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Essere indipendenti in Europa non significa scambiare un’unione di nazioni con un’altra?

martedì, 10 marzo 2009
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Non c’è paragone tra le strutture centraliste italiane e quelle dell’Unione Europea, dove gli stati membri collaborano, ma mantegono la propria sovranità.
L’Europa è un luogo in cui i paesi indipendenti lavorano assieme. Non è certo uno stato unitario e centralizzato come l’Italia. Nessuno direbbe seriamente che stati della UE come la Finlandia o l’Austria non sono paesi indipendenti. Ma come parte dell’Italia, la Venetia non ha invece alcuna indipendenza.
Se anche fosse ottenuta maggiore autonomia, il consiglio regionale anche se utilizzasse tutti i propri poteri a disposizione, controllerebbe al massimo il 7,5% delle entrate fiscali dei veneti. Se fossimo un paese indipendente, potremmo controllare il 99% delle risorse fiscali, ovvero tutto escluse le competenze dell’Unione Europea. È chiara la differenza tra i due tipi di unioni.
Essere indipendenti nell’Unione Europea non significa cedere ogni potere a Bruxelles, anzi al momento la Venetia non possiede proprio alcuna forma di sovranità.
Inoltre, la Venetia, nella condizione di macroregione italiana divisa, deve pure implementare decisioni europee che non ha contribuito a prendere. Di più, l’indipendenza in Europa dà alla Venetia quella parola a Bruxelles che finora non ha mai avuto. Ciò ci consentirà di giocare il nostro ruolo per assicurarci ad esempio che l’Unione Europea svolga la funzione di ammortizzatore agli eccessi della globalizzazione, così come si batta per i temi economici e ambientali che interessano tutti i cittadini europei.
Sebbene il PNV sia fortemente europeista, come la maggioranza della gente in Europa, noi riteniamo di mantenere il controllo su molti aspetti cruciali quali la costituzione, la spesa e il fisco.

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Oltre 10.000 Catalani e tanti Veneti, Scosexi, Baski, Tirolexi, Fiaminghi, Corsi, Bretoni e tanti altri a Bruxelles in manifestasion pa l’Indipandensa

domenica, 8 marzo 2009
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Oltre 10.000 Catalani e tanti Veneti, Scosexi, Baski, Tirolexi, Fiaminghi e tanti altri a Bruxelles in manifestasion pa l'Indipandensa



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Veneto e Europa, libertà e futuro dei Popoli

