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Indipendenza Veneta per difenderci dal neo-comunismo di Beppe Grillo

 

Articolo originale: http://indipendenzaveneta.net/indipendenza-veneta-per-difenderci-dal-neo-comunismo-di-beppe-grillo/

La politica italiana non è comprensibile se per leggerla non si inforcano gli occhiali della storia di questo sgangherato stato.
Guardando alle vicende dell’oggi ci accorgiamo quindi che la pseudo-rivoluzione in atto da parte dei grillini è tutto fuorché una sorpresa e che la speranza che possa portare a un cambiamento in tempi più o meno rapidi è tanto probabile quanto si è rivelata credibile la promessa della rivoluzione leghista negli ultimi vent’anni. Essa si nutre del fallimento dei partiti che l’hanno preceduta, ma porta in sé i germi del proprio naturale e annunciato fallimento.
Noi veneti possiamo per fortuna scegliere se restare ancorati al Titanic italiano, oppure se continuare a far parte del mondo civile.
Non è questa la prima volta che lo stato italiano attraversa una crisi politica che pare quasi sistemica. Ad ondate che possiamo identificare con una periodicità circa di quindici-vent’anni questi fenomeni si sono succeduti con risultati tra loro molto simili.
Con uno sforzo di sintesi si possono riassumere le seguenti fasi storiche che hanno caratterizzato la vita politica italiana:

  • Destra storica 1861-1876 (nata in Piemonte nel 1849)
  • Sinistra storica, trasformismo, crispismo e crisi di fine secolo 1876-1903
  • Giolitti e l’italietta (1903-1921)
  • Fascismo (1922-1945)
  • Dopoguerra, governi a guida dc di centro-destra (1948-1958)
  • Centro-sinistra e compromesso storico (1958-1980)
  • Pentapartito e craxismo (1981-1992)
  • Leghismo e berlusconismo (1993-2013)
  • grillismo (2013) ?

La caratteristica delle fasi politiche che hanno caratterizzato la storia dello stato italiano è stata l’alternanza tra momenti di ingovernabilità totale e il populismo che talvolta è sfociato nella violenza contro gli stessi cittadini.
Lo stato non è mai stato in grado di riformarsi in modo sostanziale nella sua forma e anche il passaggio da monarchia a repubblica, così come il fascismo, mai ne hanno mutato neanche minimamente l’assetto strutturale.
L’ossatura amministrativa dell’Italia, di derivazione francese e napoleonica, è sempre stata centralista, basata sui grandi ministeri e sui direttori generali della pubblica amministrazione, sull’articolazione territoriale delle prefetture e degli organi di pubblica sicurezza.
I grandi poteri dello stato, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, in Italia da sempre sono stati di concezione intrinsecamente e immutabilmente centralista.
Ogni tentativo di mutare la natura del potere dello stato italiano si è sempre scontrato con un coacervo di interessi incrociati, basati sul parassitismo e sullo sfruttamento delle risorse dei cittadini e delle comunità, che negli anni e nei decenni è cresciuto a dismisura. Tale buco nero di ogni speranza di riforma coinvolge in modo diretto decine di migliaia se non centinaia di migliaia di italiani che sono determinati a ogni costo a non mollare l’osso del privilegio di casta. Ad esso ovviamente poi si aggiunge l’esercito dei peones che del piccolo privilegio hanno fatto un sistema di vita, basato sull’assistenzialismo, sulla raccomandazione, sulla pensione facile, sullo stipendio da poco per fare meno e inutilmente.
Non sono mancati i tentativi anche seri di metter mano a tale struttura diabolica, che oggi si è trasformata in un lusso che noi veneti non ci possiamo più permettere, a pena della nostra esclusione dal mondo civile sviluppato.
Forse il più significativo esempio nella storia italiano è stato quello di Minghetti, che mai peraltro nemmeno si avvicinò alla realizzazione del suo progetto autonomista.
Di fatto ogni anelito di riforma, anche serio e basato su sani ideali e forti principi, si è sempre arenato di fronte all’immutabilità del centro del potere italiano e – cosa non secondaria né trascurabile per ragioni mai sufficientemente analizzate nella loro particolarità.
A ben vedere, i tentativi più seri di metter mano alla forma dello stato si sono verificati nei primi anni della sua esistenza unitaria. Da quando la capitale italiana fu trasferita a Roma, il sistema politico italiano ha visto l’introduzione di una nuova variabile, ovvero la straordinaria capacità di questa città di smussare ogni angolo. Chi ha vissuto per qualche periodo a Roma non può non aver provato una sensazione di benessere che certi versi è magica. Corrompe l’animo. Il ponentino ha la capacità di entrare nelle viscere delle donne e degli uomini e di addolcire ogni proposito bellicoso. Non esiste Parigi, non esistono Londra, Washington, o Berlino. Non esistono nemmeno Istanbul, Madrid né Atene. Roma ha un’atmosfera unica al mondo che rende praticamente impossibile a un esercito di potenziali 700 riformatori sui 1000 che popolano il parlamento italiano di vincere una battaglia di riforma costituzionale.
Per questo non abbiamo dubbi che anche l’esercito di deputati e senatori che Beppe Grillo vuole insediare a Roma non ha la benché minima speranza di sciogliere la matassa mielosa del privilegio parassitario che si nutre del debito pubblico più spaventoso del mondo.
Non ne ha la speranza, perché si legge lontano un miglio che la sua proposta politica è priva di consistenza e purtroppo costruita sull’ignoranza politica. Un fenomeno da baraccone di questa entità ha già scritto il suo inevitabile approdo politico, che sarà il populismo nazionalista mediatico in salsa comunista, allo stesso modo in cui Chavez ha fatto e fa in Venezuela. Quella di Grillo sarà l’ascesa di un nuovo guappo, che per ogni piccola stupidaggine 2.0 che farà approvare saprà creare un grande evento teatrale. Un déjà-vu populista, in salsa comunista, basata sulla spesa pubblica fine a sé stessa. Beppe Grillo rappresenta la quintessenza più genuina del Gattopardo italiano: “bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”.

