell’interno Maroni, il monolite trevisano è stato distrutto. Prima con lo scandalo dei diamanti e dell’utilizzo dei fondi del gruppo del senato da parte di Stiffoni, poi con un affondo dello stesso Maroni che ha messo bene in chiaro che in Veneto bisognava votare Tosi, il suo delfino.
A nulla è valsa la sterile rincorsa di un Bitonci che è rimasto trombato dopo anni di lavoro sotterraneo che oggi è svanito come un pugno di mosche.
La paziente costruzione di una struttura parallela alla liga veneta si è rivelata del tutto inconsistente di fronte all’attacco premeditato di Maroni, che ha saputo dividere la liga veneta come mai era avvenuto prima. Si può ben dire che nemmeno al tempo della fuoriuscita di 7 consiglieri regionali su 8 nel 1998 la liga veneta era così divisa. Allora la diaspora fu infatti principalmente dei dirigenti, mentre la base restò abbastanza compatta. Oggi invece ad essere dilaniata e frastornata è proprio la stessa base.
Ad essere in bilico è lo stesso Zaia, che pur non essendosi apertamente schierato per una delle due parti, appare ostaggio di Tosi e Maroni. Tosi in particolare esercita il suo potere nella sanità regionale, comparto dove ha saputo inserire i propri uomini con un lavoro certosino iniziato ancora nell’era Galan.
Flavio Tosi non è uno a caso. Uomo forte di Unicredit, approda però al timone della liga quando forse è troppo tardi: i voti in libera uscita sono sempre molto difficili da riconquistare, specie per chi non ha più un progetto politico.

È questo lo scenario di estrema incertezza che vede le sezioni della liga veneta spolpate dalle epurazioni. Senza voti, senza fede, senza potere, il destino della lega in Veneto appare segnato.

L’era di Indipendenza Veneta non poteva nascere sotto migliori auspici.

A questo punto non resta che accelerare la transizione verso un futuro di speranza, iscrivendoci oggi stesso al movimento che ha concepito in modo originale il percorso legale, democratico e pacifico per l’indipendenza veneta.

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Via il prefetto, la faccia cattiva del regime italiano!

Il due giugno è stata l’occasione in cui il regime italiano ha mostrato la sua faccia brutta e cattiva. Non è bastato un terremoto, non è bastata la crisi finanziaria, non è bastata la vergogna di una politica ladra e dell’accozzaglia della partitocrazia senza vergogna a far indietreggiare l’Italia di fronte alla richiesta veneta bipartisan di non festeggiare militarmente una ricorrenza che mai come in questa occasione è apparsa tanta vuota quanto sintomatica dell’elettroencefalogramma piatto di uno stato che ha perso il proprio senso di esistere.

Tre sindaci veneti, senza distinzioni di partito, uno di sinistra, uno di destra e un leghista, hanno cercato timidamente di infrangere un tabù vuoto quanto difeso ad oltranza dai pasdaran del privilegio parassitario italico: il tricolore simbolo dello stato unitario.
I partiti, ben pasciuti con il finanziamento pubblico frutto del furto dei nostri soldi, si sono ben guardati dall’appoggiare i loro sindaci e anzi hanno fatto rapidamente terra bruciata attorno a loro, isolandoli, senza distinzioni. L’unica voce politica che senza se e senza ma ha dimostrato loro solidarietà è stata quella degli indipendentisti veneti.

Andiamo però a vedere come lo stato ha pensato di far fare retromarcia a questi sindaci che timidamente si erano esposti mettendo in discussione il simbolo del regime.
Non hanno mosso un dito i vari Napolitano, Bersani, Casini, Bossi o Maroni in prima persona. No: hanno preferito dare l’incarico a degli oscuri rappresentanti del potere centrale, i prefetti.
Allora ci chiediamo se non sia il caso di far emergere la responsabilità politica che questi oscuri signori nascondono dietro l’esercizio di una funzione. Costoro utilizzano la stessa scusa che i gerarchi nazisti hanno fatto propria a Norimbera: eseguono ordini, rifiutando ogni responsabilità.
Non troviamo corretto che queste figure, non elette dal popolo, esercitino un potere che non demanda dalla sovranità popolare, ma dalle articolazioni di potere di un regime corrotto, fallito, marcio, immorale eppur prepotente.
La carica del prefetto va abolita, eliminata, sradicata dal nostro impianto istituzionale. Oggi camminavo in piazza dei Signori a Treviso e notavo tra l’altro una cosa, che dimostra la logica coloniale e odiosa di questo istituto che la storia ci piazza tra i piedi in modo vergognoso, quale rottame ideologico di uno stato centralista morente: la prefettura di Treviso non espone la bandiera della Regione Veneto.
Il prefetto quindi da un lato si fa carico dell’obbligo dell’osservanza della legge in materia di esposizione della bandiera, ma a sua volta ignora bellamente la legge regionale che prevede l’esposizione della bandiera della Regione Veneto da parte degli enti pubblici.
Questa è un’autentica vergogna.
Il prefetto rappresenta la faccia brutta e cattiva del regime italiano morente. Come veneti abbiamo il dovere di chiedere alle prefetture ospitate nel nostro territorio di osservare i nostri costumi e di portarci rispetto. Come possiamo accettare l’imperio di un funzionario nominato da una capitale lontana che impone la sua legge senza rispettare la nostra?

Italia vergogna.

Se qualcuno avesse dei dubbi, riportiamo uno scritto di Luigi Einaudi, purtroppo dimenticato da molti, che si scagliava proprio contro la concezione dello stato dirigista che fu inoculato da Napoleone, lo stesso delinquente della storia che tanto odiò la Serenissima Repubblica di Venezia e tanto invece è adorato da chi oggi, guarda caso, è in prima fila nel difendere l’ossatura istituzionale del dinosauro italiano, ritardando l’indizione del referendum per l’indipendenza del Veneto con monitoraggio internazionale.

Via il prefetto, via l’Italia, via i partiti ladri e corrotti.

Viva l’indipendenza del Veneto!

Gianluca Busato Read more

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