domenica, 10 agosto 2008
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Il Veneto in Europa è un tema fondamentale da trattare per la nostra libertà. È del tutto evidente la percezione di un irrigidimento delle istituzioni europee che pur di salvaguardare gli accordi noti come “Trattato di Lisbona” stanno facendo di tutto, anche e soprattutto carte false, pur di salvarne i contenuti e la validità che è stata inficiata dal voto del Popolo irlandese, dopo la bocciatura dei Popoli di Francia e Olanda sul tema precedente della costituzione europea.
Come molti hanno messo bene in evidenza, ogni qual volta gli accordi di vertice dell’Unione Europea sono stati sottoposti al voto popolare sono stati bocciati.
Ecco perché nel momento in cui si parla di indipendenza del Veneto dobbiamo giocoforza concentrarci e dire cosa ne pensiamo del rapporto tra Stato Veneto e Unione Europea.
Facciamo un passo indietro.
Innanzi tutto, il Veneto è già nell’Unione Europea e vi sarà anche dopo l’indipendenza, in osservanza dell’articolo 34 della Convenzione di Vienna del 1978 sulla successione degli Stati rispetto ai trattati.
Esso afferma infatti che “ogni trattato in vigore alla data di successione di stati (per esempio per indipendenza) relativo all’intero territorio dello stato predecessore resta in vigore relativamente a ciascuno stato succeduto così formato”.
In nostro aiuto viene lo sforzo diplomatico della Scozia, che per oltre vent’anni ha condotto una pressione legale e politica tale da ottenere un parere favorevole pressoché unanime sul fatto che la sua indipendenza comporterebbe l’eredità dello status di membro dell’Unione Europea, in termini perfettamente equivalenti a quelli di cui gode il resto del Regno Unito.
Ecco che, se nuove nazioni indipendenti come l’Estonia possono essere membri dell’Unione Europea, o addirittura ipotetiche future nazioni indipendenti come la Scozia già hanno ottenuto parere preventivo favorevole a tale status futuro, allora anche il Veneto indipendente sarà membro dell’Unione Europea.
In ogni caso, per avere una voce in Europa, devi essere uno stato membro. Per essere uno stato membro, devi essere indipendente.
Nell’attuale situazione centralista italiana, ma anche con un’autonomia la più ampia pensabile, l’Europa guarderà al Veneto solo come a una regione dell’Italia. Gli assessori regionali veneti non potranno partecipare agli incontri del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea, o, nella migliore delle ipotesi autonomistiche, potranno farlo per gentile invito dei ministri italiani e in ogni caso devono concordare la loro posizione politica con Roma prima di poter dire qualsiasi cosa. E in ogni caso i ministri del governo italico non possono parlare mai per l’esclusivo interesse dei veneti, anche se fossero, come alcuni sono, veneti.
Detto ciò, serve visione per capire che l’Europa si sta avviando verso un destino di declino economico. Ciò appare con evidenza dalle stime di tutti gli organismi di monitoraggio indipendenti.
E per comprenderne la ragione bisogna saper guardare agli eventi anche con occhiali che permettano di coglierne gli aspetti evolutivi e storici che hanno portato alla situazione attuale.
Uno dei grossi macigni che l’Unione Europea si porta in dote e che ne appesantiscono la capacità di crescere e le impediscono di combattere il declino in atto è a mio modo di vedere un’originale complesso di inferiorità verso gli Stati Uniti. Ogni dichiarazione dei leader europei, a cominciare dall’agenda di Lisbona, è intrisa di antiamericanismo che spesso rivela solo sterile invidia verso i fratelli più ricchi, ma anche più dinamici e attivi.
Il dramma di regolamenti comunitari spesso restrittivi in tema di legislazione del lavoro, di una sempre più accentuata centralizzazione dei processi decisionali e dell’eterno ritornello di redistribuzione della ricchezza.
È un po’ come se, una volta caduto il muro di Berlino e venuto meno l’incubo sovietico, il fantasma di Karl Marx si fosse trasferito a Bruxelles.
E mentre i politici europei disquisiscono sulle logiche di pianificazione e di dirigismo più tipiche magari di Cuba, o della Libia, il resto del mondo globale aumenta la propria capacità di adattarsi alle mutate esigenze del mondo moderno, accentuando la nostra inesorabile curva di discesa verso un destino di nobili decaduti.
Ecco che attorno al perpetuarsi del modello sociale europeo di bismarckiana memoria, diminuiscono sempre più i suoi parametri di sostenibilità.
Il Veneto indipendente potrà aiutare anche a ritrovare una capacità politica europea nel capire le opportunità che noi europei possiamo e dobbiamo saper cogliere per invertire finalmente una tendenza negativa.
E in tal senso i politici europei, con l’aiuto di una classe dirigente veneta giovane e preparata che emergerà dalla vittoria degli indipendentisti, debbono abbandonare alcune sacche di socialismo reale che ci stanno portando alla rovina, in primis:

  • Un’eccessiva ingordigia fiscale dei propri governi, che li porta a sottrarre mediamente il 45% del proprio reddito nazionale, contro l’11% della Cina, il 20% medio del resto dell’Asia e meno del 30% degli USA.
  • Una scarsa propensione all’innovazione, che si riflette sia nell’investimento di solo l’1,9% del PIL europeo in ricerca e sviluppo, contro il 2,6% americano sia nell’ininterrotta fuga di cervelli europei verso gli USA nelle specializzazioni scientifiche.
  • Una insufficiente produttività, testimoniato da una crescita media del settore privato nell’ultimo lustro dello 0,6%, un quarto di quella americano e un sedicesimo di quella cinese nel pari periodo.
  • Pianificazione normativa e legislazioni del lavoro eccessivamente rigide e frutto di continui bracci di ferro con organismi sindacali e corporativi che malvedono la capacità individuale di contrattazione.
  • Intervento pubblico in economia, crollo dell’export e minacce di protezionismo. Sono continue le minacce governative e comunitarie verso settori produttivi anche strategici. Risulta particolarmente dannosa l’opera di controllo e pianificazione delle attività agricole che ha portato, ad esempio, alla distruzione del comparto agricolo veneto degli allevatori.