Risulta chiaro allora che l’unico modo che esiste oggi in Veneto per fermare il comunismo di Grillo, che è destinato a saccheggiare ancor più chi mantiene questo stato colabrodo, si chiama Indipendenza Veneta.

I partiti politici che fino a ieri incarnavano la difesa dei valori veneti oggi sono morti.

Solo Indipendenza Veneta oggi propone un percorso politico serio e concreto, che non prevede il passaggio per Roma per essere attuato. Solo Indipendenza Veneta ha saputo concepire una proposta politica, basata su una teoria e un progetto di grande spessore, che riescono a coinvolgere le menti più preparate del Veneto e le donne e gli uomini che non vogliono né possono accettare la nuova deriva incarnata dal grillismo.

Allora ferma anche tu questa ondata inconcludente e aderisci oggi stesso a Indipendenza Veneta!

Gianluca Busato
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L’ispettore Poaret… di equitalia :(

 

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Cronache dall’Italia non più unita

 

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Indipendenza Veneta riempie il vuoto politico lasciato in Veneto dalla liga e dai partiti italiani

 

Nel congresso lighista veneti sconfitti dall’egemone lumbard Maroni

Se c’erano dubbi nella capacità di Indipendenza Veneta di riempire un enorme vuoto politico emerso in Veneto dopo le ultime elezioni amministrative, oggi ci ha pensato bene la lega a dare l’aiuto definitivo al nuovo movimento guidato da Lodovico Pizzati.
I congressi regionali della lega lombarda e della liga veneta hanno infatti messo in evidenza una frattura profonda all’interno della lega nord, sintomo di un partito che ha imboccato con decisione la parabola discendente che la porterà alla propria morte politica. Finché le cose vanno elettoralmente bene non è un problema dividersi le poltrone e fare buon viso a cattivo gioco, ma quando il partito che fino a poco fa mirava a prendere la maggioranza assoluta dei voti in Veneto, arriva alla soglia del 3%, gli odi ancestrali nel nome del potere fine a sé stesso fuoriescono più forti che mai.
Sembrava impossibile fino a poco tempo fa che la leadership di Gobbo e Zaia fosse messa in discussione, dopo 15 anni di dominio assoluto. Ma grazie al golpe informativo messo in atto dall’ex ministro dell’interno Maroni, il monolite trevisano è stato distrutto. Prima con lo scandalo dei diamanti e dell’utilizzo dei fondi del gruppo del senato da parte di Stiffoni, poi con un affondo dello stesso Maroni che ha messo bene in chiaro che in Veneto bisognava votare Tosi, il suo delfino.
A nulla è valsa la sterile rincorsa di un Bitonci che è rimasto trombato dopo anni di lavoro sotterraneo che oggi è svanito come un pugno di mosche.
La paziente costruzione di una struttura parallela alla liga veneta si è rivelata del tutto inconsistente di fronte all’attacco premeditato di Maroni, che ha saputo dividere la liga veneta come mai era avvenuto prima. Si può ben dire che nemmeno al tempo della fuoriuscita di 7 consiglieri regionali su 8 nel 1998 la liga veneta era così divisa. Allora la diaspora fu infatti principalmente dei dirigenti, mentre la base restò abbastanza compatta. Oggi invece ad essere dilaniata e frastornata è proprio la stessa base.
Ad essere in bilico è lo stesso Zaia, che pur non essendosi apertamente schierato per una delle due parti, appare ostaggio di Tosi e Maroni. Tosi in particolare esercita il suo potere nella sanità regionale, comparto dove ha saputo inserire i propri uomini con un lavoro certosino iniziato ancora nell’era Galan.
Flavio Tosi non è uno a caso. Uomo forte di Unicredit, approda però al timone della liga quando forse è troppo tardi: i voti in libera uscita sono sempre molto difficili da riconquistare, specie per chi non ha più un progetto politico.

