Archive for month: luglio, 2012

Il vuoto politico (e intellettuale) in Veneto lo può riempire solo Indipendenza Veneta

Nascondere il fallimento storico dell’Italia è una bestemmia in Chiesa

Ho aspettato qualche giorno che prendesse una qualche forma il nuovo incubatore politico di Oscar Giannino, Michele Boldrin e altri, più per rispetto per il secondo che per fiducia nel primo, prima di dire la mia, per quel poco che può valere.
E dato che in politica la sintesi è regina, anticipo subito che la proposta a parer mio è una delusione, un’enorme delusione, seppure non una sorpresa.
La delusione non viene dalla diagnosi, ampiamente condivisibile, che così le cose non possono andare avanti. E vorrei ben vedere, se valutiamo che l’impatto dell’attuale crisi è pari a quello di una guerra, almeno a giudicare dall’allargarsi della trasformazione delle nostre aree industriali in autentici e scioccanti cimiteri industriali.
No, la delusione viene dalla terapia proposta. O meglio, dall’accanimento teraupetico. Posso capire che nel corso della propria vita vi siano degli innamoramenti infantili o adolescenziali che in taluni intellettuali divengono dei dogmi di fede. Ma oggi voler nascondere il fallimento storico dell’Italia è una bestemmia in Chiesa.
E continuare a proporre salassi al suo corpo morto è ancor prima che uno sforzo vano, un’autentica perdita di tempo come ben afferma Luca Schenato, con la sua consueta lucidità.
Ho letto le proposte di FiD (Fermare il Declino) e mi paiono una riproposizione, pur argomentata con ben altro spessore, della rivoluzione berlusconiana del 1994. Ben sapendo che hanno altro da fare che leggermi, se potessi farmi ascoltare da loro, rivolgerei una domanda a Giannino e a Boldrin. Chiederei loro ciò che Stalin chiese al Papa: quante divisioni avete per attuare la vostra ricetta?
Oppure, se non ne avete, pensate anche voi di continuare a fare affidamento sui peggiori e più infidi alleati che possiate mai trovare nel vostro cammino, ovvero gli esponenti dal capitale italiano, drogato di assistenzialismo e di politica statalista, da Montezemolo alla Marcegaglia?
È illuminante e per molti aspetti condivisibile anche la sintesi espressa oggi da Linkiesta: in Veneto il vuoto politico (e io aggiungo anche intellettuale) è enorme e ben lontano dall’essere riempito.
In questo panorama credo che l’unico pensiero cui fare affidamento sia quello espresso da un altro economista italiano, Alberto Alesina. Finora la sua è l’unica terapia sensata che mi pare provenire dal mondo accademico, applicabile al caso Veneto e anche all’Italia: Economic Integration and Political Disintegration, per usare il titolo di un suo intervento scritto assieme ad Enrico Spolaore e Romain Wacziarg.
Che in altre parole – quelle che ci riguardano – si traduce nell’unica autentica e legittima alternativa al declino italiano, ovvero l’Indipendenza Veneta.

Gianluca Busato
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Fermare il declino? Fermiamo l’Italia!

Articolo originale pubblicato su http://libertarianation.org/2012/07/31/fermare-il-declino/

Fermare il declino

Non sono interessato alla politica partitica italiana. Non so chi siano gli attuali ministri, non so cosa stiano facendo gli attuali partiti, chi sia a capo di cosa e di sicuro non andrò a votare alle prossime elezioni politiche italiane. Il mio attaccamento dell’emigrante è rivolto verso il Veneto, non guardo telegiornali italiani e vi assicuro che non ascoltare ogni sera le cazzate e le dichiarazioni inutili di una pletora di parassiti vermilingui a Roma è un toccasana per la propria mente e per il proprio buon gusto.

Tuttavia attraverso il web sono venuto a conoscenza del fatto che è nata una cosa nuova che vede tra i suoi promotori, tra gli altri, gente che considero degnissima di rispetto come Oscar Giannino, Carlo Stagnaro e Alberto Mingardi (e anche Giuseppe Bottacin che conosco personalmente e stimo moltissimo). Si chiama Fermare il Declino (FiD) e, da quello che ho capito, non è un partito nuovo. Leggo nel sito che:

auspichiamo la creazione di una nuova forza politica – completamente diversa dalle esistenti – che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica. Cittadini, associazioni, corpi intermedi, rappresentanze del lavoro e dell’impresa esprimono disagio e chiedono cambiamento, ma non trovano interlocutori. Ci rivolgiamo a loro per avviare un processo di aggregazione politica libero da personalismi e senza pregiudiziali ideologiche, mirato a fare dell’Italia un paese che prospera e cresce. Invitiamo a un confronto aperto le persone e le organizzazioni interessate, per costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno.