L’Europa deve saper mettere a frutto i potenziali di innovazione di un’era di scoperte dalla quale rischiamo di essere tagliati fuori.
Deve saper inventare un nuovo modello di sviluppo economico incentrato sui propri punti di forza, che possono trovare ispirazione dall’imprenditorialità civica tipica dei veneti, che nasce dal proprio modello di sviluppo urbano e antropologico a rete, che in estrema sintesi è anche il modello europeo, ma soprattutto è il modello di sviluppo umano moderno che vede nella periferia il centro e nell’individuo consapevole il grande architetto del mondo.
L’Europa deve saper sfruttare la propria tradizione artistica millenaria che, nella nuova cultura visuale, basata su design, architettura e immagine, la porta ad avere un enorme vantaggio competitivo rispetto al resto del mondo che deve inventarsi routine comportamentali nuove rispetto alla precedente cultura letteraria e che non ha potuto sviluppare e metabolizzare i processi figurativi millenari che noi possiamo vantare.
Politicamente l’Europa deve essere consapevole che la fine degli stati nazionali non può coincidere con l’inizio di un impero a-nazionale e avulso dal libero commercio mondiale.
E tale modello si basa sulla libertà dei propri Popoli e delle proprie comunità, sulla capacità di assumersi ognuno le proprie responsabilità, senza più offese alla democrazia e alle indicazioni del voto popolare che emergono da una classe dirigente – spesso autocratica e quindi nemmeno eletta – che soffre dell’incapacità di entrare in relazione con i propri elettori e sovrani.

Gianluca Busato
segretario PNV

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Il ri$o nero e lo scudo blu

sabato, 26 aprile 2008
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Che cosa accomunano, dal punto di osservazione della Venetia, l’approvazione di ieri da parte del governo danese del trattato di Lisbona e la notizia di oggi sul blocco dell’esportazione di riso da parte del Brasile?
La storia è ingarbugliata e non breve, e pur cercando di farne una estrema sintesi e di esprimere i concetti con semplicità, sarà necessario percorrere assieme alcuni sentieri di ragionamento. Cominciamo con il tracciare un profilo degli elementi che compongono il puzzle. E cominciamo con la cosa più nota e al tempo stesso più sconosciuta: il trattato di Lisbona.

Come molti sapranno, quel trattato in sostanza getta le basi per una sorta di unione politica degli stati d’Europa, che supera da una parte l’attuale assetto giuridico, e dall’altra gli ostacoli che il trattato costituzionale poneva con la necessità di indire dei referendum. Prima di tutto notiamo l’assenza di referendum per l’approvazione del trattato di Lisbona. Perchè? Forse un trattato di sole 450 pagine è troppo difficile da far digerire? Di certo si è armeggiato in modo da poter aggirare il vincolo referendario i cui esiti sono noti. Questo semplice fatto, unito alla ingegneria contrattuale con la quale veniamo fagocitati in un sistema sovranazionale senza essere minimamente considerati, ci deve mettere in posizione di respingere questa impostazione.
Non per quanto vi è scritto, ma per il metodo con cui viene introdotto che insulta la dignità dei cittadini europei e la libertà, già ieri in grave pericolo ed oggi ancor più per l’approvazione (non senza contrasti e polemiche) da parte del governo danese, storico oppositore di certe iniziative dirigiste.

Ma tutto questo, cosa c’entra con il blocco del riso?