È questo lo scenario di estrema incertezza che vede le sezioni della liga veneta spolpate dalle epurazioni. Senza voti, senza fede, senza potere, il destino della lega in Veneto appare segnato.

L’era di Indipendenza Veneta non poteva nascere sotto migliori auspici.

A questo punto non resta che accelerare la transizione verso un futuro di speranza, iscrivendoci oggi stesso al movimento che ha concepito in modo originale il percorso legale, democratico e pacifico per l’indipendenza veneta.

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Via il prefetto, la faccia cattiva del regime italiano!

 

Il due giugno è stata l’occasione in cui il regime italiano ha mostrato la sua faccia brutta e cattiva. Non è bastato un terremoto, non è bastata la crisi finanziaria, non è bastata la vergogna di una politica ladra e dell’accozzaglia della partitocrazia senza vergogna a far indietreggiare l’Italia di fronte alla richiesta veneta bipartisan di non festeggiare militarmente una ricorrenza che mai come in questa occasione è apparsa tanta vuota quanto sintomatica dell’elettroencefalogramma piatto di uno stato che ha perso il proprio senso di esistere.

Tre sindaci veneti, senza distinzioni di partito, uno di sinistra, uno di destra e un leghista, hanno cercato timidamente di infrangere un tabù vuoto quanto difeso ad oltranza dai pasdaran del privilegio parassitario italico: il tricolore simbolo dello stato unitario.
I partiti, ben pasciuti con il finanziamento pubblico frutto del furto dei nostri soldi, si sono ben guardati dall’appoggiare i loro sindaci e anzi hanno fatto rapidamente terra bruciata attorno a loro, isolandoli, senza distinzioni. L’unica forza politica che senza se e senza ma ha dimostrato loro solidarietà è stata Indipendenza Veneta.
Andiamo però a vedere come lo stato ha pensato di far fare retromarcia a questi sindaci che timidamente si erano esposti mettendo in discussione il simbolo del regime.
Non hanno mosso un dito i vari Napolitano, Bersani, Casini, Bossi o Maroni in prima persona. No: hanno preferito dare l’incarico a degli oscuri rappresentanti del potere centrale, i prefetti.
Allora ci chiediamo se non sia il caso di far emergere la responsabilità politica che questi oscuri signori nascondono dietro l’esercizio di una funzione. Costoro utilizzano la stessa scusa che i gerarchi nazisti hanno fatto propria a Norimbera: eseguono ordini, rifiutando ogni responsabilità.
Non troviamo corretto che queste figure, non elette dal popolo, esercitino un potere che non demanda dalla sovranità popolare, ma dalle articolazioni di potere di un regime corrotto, fallito, marcio, immorale eppur prepotente.
La carica del prefetto va abolita, eliminata, sradicata dal nostro impianto istituzionale. Oggi camminavo in piazza dei Signori a Treviso e notavo tra l’altro una cosa, che dimostra la logica coloniale e odiosa di questo istituto che la storia ci piazza tra i piedi in modo vergognoso, quale rottame ideologico di uno stato centralista morente: la prefettura di Treviso non espone la bandiera della Regione Veneto.
Il prefetto quindi da un lato si fa carico dell’obbligo dell’osservanza della legge in materia di esposizione della bandiera, ma a sua volta ignora bellamente la legge regionale che prevede l’esposizione della bandiera della Regione Veneto da parte degli enti pubblici.
Questa è un’autentica vergogna.
Il prefetto rappresenta la faccia brutta e cattiva del regime italiano morente. Come veneti abbiamo il dovere di chiedere alle prefetture ospitate nel nostro territorio di osservare i nostri costumi e di portarci rispetto. Come possiamo accettare l’imperio di un funzionario nominato da una capitale lontana che impone la sua legge senza rispettare la nostra?

Italia vergogna.

