Curtarolo, un’altra bellissima tappa (senza bugie)

paolo_bernardini_2_websiteHo avuto il piacere, il 19 febbraio, di parlare ad una sala piena a Curtarolo, località che mi è cara se non altro per il lungo soggiorno che vi fece, nella propria villa, Pietro Bembo. Piena, la sala, non solo di persone, ma di entusiasmo e voglia di rinascita. Ho avuto l’onore di parlare assieme a Michele Favero, Luca Azzano Cantarutti, e Gianfranco Favaro. Siamo in giorni in cui i nodi vengono al pettine, i nodi della trista politica italica, e son nodi tali da spezzare anche il più solido dei pettini. Ho iniziato ricordando le parole di Goethe, dedicate al Sacro Romano Impero: “uno scheletro senza carne” cui occorreva por fine, la cui agonia occorreva terminare. Perché la carne che rende vivo un corpo politico, la coesione, la condivisione di scopi comuni, la capacità di far fronte insieme ai nemici e non litigare tra fratelli, il consenso, se non l’entusiasmo, la fiducia, se non la speranza accesa, non vi erano più. E, facendo un grandissimo complimento all’Italia, ho portato questo paragone. Siamo in questa situazione. Non è così nel resto del mondo, di cui ho parlato, concentrandomi sulla Bulgaria, e il Kazakhstan, dove sono stato di recente.

Ma gli eventi del giorno hanno inevitabilmente attirato la mia attenzione.

Siamo in un teatrino così italiano, ovvero così surreale, che ad ogni nuova scena stento anch’io a credere che si possa scendere così in basso, come se il palcoscenico fosse su di un piano inclinato verso gli inferi: ma in fondo diceva un poeta della mia terra, la Liguria, Eugenio Montale, che non c’è limite al peggio, ed Edoardo Sanguineti, un altro poeta, e sempre della mia terra, gli faceva eco tardiva parlando dell’ “infimo dell’imo”.

E’ così strano, e straniante, poi, per me, sentire che un sedicente liberale classico – siamo in così pochi che ci contiamo sulla punta delle dita, in Italia – si inventa tutto un curriculum accademico inesistente, gabbando perfino due scienziati dell’economia in odore di Premio Nobel (che certamente verrà assegnato loro, e me lo auguro davvero, per l’economia, ma non per la furbizia), millantando titoli che solo in Italia sono considerati di valore, perché se non si è “dottò”, non si è nulla. Che amara amarezza, che triste tristezza, per parafrasare ancora Edoardo Sanguineti.

Mi era capitato di sentire un intervento pubblico di Giannino in diretta, sull’altipiano di Asiago, e sul web un altro, nel quale ultimo affermava di aver conseguito un Master a Chicago, come è noto una delle maggiori scuole di economia liberale del mondo. Un Chicago Boy, però, il Giannino non è. Ma la domanda che mi pongo è questa: cotali personaggi hanno un rispetto così basso del loro pubblico, li ritengono davvero una massa di bestie non in grado di verificare con minimo sforzo le loro credenziali anche solo con mezz’ora al computer? Se una volta le bugie avevano le gambe corte, il sistema della comunicazione globale ha incollato loro le gambe ai piedi: non sono più corte, sono proprio inesistenti.

Sinceramente evito sempre di parlare dei politici italiani, perché sia in quanto “politici” sia in quanto “italiani” non appartengono al mio orizzonte spirituale. Ma su questo caso miserabile mi permetto di spendere qualche parola, perché mi sento, come liberale classico, profondamente tradito. Ho repulsione profonda per i mentitori, e soprattutto per chi mente pensando di rivolgersi ad un pubblico di trogloditi ritenuti perfino incapaci di smentire bugie così facilmente smascherabili. Un grande pensatore non ha bisogno di titoli. Spinoza produceva occhiali: si intenda, li costruiva artigianalmente, non era Del Vecchio della Luxottica (che spero diventi indipendentista, e ci dia una mano, che… xe ora!). Detesto profondamente i semilavorati del sapere che si appiccicano qualche nozione e sputacchiano qualche citazione, soprattutto se di liberalismo, per gabbare il popolo che non è bue ottuso, ma vacca da mungere ormai perfettamente consapevole del proprio miserrimo ruolo nella fattoria.

Un filosofo tedesco tra i due secoli, Otto Weininger, morto suicida nel 1903, diceva: “Chi mente, non è.” Cosa vuol dire? Che la menzogna non è solo moralmente negativa, come è ovvio, ma condiziona la stessa ontologia, trasforma in essere il non-essere, annulla il mondo. Chi parla parole di menzogna è come se emettesse dalla bocca una bolla di antimateria, che annichila il parlante per primo. E poi si diffonde a far altro danno intorno.

L’indipendenza del Veneto, per tutti noi, è anche la speranza di por fine a tutto questo. Ad un sistema talmente bacato da mettere in circolo la convinzione diffusa che il sigillo di garanzia e qualità dell’individuo sia un titolo di studio, e non quel che è e quel che dice, e soprattutto quel che fa. Per fortuna la legge italiana, credo tuttora, garantiva l’accesso al grado più alto di insegnamento, l’ordinariato, a chiunque indipendentemente dal titolo di studio conseguito, sulla base solo della produzione scientifica. Sarà lo stesso nel Veneto libero.

Uno dei miei sogni di ragazzo, e qui concludo, era quello di poter seguire all’università di Genova i corsi di Furio Jesi, grandissimo studioso di religione, miti, storia, letteratura tedesca. La notizia della sua morte la lessi, con Monica, la mia ragazza di allora, sulla passeggiata di Camogli nel giugno 1980. Il mio sogno non si realizzò perché ero ancora al liceo, e vi sarei rimasto fino al 1982. Furio Jesi non solo non si era mai laureato, ma non si era neanche diplomato. Eppure aveva meritatamente vinto un concorso a cattedre per insegnare letteratura tedesca (una delle tante materie che avrebbe potuto insegnare). Non era un liberale, ma questo non vuol dire. Un maestro è un maestro aldilà del proprio orientamento ideologico. Ha scritto libri bellissimi. A quanto mi risulta, non aveva mai detto di aver conseguito alcuna laurea. Forse, non la riteneva importante. Forse, aveva anche ragione.

A me, a coloro che hanno avuto, al contrario di me, la fortuna di averlo come professore, ai suoi colleghi, e perfino al sistema il fatto che avesse o non avesse la laurea non interessava.

Paolo L. Bernardini

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