Ha a che fare se noi prendiamo per valida (e sicuramente lo è) la teoria esposta da Lodovico Pizzati nel convegno “economia veneta” del 6 Aprile scorso (video 1video 2, ndr). Essa in breve propone che gli stati, nell’epoca contemporanea, non debbono per forza essere troppo grandi, con una grossa popolazione, perchè sono cadute le barriere protezionistiche che sono esistite tra la fine del 1800 fin quasi alla fine del 1900, creando un mercato globale senza barriere per il commercio e quindi per lo sviluppo economico di un paese. Secondo questa teoria, apparentemente confermata dai fatti, piccoli stati, con poca popolazione, risultano più efficienti, operano meglio (per effetto di un maggior controllo da parte della popolazione) e sono più agili a reagire alle sfide economiche potendo approfittare di un mercato senza confini. Mentre nel passato, avendo un mercato limitato dai confini, erano avvantaggiati i grandi stati, e si verificava un fenomeno concentrico, dove l’economia risulta più sviluppata al centro e meno nella periferia dello stato. La prova si vede nei fatti, l’UE è un grande spazio economico libero e senza barriere, dove trova meglio sviluppo lo scambio tra confini che all’interno dello stesso stato. Ma anche il mondo intero, seguendo questo esempio, si è lentamente “eurocomunizzato”.

Ora, in base a questa teoria, dal punto di vista di un piccolo stato, la nascita di barriere al commercio, di protezionismi, è estremamente deleterio. Ed ecco allora che il blocco del riso, quale misura protezionista, non può fare altro che accendere un segnale di allarme per coloro che credono e auspicano nell’esistenza di piccoli stati. Il fatto è che il riso brasiliano è solo uno dei tanti segnali che ci giungono. Un analogo blocco è stato già messo in atto dall’Egitto, ed anche in Cina si stanno esaminando misure per contingentare la produzione di riso. Così il prezzo di riso e cereali, è cresciuto del 50%.
Dietro la stretta dei cereali c’è la produzione di petrolio e le possibili tensioni che nuovamente si verrebbero a creare se (come probabile) gli USA attaccheranno l’Iran. Le elezioni USA sanciranno definitivamente quale strada prenderà il mondo nei prossimi decenni.
La differenza non sarà tra Obama o McCain, ma tra questi e Ron Paul, verso il quale c’è un sospettoso silenzio dei media europei. Perchè vi chiederete Ron Paul?
Cosa c’entra con il riso e i cereali, e con il petrolio? Ma soprattutto, cosa c’entra tutto questo con il trattato di Lisbona?

Petrolio e altre fonti energetiche sono e saranno strategiche per i prossimi anni, i cereali sono legati a doppio filo per il loro assoluto uso alimentare umano e animale ma per la concorrenza uomini e animali hanno incontrato con le macchine funzionanti a combustibili di cui i cereali possono rappresentare una fonte sostitutiva anche se a costi molto alti …per la nostra alimentazione.
E’ stata calcolata la relazione tra sviluppo della società e disponibilità di energia. Dunque il mondo intero si sta apprestando ad affrontare una crisi fondamentale, e la prima misura di difesa è il contingentamento, il protezionismo, l’erezione di barriere.
Ecco che il trattato di Lisbona và a formare un legame sovranazionale il cui fine và oltre il libero mercato, e mira a evitare possibili blocchi istituzionali per …”mere” questioni democratiche. Una soluzione presa in affanno che ha il sapore dell’emergenza più che del reale auspicio di costruire una evoluzione di civiltà. Di certo una soluzione assunta per impedire che la destabilizzazione finanziaria di qualche stato possa compromettere una moneta unica simbolo di un mercato unico e aperto. Per i piccoli stati è auspicabile un ambio libero spazio economico, ed anche una moneta comune e stabile perchè non possiamo nasconderci il rischio che piccoli stati potrebbero correre se risultassero esclusi da questo recinto di fiori spinosi. Forse la Danimarca, quale piccolo stato, ci lancia un segnale. Tutto chiaro allora, siamo condannati alla dittatura di Bruxelles?
Ebbene se da una parte questo trattato viene imposto con metodi che sono tutto fuorchè democratici, al tempo stesso sarebbe opportuno che questa forte alleanza con i nostri amici europei, possa basarsi su principi diversi, che partano dal basso, dalla gente e comportino un reale interesse economico. Le forze che auspicavano ad una confederazione europea devono risvegliarsi e reagire, per sollecitare una revisione delle modalità di accettazione del trattato, e visto che ci siamo di sfrondarlo di almeno 300 pagine, e salvare la nostra libertà. Un bene, la libertà, che è difficile mantenere quando si è schiavi di fonti energetiche e soprattutto di cibo, ma altrettanto se ci si mette le manette da soli.