Se qualcuno avesse dei dubbi, riportiamo uno scritto di Luigi Einaudi, purtroppo dimenticato da molti, che si scagliava proprio contro la concezione dello stato dirigista che fu inoculato da Napoleone, lo stesso delinquente della storia che tanto odiò la Serenissima Repubblica di Venezia e tanto invece è adorato dall’attuale governatore del Veneto, che oggi, guarda caso, è in prima fila nel difendere l’ossatura istituzionale del dinosauro italiano, rifiutandosi di indire il referendum per l’indipendenza veneta con monitoraggio internazionale.

Via il prefetto, via l’Italia, via i partiti ladri e corrotti.

Viva l’indipendenza veneta!

Gianluca Busato Read more

 
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Da Silea parte la ribellione istituzionale del Veneto contro l’Italia

 

Un plauso a Silvano Piazza che si schiera con i suoi cittadini, togliendo il tricolore dal comune

La decisione del sindaco di Silea di togliere i tricolori e di non festeggiare il 2 giugno per protesta contro il ladrocinio dell’IMU non è una cosa da far passare sotto silenzio.

Essa infatti proviene per la prima volta non da furbetti leghisti che cavalcano la protesta, ma da un sindaco di sinistra, che è appena stato confermato dai suoi cittadini con una maggioranza schiacciante. Mi fa particolarmente piacere oggi leggere la sua decisione, che credo trovi una genesi anche nel confronto elettorale concluso 3 settimane fa cui ho partecipato come suo concorrente candidato sindaco.

La mia candidatura in realtà non aveva alcuna pretesa di vittoria, non avendo in lista nessun candidato residente a Silea, ma intendeva rompere dei tabù. Così è stato e proprio dall’ultimo confronto tra i candidati sindaci si poteva ben comprendere che la posizione molto forte che avevo assunto proprio sull’IMU aveva avuto l’effetto di spostare anche quella del sindaco Piazza.

Come ho avuto modo di scrivergli ieri, egli ha la mia totale approvazione e piena solidarietà. Certo, egli ancora nutre amore per la matrigna Italia, ma è l’amore cieco dell’amante tradito e calpestato. Quando il sindaco Piazza capirà che l’Italia che egli ama non solo non gli ricambia l’amore, ma lo cornifica e lo deride, allora forse non avrà più alcuna remora a passare dalla protesta all’unica vera progettualità possibile che oggi si chiama Indipendenza Veneta.

Ora dopo la protesta bisogna far seguire anche i fatti, trattenendo nel territorio anche l’indecente aliquota statale dell’IMU e nessuno più di Silvano Piazza avrà il mandato per farlo, vista la sua elezione plebiscitaria.

In questo momento emerge con grande urgenza la necessità che l’intera rappresentanza istituzionale veneta faccia un deciso passo in avanti per l’indizione di un referendum per l’indipendenza, da tenersi sotto monitoraggio internazionale.

Se non lo faranno loro, ne pagheranno a breve lo scotto elettorale e quindi lo faremo noi di Indipendenza Veneta.

L’Italia non ha più alcuna possibilità di uscire dal tunnel del fallimento che ha imboccato con un’inerzia che non la potrà più fermare. Circolano già voci terribili di provvedimenti drastici che potrebbero essere presi già prima dell’estate, o ad autunno. Ad esempio qualcuno ipotizza il prossimo taglio del 40% dello stipendio dei dipendenti pubblici, a causa delle errate previsioni sul gettito fiscale, che non hanno tenuto conto della crisi che ha eroso in modo spaventoso la capacità contributiva di aziende e famiglie.

La presa di posizione di Piazza fa capire che il percorso democratico pacifico e legale per l’indipendenza veneta è già iniziato.

Gianluca Busato
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Sbatti il mostro veneto in prima pagina (ma nessuno ti bada)

 

Giornali e tv sono morti che camminano. I media digitali dei ragazzi brufolosi li hanno già distrutti

Alla vigilia del congresso fondativo di Indipendenza Veneta non poteva sfuggire all’attenzione la copertina dell’ultimo numero dell’Espresso, che ripropone l’ennesimo cliché di un indipendentismo un po’ ridicolo e che occhieggia anche alla violenza.
Come veneti siamo abituati ai luoghi comuni nei nostri confronti e quasi non ci facciamo caso. Come volontari che si impegnano nel divulgare a arricchire il progetto legale pacifico e democratico per l’indipendenza veneta invece ogni volta restiamo un po’ amareggiati di tale ciclico interesse “distorto” che i media italiani dimostrano nei nostri confronti.
In realtà dobbiamo acquisire la consapevolezza che questi tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica stanno perdendo sempre più di efficacia e che anzi in un tempo più breve di quanto possiamo immaginare sono destinati a diventare quasi ininfluenti se non controproducenti per chi cerca di metterci in cattiva luce.
Andiamo un po’ a capire il perché e a vederne gli effetti già nella situazione odierna. Read more