Quindi non è un partito ma auspicano la creazione di una nuova forza politica, quindi è l’embrione di un nuovo partito, ok. Personalmente ritengo che per fermare il declino dell’Italia l’unica cosa da fare sia fermare l’Italia, ossia la cessazione dello stato italiano nell’estensione territoriale con il quale lo conosciamo oggi, ossia la nascita di diversi stati indipendenti al posto dello stato italiano. Quando un sistema si basa unicamente sul parassistismo della classe politica che a pioggia rende parassita buona parte della popolazione (esproprio dal nord al sud, dai produttori ai consumatori di ricchezza altrui) caricando sul restante il peso di tutto (una delle tassazioni più alte al mondo), non resta altro da fare che terminare quell’esperimento non riuscito di 151 anni caricando ogni popolazione delle proprieresponsabilità e andando avanti con i propri piedi.

Le dieci proposte di FiD sono anche parzialmente condivisibili, per carità, però le trovo del tutto inutili per la situazione italiana per il fatto che ho scritto prima. Le elenco brevemente:

  1. Ridurre l’ammontare del debito pubblico.
  2. Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni.
  3. Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni.
  4. Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali.
  5. Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti.
  6. Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse.
  7. Far funzionare la giustizia.
  8. Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne.
  9. Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni.
  10. Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo.

Penso che siano cose normali per una normale liberaldemocrazia, cosa che lo stato italiano non è, e quindi viste come rivoluzionarie. Ritengo quindi che FiD sia un progetto inutile, e scusate la franchezza. Nonostante la normalità (pure troppo) delle proposte, queste sono del tutto inattuabili nel contesto italiano. Uno stato centralista che si trasforma in federalista? E la Sicilia come farebbe a rimanere in Italia? Far funzionare la giustizia? E la casta dei magistrati che arresterà per lesa maestà per primo? Giannino o Stagnaro? Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti? E quando ci saranno scioperi a oltranza del settore publico non si capitolerà? Un partito che in Italia volesse attuare questonormale programma dovrebbe avere almeno il 70% dei consensi per scardinare il parassitismo democratico italiano. Fattibile?

Quello che voglio dire è che il tempo, le energie e il denaro sono limitati e spendere questi tre fattori in azioni che probabilmente non porteranno a nulla è un peccato. Il mio è un discorso pessimista/massimalista? Non lo so, ma credo che lo stato italiano sia un male da superare e non da riformare (perché inattuabile).

Luca Read more

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La crisi dei debiti sovrani stronca l’illusione dell’autonomia. Indipendenza Veneta unica salvezza

 

C’è già una prima vittima illustre nella crisi economico-sociale che in questi giorni attanaglia la vecchia Europa, in particolare quella del sud. In attesa di sapere che fine farà l’euro e gli stati più esposti con debiti spaventosi, vergognosi e ingiustificabili, il primo cadavere che affiora sul mediterraneo è il sogno dell’autonomia possibile.

L’unica salvezza per noi si chiama Indipendenza Veneta.

Per decenni anche il Veneto è stato ostaggio dell’illusione politica portata avanti dalla lega nord e da alcuni piccoli partiti venetisti che fosse possibile ottenere dallo stato centrale la concessione di forme di autonomia. L’esempio che tutti i politici autonomisti citavano era sempre quello: la Catalogna.

Oggi la Catalogna ha accumulato un debito monstre di 41,6 miliardi di euro pari a più di un quinto del proprio pil.

Ma come è potuto avvenire che il sistema federale tanto decantanto dai politici di casa nostra come modello da imitare nel corso di questi anni sia riuscito ad indebitarsi in un modo così impressionante?

In passato alle regioni spagnole veniva riconosciuta l’autonomia di spesa, ma non potevano determinare le entrate. Il risultato fu la completa deresponsabilizzazione politica di tali enti, che fino a metà degli anni ’90 coprivano i propri fabbisogni con trasferimenti statali (che coprivano circa il 70% delle spese, con eccezione di Paesi e Navarra, già autonomi anche fiscalmente, secondo il regime di autonomia definito “forale”).

Dal 1993 fu introdotto progressivamente un ampliamento dei poteri impositivi regionali anche a tutte le altre 15 comunità autonome in regime “comune” (tra cui la Catalunya), che attraverso diverse fasi e riforme del sistema di finanza pubblica ha aumentato la loro autonomia anche fiscale, con la cessione di maggiore tributi statali, inclusi i poteri impositivi. I tributi ceduti pur continuando ad essere di titolarità statale, vengono quindi devoluti – parzialmente o in toto – sia nel rendimento sia nella gestione alla singola regione. Le comunità autonome godono quindi del 33% del gettito dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (con una serie di facoltà nella definizione dell’imponibile e dell’aliquota) del 35% dell’iva, del 40% delle imposte sugli idrocarburi, tabacco, alcol e birra e la totalità delle imposte sul patrimonio, successioni e donazioni, sulle trasmissioni patrimoniali e sugli atti giuridici documentati e del gettito delle imposte sull’elettricità ed immatricolazione dei veicoli, dell’imposta sugli idrocarburi e e della tasse sul gioco.