Tra un po’ vedremo che strada prenderà il mondo: Ron Paul e l’America degli yeoman’s farmer, della libertà, del dollaro riallineato al valore reale e del ritiro delle truppe dall’Iraq o Obama/McCain con i piani pronti per il bombardamento dell’Iran?
Di fronte a questo grande interrogativo noi restiamo nello scudo blu a stelle, ma dobbiamo chiederci se vogliamo restarci come liberi cittadini per libera scelta o come sudditi.

Claudio Ghiotto
Partito Nasional Veneto

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Belgio: anche il codice della strada sarà diverso tra Fiandre e Vallonia, primi passi di indipendenza

martedì, 26 febbraio 2008
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Belgio / Primo accordo riforme: devoluzione su codice della stradaNella notte intesa su “antipasto”, la pietanza per l’estate

http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2008/02_febbraio/25/belgio_primo_accordo_riforme_devolution_su_codice_della_strada,14142333.html

Bruxelles, 25 feb. (Apcom) – Nella notte, quasi inattesa, è giunta l’intesa tra gli otto saggi del Belgio su “l’antipasto” delle riforme istituzionali, passaggio chiave per far cedere i fiamminghi sull’accordo politico per la finanziaria 2008 (che ha un certo ritardo) e per la formazione di un nuovo governo a fine marzo che poi prepari la grande riforma autonomista attesa per l’estate.

L’accordo, lo si sapeva, non è gran cosa, ma nella notte c’è stato il guizzo inatteso: il codice della strada sarà diverso tra Fiandre e Vallonia, un elemento in più per caratterizzare questo paese che già da solo ama definirsi surrealista, ed infatti è la patria di Renè Magritte, oltre che dei Puffi e del sassofono.

continua…

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La Causa Veneta al bivio, ostaggio della Casta Veneta e del passatismo nostalgico

venerdì, 28 dicembre 2007
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Nel panorama politico europeo c’è un grande assente. Le grandi novità politiche del 2007 che sta volgendo al termine sono infatti le grandi vittorie elettorali e politiche dei partiti indipendentisti e autonomisti in tutte le regioni caratterizzate da alti tassi di ladrocinio da parte dei governi centrali degli stati di cui fanno parte.
Tra essi l’esempio elettoralmente più significativo è quello scozzese, con la storica vittoria dello Scottish National Party e la conseguente nomina del suo leader Alex Salmond a primo ministro di Scozia.
Politicamente si è invece rivelata assai importante la vittoria del partito indipendentista fiammingo N-VA, nato solo nel 2001 e che ha rivelato al mondo intero la crisi dello stato belga, proprio nel cuore dell’Europa di cui condivide la capitale Bruxelles.
Restano molto caldi i fronti basco e catalano, grazie all’azione da un lato del PNV, il Partito Nazionale Basco e del primo ministro basco Ibarretxe che ha annunciato una prima consultazione popolare per la riappacificazione da tenersi il 25 ottobre 2008 e dall’altro di ERC, Esquerra Republicana de Catalunya, partito indipendentista catalano al governo a Barcellona, che ha lanciato la sfida a tutti i partiti catalani per tenere assieme un referendum per l’indipendenza della Catalogna prima del 2014.
Tornando a noi, il grande assente è proprio la Causa Veneta.
Infatti, se pure è vero che da una parte sembra fare passi in avanti grazie all’azione di molti movimenti indipendentisti, in particolare il movimento “Veneti” che ha organizzato una serie di riuscitissimi eventi sul territorio e altri ne sta organizzando, ma anche alle azioni sempre più incisive anche di altri soggetti politici, dall’altra resta ancorata a due grandi moloch che di fatto la tengono in un impasse pericoloso.
Il primo moloch è rappresentato dall’apparente convergenza politica nel nome dell’autonomia e dello statuto speciale veneto. Il 2007 ha registrato in tal senso alcuni momenti finora inediti di unione di intenti in tal senso: dalla legge sulla tutela e la valorizzazione della lingua e della cultura veneta, al mandato speciale conferito a Galan per trattare con Roma una serie di competenze da esercitarsi a livello regionale.
Il secondo moloch è rappresentato dalla preponderanza dei temi legati al nostro passato nella battaglia politica e culturale quotidiana che si sta svolgendo in Veneto rispetto al mondo associazionistico e politico.
Parliamo di moloch non a caso, poiché essi hanno una forza che deriva dall’interesse politico nel primo caso e dalla grandezza della nostra storia e cultura veneta nell’altro.
Il primo moloch si rivela cambiando per un istante le lenti con cui guardiamo alla politica. Se infatti osserviamo i nostri vicini lombardi, ci accorgeremo che il tentativo di Galan è praticamente identico a quello di Formigoni nella vicina Lombardia. E rivela l’ultimo tentativo di una classe politica assolutamente compromessa col disastro italiano che ci sta portando alla rovina. Gli attuali esponenti politici della Casta Veneta non possono essere i fautori del risanamento del sistema politico veneto, contiguo e intrecciato in un unicuum indissolubile col colabrodo italiano, a meno di rifondarlo attraverso l’autogoverno e l’autodeterminazione dal basso.
Il secondo moloch rivela in modo preoccupante l’immaturità politica di noi veneti, incapaci di dare una proposta politica che abbia al suo interno ANCHE la componente storico-culturale-linguistica, ma che sia forte di una visione di insieme prospettica rivolta al futuro e tale da coinvolgere la classe media veneta, senza la quale la Causa Veneta non ha alcuna speranza di poter trovare soddisfazione.