 
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Indipendenza Veneta va a Congresso, diventa concreta la speranza per il futuro del Veneto

 

Lodovico Pizzati candidato segretario, Luca Azzano Cantarutti e Gianluca Busato candidati presidenti. Alessio Morosin sarà nominato presidente onorario

Dopo la manifestazione del 12 maggio a Venezia, nel 215° anniversario del “tremendo zorno” e dopo la consegna in regione Veneto direttamente nelle mani di Zaia di oltre 20.000 firme di cittadini veneti per indire il referendum per l’indipendenza veneta, ora il nuovo movimento che racchiude nel proprio nome anche il proprio unico obiettivo politico, si riunisce per il Congresso di fondazione.

L’evento è fissato per domenica prossima 27 maggio a Treviso, all’hotel Maggior Consiglio, con inizio alle ore 9. È stata annunciata la presenza e i saluti anche di molti ospiti di movimenti indipendentisti friulani, trentini, bresciani e sudtirolesi.

Le fasi precongressuali hanno visto un grande entusiasmo e una partecipazione intensa con moltissime candidature per l’elezione degli organi dirigenti di Indipendenza Veneta.

Per quanto riguarda la carica di segretario, salvo sorprese dell’ultimo minuto, i giochi sembrano fatti, con la candidatura unitaria del prof. Lodovico Pizzati, docente di economia a Cà Foscari e autore del dizionario veneto-inglese e inglese-veneto, salito agli onori delle cronache televisive grazie alle clamorose manifestazioni autunnali, tra cui ricordiamo il “monumento all’imprenditore” di Arzignano e le “gite di liberazione fiscale” in Slovenia e Austria.

Ad animare il congresso sarà il confronto all’insegna del fair-play per l’elezione del presidente di Indipendenza Veneta, carica alla quale si sono candidate due figure di primaria importanza del movimento. Ad essere annunciata per prima giovedì è stata la candidatura dell’avv. Luca Azzano Cantarutti, il promotore del Tribunale Veneto, la prima istituzione veneta, perfettamente legale, e anima della fase costituente che ha portato alla costituzione di Indipendenza Veneta. È quindi seguita nella giornata di venerdì la candidatura dell’ing. Gianluca Busato, che in questi anni ha vissuto e segnato molte fasi cruciali dell’indipendentismo veneto.

Si annuncia anche la nomina a presidente onorario dell’avv. Alessio Morosin, di valore storico per l’intera politica veneta, in quanto Morosin è stato il primo politico veneto che ha portato la questione dell’autodeterminazione del Popolo Veneto in sede istituzionale, con un atto formale.

Morosin infatti è stato il promotore, l’estensore e il primo firmatario della risoluzione 42 del 1998, intitolata “I popoli di ieri e di oggi ed il diritto di autodeterminazione”. Con l’approvazione di tale dispositivo giuridico il consiglio regionale del Veneto riconosceva al “Popolo veneto l’esercizio del suo naturale e legittimo dritto di autogoverno, storico e attuale, richiamando tutte le ragioni storiche, politiche e giuridiche”.

Le candidature di assoluto prestigio emerse conferiscono ancor più ad Indipendenza Veneta il ruolo naturale di unica autentica e concreta alternativa al disastro della partitocrazia italiana.

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L’Indipendenza Veneta si ottiene con le regole del mondo moderno

 

La vigilia di un congresso entusiasmante che ci porterà nel futuro

Queste ultime ore prima dell’inizio del congresso fondativo di Indipendenza Veneta si stanno dimostrando cariche di passione e partecipazione.
È da diversi anni che porto il mio impegno nell’attività politica. Sono consapevole della portata storica del momento e dell’importanza che riveste il battesimo ufficiale di Indipendenza Veneta di domenica prossima 27 maggio alle ore 9 all’hotel Maggior Consiglio di Treviso.
Si sente l’atmosfera carica, con tante straordinarie persone che si stanno mettendo al servizio del movimento e che sono certo da lunedì determineranno la svolta decisiva per lo scenario politico veneto.
Inutile nascondersi dietro ad un dito, il compito è enorme: vanno date le risposte che l’intero Popolo Veneto sta cercando dalla politica, dopo la morte del sistema dei partiti italiani. Sono morti i partiti, è morta l’idea che sia possibile cambiare le cose nel parlamento italiano.

È cosa risaputa che la maggioranza assoluta degli elettori veneti si è dichiarata a favore dell’indipendenza veneta, in un referendum con monitoraggio internazionale in cui possano esprimere la propria volontà ed esercitare la propria sovranità.