Il giochino ha funzionato per diversi anni, permettendo in particolare alla forza politica egemone in Catalunya, Convergència i Unió (CiU), di crearsi una rete di consenso politico basato anche e soprattutto sulla propria capacità di gestire la spesa pubblica a fini politici. Il risultato pareva interessante e a tutto vantaggio dell’autonomia, mentre in realtà il sistema nascondeva l’inefficienza di una deresponsabilizzazione congenita presente in un sistema autonomo, che vede sfuggire la responsabilità politica di chi mette in pratica un regime di spesa pubblica divenuto nel tempo folle, seguendo la chimera populista e socialista tanto in voga in Europa, purtroppo. È bastato quindi che scoppiasse la bolla immobiliare per far emergere il bluff, per citare il mio amico Claudio G. Hutte, e far saltare la partita di poker dei politici autonomisti catalani e rendere insostenibile un gioco basato sull’irresponsabilità.

Il default catalano segna anche la grave crisi di CiU e del sogno politico autonomista iniziato storicamente con Jordi Pujol e oggi portato avanti da Artur Mas.

Tradotto in termini veneti, l’esempio catalano dimostra anche la fine del sogno della lega nord (Łiga Veneta) e dei mille tentativi autonomisti che ancora oggi pensano di continuare a portare avanti un gioco basato sull’irresponsabilità politica e della spesa pubblica facile, che determina il fenomeno del voto di scambio democratico, che baratta il consenso politico con un oceano finanziariamente incolmabile di piccoli privilegi al popolino, che distruggono prima di tutto culturalmente e poi economicamente anche i tessuti competitivi più forti.

Con la crisi finanziaria dell’eurozona a nostro avviso muore – in termini generali – l’intero pensiero politico populista e socialdemocratico europeo e tutte le sue derivazioni locali, comprese quelle autonomistiche. Solo una completa e RESPONSABILE indipendenza politica può permetterci di avere il futuro che ci spetta, liberi dalle promesse dei politici, dai loro sprechi e dai debiti che ammazzano le giovani generazioni, ma anche il presente.

Coi schei no se schersa.

Gianluca Busato
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Indipendenza Veneta: Pomini si dimetta da presidente Ascom, per il bene di Treviso

Entra nel vivo il dibattito nella città di Treviso, in previsione del rinnovo dell’amministrazione comunale che avverrà nel 2013, con probabile conclusione del ventennio di occupazioni leghista del potere.

Oggi si registra il duro attacco di Indipendenza Veneta ai vertici dell’Ascom di Treviso, accusati di passività e connivenza con i poteri forti che stanno causando lo svuotamento e la devitalizzazione della città di Treviso.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa del movimento indipendentista, pubblicato in originale qui.

Indipendenza Veneta: “A Treviso serve un nuovo slancio vitale”

Gianluca Busato: “Pomini si dimetta da presidente Ascom, per il bene della città”

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SUSEGANA, 7 LUGLIO: FESTA NAZIONALE INDIPENDENZA VENETA

Memorial Roberto De Nadai

La festa apre nel pomeriggio. Ci saranno giochi per i più piccoli, prosecco e spritz, con stuzzichini vari per i piu grandi. Stand gastronomico per la cena. Birra alla spina a fiumi e tanto divertimento per un giusto relax, prima delle prossime attività per l’indipendenza veneta. Alla sera vi saranno comizi con i più importanti rappresentanti del movimento. Tra gli altri interverranno:

  • Prof. LODOVICO PIZZATI – Segretario Indipendenza Veneta
  • Avv. LUCA AZZANO CANTARUTTI – Presidente Indipendenza Veneta
  • Avv. ALESSIO MOROSIN – Presidente onorario Indipendenza Veneta – già Consigliere Regione Veneto, avvocato difensore
  • dei Serenissimi Read more
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Un esempio di eccellenza veneta nella sanità

Il 25 giugno scorso a Treviso si è tenuta l’inaugurazione di Fisio Medical Center, un nuovo centro medico riabilitativo che costituisce un esempio di eccellenza della sanità veneta.

Abbiamo intervistato il presidente e fondatore di Fisio Medical Center, Ivan Santolin. Nato a Treviso nel 1975 e residente a Paese, da bambino coltiva la passione per il calcio arrivando anche a giocare in ambito professionistico. Fino a quando, a causa del vaccino somministrato durante il servizio di leva, cominciò ad avere i primi sintomi che lo fecero abbandonare la promettente carriera calcistica. E’ stato proprio questo episodio a spingere Ivan ad iniziare a studiare metodi alternativi di cure, poiché la sanità convenzionale non gli dava cure significative.  Read more

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