Questa dicotomia parassitaria che nutre l’una parte dell’altra spiega le ragioni per cui è nato da breve tempo il comitato che porterà alla fondazione del Partito Nazionale Veneto.

Dobbiamo, in poche parole, uscire tutti assieme dal nostro recinto di cultori nostalgici del passato ed elevarci a leader politici in grado di proporre le soluzioni politiche auspicate dal Popolo veneto.

Gianluca Busato
Comitato per la fondazione del
Partito Nazionale Veneto

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Governo di emergenza in Belgio

martedì, 4 dicembre 2007
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Un patriota Veneto, un nostro caro amico emigrato in Olanda, uno dei giovani cervelli veneti fuggiti dalla nostra patria in crisi ci porta un pò di notizie fresche da lassù, non filtrate dalla tv di regime italiana. 

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Ciao!! Un po’ di notizie da quassù…

Dopo 174 giorni di crisi politica continua, dove vari primi ministri incaricati di formare il governo hanno dato le dimissioni per disaccordi fra Fiamminghi e Valloni, il Belgio avrà un noodregering un governo di emergenza. Un fatto eccezionale per il Belgio (e anche per l’Olanda e la Germania che lo guardano incuriosite).

Contrariamente alla prassi, secondo cui diventa premier il leader del partito vincitore alle elezioni, Il Re ha dato un mandato speciale al capo del partito che ha perso le ultime elezioni (Guy Verhofstadt) incaricandolo di formare un governo di emergenza che non si limiti all’ordinaria aministrazione (come succede finché si aspetta un governo nuovo) ma che prenda decisioni fondamentali e urgenti dopo quasi 6 mesi di paralisi politica e che porti a termine la riforma dello Stato (in senso federalista perché non collassi).

L’ennesimo primo ministro incaricato (Yves Leterme) ha rassegnato le dimissioni perché i veti incrociati fra partiti fiamminghi e valloni non danno una maggioranza parlamentare.
Il Re ha detto che ormai il blocco politico ha fatto diventare ridicolo il Belgio agli occhi del mondo e ha deciso la mossa insolita di nominare un governo di minoranza, gestito dagli sconfitti (liberaldemocratici).

Eccovi qua due pagine di giornali belgi con l’ennesima dimissione del 3 dicembre e con la nomina reale di oggi 4 dicembre.