Per costruire in modo scientifico il consenso attorno al nostro progetto, sono molte le cose che dovremo fare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Dovremo riuscire ad attuare quell’organizzazione che i tempi moderni richiedono essere snella e all’altezza del compito che le spetta: attuare il percorso legale, pacifico e democratico per l’indipendenza veneta.
In tempi molto brevi dovremo comunicare con estrema capacità di sintesi, ma con chiarezza e serietà il programma concreto che prevediamo di attuare, ma anche la forma di comunità statuale che concepiamo per la futura Venetia indipendente. Non ha alcun senso riproporre una piccola Italia, men che meno nell’epoca contemporanea che vede le Italie, piccole o grandi, fallire di fronte alle sfide della modernità.

Non nascondiamoci un’evidenza. Come veneti stiamo vivendo un momento particolarmente delicato. Compressi dal peggiore inferno fiscale del mondo e da una situazione congiunturale europea e mediterranea di crisi di competitività e di sviluppo, rischiamo di perdere le competenze e le conoscenze tecnologiche diffuse che ci avevano permesso di ritagliarci uno spazio di benessere nei decenni passati.
Non è un rischio da poco. Se continuiamo a restare frenati dalla zavorra dello stato italiano, lo scenario potrebbe essere proprio la perdita per altri decenni della possibilità di fronteggiarsi con il mondo evoluto.

La crisi che stiamo vivendo è in realtà il serpente che cambia la pelle.
Al di fuori dell’Italia, e forse anche dell’attuale Europa mediterranea, un nuovo mondo è già nato, con nuove regole, nuovi attori, nuove lingue, nuovi mercati. Se non lo conosciamo, ne saremo tagliati fuori.
Viviamo il momento ideale per disegnare il futuro anche del mondo in cui viviamo. Vale per le nostre comunità, vale per le nostre famiglie, vale per le nostre aziende. Vale per la nostra vita.

Si è aperta una fase di grande cambiamento grazie alla fine di un vecchio mondo. Sta a noi ora decidere se vogliamo entrare nel nuovo mondo di cittadinanza 2.0.
Esso prevede il passaggio obbligatorio per l’indipendenza veneta. E per ottenere quest’ultima dobbiamo evitare gli esempi del passato che fatica a passare dei partiti falliti e dei loro esponenti.
Per ottenere l’Indipendenza Veneta dobbiamo fare nostre le regole del mondo moderno. E per farlo dobbiamo conoscerlo approfonditamente.

Gianluca Busato Read more

 
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L’euro non c’entra

 

di Lodovico Pizzati

Riportiamo di seguito un articolo pubblicato oggi da noiseFromAmerika.org, in cui Lodovico Pizzati, che proprio oggi ha presentato la propria candidatura ufficiale a segretario di Indipendenza Veneta, propone una lettura controcorrente in merito all’attuale situazione economica della zona euro.

Lodovico Pizzati

L’euro è erroneamente visto come la causa della crisi mediterranea, e la politica monetaria estrema di uscire dall’euro è vista come la soluzione. Gli attuali problemi sono interamente dovuti a politiche fiscali sbagliate sia nel passato che nel presente. La soluzione sta in riforme di natura fiscale, anche se estreme.

Per giustificare il titolo basterebbe notare che durante questi 12 anni dell’euro i due paesi dell’eurozona che hanno perso meno quote di export nel totale mondiale sono proprio la Spagna e l’Italia. Ma la situazione è sempre più drastica, e il pessimismo crescente per l’Italia sta fomentando tra l’opinione pubblica ricette di politica economica sempre meno lucide. In parte questo è dovuto ad un gioco di credibilità che tenta di fuorviare le colpe ad elementi esterni (i subprime, gli speculatori, le banche, le agenzie di rating) per celare con il mantello dell’ottimismo le debolezze interne che sono alla vera base della crisi. In parte però i facili rimedi oggi in auge sono dovuti ad una confusione sulle dinamiche della crisi e sulla differenza tra politiche fiscali e monetarie. Così, il capro espiatorio dell’attuale caccia alle streghe è diventato l’euro, che viene sempre più di frequente additato, se non addirittura come colpevole della crisi, perlomeno come elemento che deve per forza saltare perché l’economia si riprenda.

Ci sono almeno tre luoghi comuni sull’euro. Il primo riguarda la convinzione che la politica monetaria può funzionare solo se sotto il diretto controllo dei governi di ogni stato. Qui si potrebbe aprire un vaso di Pandora sia di convinzioni errate (tipo che la BCE sarebbe un istituto privato), sia di argomenti discutibili (tipo se è proprio necessaria la moneta unica). A prescindere si sta sbagliando bersaglio, perché la politica monetaria con l’attuale crisi c’entra poco. Intanto la BCE ha comunque tentato il possibile, dati i limiti della politica monetaria. Il fatto è che una banca centrale, anche se praticatasse il rimedio estremo di stampar moneta a manetta, non creerebbe ricchezza e non stimolerebbe la crescita. Avere più euro in circolazione, o lire e dracme, non affronta per niente il vero problema di questa crisi. Il problema odierno è di debito pubblico (l’accumulo di decenni di politica fiscale sbagliata), di poca crescita (dovuta ad una politica fiscale sbagliata), e di un mercato finanziario che considera sempre più rischioso fare credito a certi stati che perseverano in questa politica fiscale sbagliata.

Il secondo luogo comune considera il peccato originale nel cambio euro-lira sbagliato in partenza che ha causato un decennio intero di crescita anemica per l’Italia. Intanto quel cambio era stabilito dalle forze di mercato e ci si dimentica che il cambio di quasi 2000 lire per euro era dovuto anche al fatto che lo stato italiano aveva anche allora un enorme debito pubblico (dovuto a decenni di politica fiscale sbagliata). I 2,5 milioni di miliardi di lire di debito nel 1999 sono diventati “solo” 1300 miliardi di euro, anziché 2500 miliardi di euro se il cambio fosse stato, per fare un esempio, 1000 lire per euro. L’unica cosa che l’entrata in vigore dell’euro ha causato è stato il privare lo stato italiano della valvola di sfogo della svalutazione come rattoppo per una politica fiscale perdente. L’euro ha costretto lo stato italiano a guardare in faccia i propri problemi strutturali privandolo della scorciatoia della svalutazione, cosa che comunque non sarebbe stata concessa all’infinito in un mercato unico come quello europeo. Quindi anche qui il problema non è l’euro, ma la politica fiscale italiana che fa lentamente perdere competitività e crescita alla propria economia.

Il terzo luogo comune riguarda l’inevitabile uscita dall’euro “per evitare il default” della Grecia o dell’Italia. Un eventuale default e la permanenza della Grecia e dell’Italia nell’euro sono due cose separate. Dal punto di vista degli altri paesi europei, l’unica conseguenza avversa per loro sarebbe se la BCE decidesse di monetizzare il debito greco e italiano. Questo spalmerebbe il peso del debito pubblico greco e italiano a tutta l’Europa tramite un euro svalutato e più inflazione per tutti. In assenza di questa politica monetaria europea non c’è alcun motivo nel credere che l’uscita dall’euro avvenga per “espulsione”. Dal punto di vista del paese in difficoltà (Grecia o Italia), si può discutere se far parte dell’euro convenga o no, ma questo non è pertinente con la crisi attuale. Uscire dall’euro servirebbe a ripagare i propri creditori (i detentori dei titoli di stato) in dracme o in lire svalutate. Che differenza fa ripagare i propri debiti in lire svalutate piuttosto che rimanere nell’euro e dichiarare un default parziale? Nessuna, perché in ambedue i casi il creditore rimane fregato e si perde di credibilità avendo più difficoltà a trovare chi finanzia il proprio deficit pubblico in futuro.

In conclusione pensare che l’euro sia colpevole dell’attuale crisi, o addirittura credere che si possa venirne fuori tramite una politica monetaria disperata (tipo l’uscita dall’euro) è sbagliato. È come bombardare l’Iraq in risposta all’attacco alle torri gemelle: c’entra poco o nulla. Magari si vuole fare per altre ragioni, ma con la crisi attuale l’euro proprio non c’entra. Quello che c’entra non è appunto la politica monetaria, ma bensì la politica fiscale dei paesi in maggior difficoltà.

È vero che l’attuale crisi ha le sue radici in uno shock esterno. La crisi finanziaria del 2008 e 2009 non è nata in Italia o in Grecia, ma l’atrofizzarsi dell’economia globale ha ridotto le entrate fiscali per tutti i paesi, e gli stati fiscalmente più deboli, e cioè con un debito pubblico maggiore, si sono trovati in prima linea. Quando arriva un’epidemia sono i più deboli di salute a lasciarci le penne, anche se i più avveduti al proprio stato fisico. L’economia italiana oggi paga i decenni di indebitamento dello stato italiano. Una politica fiscale che ha speso addirittura di più di quanto tassava, drogando temporaneamente la crescita con una spesa pubblica eccessiva, e con investimenti pubblici che evidentemente non hanno lasciato traccia come maggiore crescita. Esistono purtroppo ancora troppi dinosauri che nel 2012 credono ancora che la ricetta della ripresa stia nelle opere pubbliche. In parte sbagliano nel credere che la perdita di competitività sia dovuta ad una mancanza di infrastrutture rispetto ad altri paesi europei, perché sono ben altre le ragioni che inducono le nostre imprese a chiudere. In parte ignorano totalmente il vincolo di bilancio, perché la spesa pubblica la devi finanziare o con ulteriore indebitamento (e siamo arrivati al capolinea per il debito pubblico) o sottraendo risorse tramite ulteriori tasse (e siamo arrivati al capolinea anche qui) agli stessi cittadini che vorresti stimolare con una spesa pubblica.