(De Standard on line – 3 dic 2007 – Belgio) Aspettando un’iniziativa del Re – Wachten op een initiatief van de koning
http://www.standaard.be/Artikel/Detail.aspx?artikelid=DMF02122007_050

(De Morgen – 4 dic 2007 – Belgio) Terzo governo Verhofstadt diventa un governo d’emergenza – ‘Verhofstadt III wordt noodregering’
http://www.demorgen.be/dm/nl/989/Binnenland/article/detail/82792/2007/12/3/Verhofstadt-III-wordt-noodregering.dhtml

ciao a tutti da A’dam,
Michele

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Belgio: si dimette primo ministro Leterme

sabato, 1 dicembre 2007
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01 dic 15:18 Esteri BRUXELLES (Belgio) – Si e’ dimesso il fiammingo Yves Leterme, primo ministro incaricato del Belgio. Lo ha annunciato oggi il re Alberto II. (Agr)

http://www.corriere.it/ultima_ora/detail.jsp?id={80235BDB-7C6E-4341-A160-032D33933824}

Emerge con sempre più forza la posizione del partito indipendentista fiammingo N-VA: http://www.n-va.be/nva_en.asp

Leterme est démissionnaire
http://www.rtlinfo.be/news/article/64707/–Leterme+est+d%C3%A9missionnaire

Albert II a annoncé a accepté de retirer à Yves Leterme sa mission de formateur, après l’échec de ce dernier à se mettre d’accord avec les partis francophones. Le Roi a reçu en audience en début d’après-midi (…) Monsieur Yves Leterme, Formateur (du gouvernement, ndlr). Monsieur Leterme a demandé à être déchargé de sa mission. Le Roi a accepté cette demande”, a indiqué le Palais royal dans un bref communiqué. La démission de M. Leterme aggrave un peu plus la grave crise politique que traverse la Belgique depuis près de six mois.

Les trois ultimes questions de Leterme

Après avoir reçu la réponse des partis de la potentielle orange bleue à ses “ultimes questions”, le formateur s’est rendu chez le Roi, ce samedi à 14 heures. A l’issue d’une nouvelle réunion des chefs de délégation vendredi, le formateur Yves Leterme avait posé trois questions aux délégations de l’orange bleue. Chacun était invité à répondre par oui ou par non. Le formateur leur demandait s’ils étaient d’accord que tout puisse être discuté au sein de la Convention et du Bureau. Les partis devaient aussi dire s’ils acceptaient que les Régions puissent octroyer des incitants fiscaux aux entreprises. Et enfin ils devaient dire s’ils étaient disposés à accepter que l’on vote la réforme de l’Etat avec “une majorité classique des deux tiers”.

Le MR répond “oui” à deux des trois questions

Les différentes réponses sont tombées samedi matin. Les deux partis libéraux ont été les premiers à faire connaître leur réponse. Le président du MR Didier Reynders a confirmé la position prise lundi par son parti en matière de réforme de l’Etat. Les réformateurs sont d’accord pour parler de tout au sein de la Convention. Ils insistent qu’il doit donc être possible de parler de la refédéralisation de certaines matières ainsi que de l’élargissement et du statut de Bruxelles. Le MR est favorable à l’idée de permettre aux Régions d’accorder des incitants fiscaux aux entreprises et souligne que la majorité des 2/3 “classique” implique la moitié dans chaque groupe linguistique. “Le MR votera en fonction des propositions qui lui seront soumises et sans le MR il n’y aura pas de majorité dans le groupe linguistique francophone”, souligne M. Reynders.

L’Open Vld d’accord sur tous les points, la N-VA nuance

L’Open Vld a fait savoir qu’il répondait “oui” aux trois questions du formateur. Les libéraux flamands expliquent que cette attitude est la conséquence du fait que les propositions “ultimes” du formateur ne difffèrent guère de l’accord qui avait été accepté lundi dernier par le MR, le cdH, l’Open Vld et le CD&V. Le cartel CD&V/N-VA a fait savoir pour sa part qu’il répondait “trois fois oui” aux questions d’Yves Leterme. A la N-VA on précisait toutefois que la réponse aux trois questions doit être prise en compte en même temps que le “nouveau menu” pour la réforme de l’Etat présentée mardi par le formateur Yves Leterme. Le petit parti nationaliste allié au CD&V ajoute encore que cela signifie qu’il sera possible de parler au sein de la Convention de la politique familiale et partant de la sécurité sociale notamment en ce qui concerne les allocations familiales.