La zavorra del debito pubblico l’abbiamo comunque ereditata, ma anche la politica fiscale attuata nell’ultimo anno lascia a desiderare perché si basa sul mantra “prima il rigore fiscale e poi la crescita” che ignora il banale fatto che il rigore fiscale basato su ulteriori tasse (IMU, IVA, ecc…) fa a pugni con gli stimoli per la crescita. L’attuale governo sta attuando una politica da contabili miopi svolta a far cassa oggi e che, o sottovaluta il peggioramento che causerà per il Pil, oppure spera che il Pil si riprenda in maniera esogena grazie alla ripresa dell’economia globale. Qui non si tiene conto che con la globalizzazione una ripresa della locomotiva tedesca non ha lo stesso impatto sull’economia italiana come vent’anni fa, perché la competizione si è fatta globale e l’industria italiana ha perso di competitività a causa di un problema strutturale che sta alla base di tutto.

I timidi tentativi di riforma del mercato del lavoro, delle privatizzazioni, o la recente promessa di ripagare i debiti che lo stato ha verso le imprese aiutano solo in maniera marginale. Se non si tocca il vero problema di competitività che ha l’Italia e che ormai ha messo in ginocchio troppe imprese uno scenario greco sarà alle porte. Il problema che l’economia italiana subisce è di natura fiscale, ed è sempre quello. Parte dell’Italia è soffocata da una pressione fiscale insopportabile che non viene minimamente bilanciata da altrettanti servizi pubblici come potrebbe essere in un’economia scandinava. I residui fiscali delle regioni settentrionali parlano da soli, dove la differenza tra tasse pagate e servizi pubblici ricevuti è a livelli di colonialismo. Non è possibile competere in una economia globale con uno svantaggio simile. Queste risorse sono poi redistribuite in maniera disastrosa, finanziando il sottosviluppo delle regioni meridionali anziché la crescita.

La vera riforma deve essere fatta alla radice di questo problema, e subito. Il primo passo da fare immediatamente è simbolico ma aiuterebbe guadagnare credibilità verso i mercati finanziari. È ridicolo che lo stato più indebitato d’Euorpa abbia una classe dirigente (i parlamentari) che vengono pagati tre volte tanto la media dei loro colleghi europei. Solo riportando immediatamente gli stipendi in media europea si risparmierebbero 100 mila euro per parlamentare all’anno. 100 milioni di euro risparmiati ridimensionando il migliaio di parlamentari, 100 milioni di euro facendo altrettanto con il migliaio di consiglieri regionali strapagati, e si potrebbe arrivare tranquillamente ad 1 miliardo operando sulle migliaia di pensioni d’oro e privilegi. Una manovra di un miliardo può sembrar poco ed insignificante, ma è inacettabile risquotere 10 miliardi a milioni di cittadini con l’IMU quando la classe dirigente assomiglia all’aristocrazia francese di fine ‘700.

Il secondo passo è la vera riforma: un’immediata struttura federale, non quella centralista della Lega, ma una vera struttura federale dove ogni regione trattiene la totalità delle proprie risorse e ha la piena libertà di politica fiscale (per abbassare le tasse) come avviene nei veri sistemi federali. Questo permetterebbe di eliminare le inefficienze abissali nelle regioni abituate all’assistenzialismo, e consentirebbe alle altre regioni di praticare una politica fiscale adatta per poter permettere con il resto d’Europa e del mondo. Il problema del debito pubblico? Dovrà essere ripartito per regioni, anche se questo con tutta probabilità si tramuterà, in alcuni casi, in potenziale default.

Se questa riforma non avviene dal parlamento di uno stato che si è dimostrato irriformabile, ricordiamoci che uno stato altro non è che un ente che offre un servizio (pubblico) in cambio di un prezzo (tasse). Se questo ente si rivela obsoleto e inefficiente, si ristruttura anche smantellandolo come si fa per le grosse imprese.

Lodovico Pizzati Read more

 
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