Le cdh campe sur l’accord arrêté lundi

Quant au cdH il s’en tient clairement à l’accord de lundi dernier et demande au formateur s’il peut en revenir au “menu” sur lequel trois des quatre formations concernées par l’orange bleue avaient marqué leur accord.

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Bart de Wever, leader del partito fiammingo N-VA: vogliamo l’indipendenza.

martedì, 27 novembre 2007
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Bart de Wever, leader del partito fiammingo N-VA: vogliamo l’indipendenza.

http://canali.libero.it/affaritaliani/politica/belgiosecessione2611.htm
C’è una terra contesa nel cuore dell’Europa dove le divisioni tra due comunità potrebbero portare alla scissione del Belgio in due Stati. Per comprendere la crisi in atto nel Paese, dove, a cinque mesi dal voto, non è ancora stato trovato un accordo sulla formazione del nuovo governo federale, Affari ha intervistato Bart de Wever, presidente del N-VA, il partito fiammingo di centrodestra alleato dei cristiano democratici (CD&V) di Yves Leterme, e politico in prima linea nelle trattative per avvicinare le posizioni tra fiamminghi e valloni, le cui richieste divergenti ostacolano l’intesa.

Abile mediatore ma anche strenuo difensore dei diritti delle Fiandre, di cui il suo partito chiede l’indipendenza dallo Stato belga, de Wever annuncia: “Il Belgio ha i giorni contati: o si attua un federalismo più ampio o il Paese si dividerà in due Stati”. “Non accetteremo un mantenimento dello status quo o una devoluzione di poteri minoritari – spiega il leader dei liberali fiamminghi -. Chiediamo ai partiti francofoni di cooperare per una riforma istituzionale che affidi alle comunità locali competenze primarie di vasto raggio”.

A che punto sono le trattative per la formazione del nuovo governo di coalizione?

“Le negoziazioni sono entrate in una fase cruciale sebbene non sia ancora possibile affermare quando sarà raggiunto un accordo definitivo. Il mio partito, il N-VA, è tuttora favorevole a una coalizione “Arancio-blu” composta dai partiti di centrodestra fiamminghi e valloni. Intense sono state raggiunte su questioni relative all’immigrazione, agli affari sociali e alla politica interna. Sarebbe un peccato far naufragare i compromessi finora ottenuti, ma allo stesso tempo non siamo disposti a rinunciare alle nostre istanze”.

L’attuale crisi politica è dovuta esclusivamente agli attriti tra i fiamminghi e i valloni?

“Le storiche divisioni tra fiamminghi e valloni possono essere spiegate con una frase pronunciata dal cardinale francofono e anti-fiammingo Désiré Mercier (1851-1926) che disse: “Il Belgio sarà latino o non sarà affatto”. Credo che in queste parole ci sia una buona dose di verità poiché, quando il Belgio è stato creato, è stato concepito come uno Stato francofono. La Costituzione stabiliva il pluralismo linguistico ma in concreto il fiammingo fu relegato in un angolo per favorire coloro che parlavano francese. Nel corso della storia i fiamminghi hanno ottenuto numerosi riconoscimenti sebbene l’élite francofona abbia sempre cercato di imporre “il progetto belga”, ovvero la creazione di un popolo belga, che tuttavia non è mai esistito. La regione di Bruxelles, un tempo a maggioranza fiamminga, fu trasformata in un’area a prevalenza francofona attraverso una colonizzazione vera e propria. I fiamminghi avevano una sola scelta: diventare francofoni o rimanere disoccupati. Oggi le due comunità sono spaccate da diversità ancor più profonde. Noi fiamminghi abbiamo i nostri media, le nostre organizzazioni sociali, culturali, un universo letterario di riferimento e intellettuali che sono diversi da quelli dei francofoni. Se a un francofono di Charleroi viene chiesto di citare una personaggio famoso della televisione fiamminga, non sarà in grado di rispondere. A questa condizione di “mondi paralleli” si aggiungono le diversità economiche e politiche. Le Fiandre hanno sempre votato a destra, mentre la Vallonia è storicamente una roccaforte della sinistra. Questa differenze si sono acutizzate dopo il declino industriale della Vallonia e l’espansione economica delle Fiandre. Oggi le disparità economiche tra le due regioni sono notevoli: nelle Fiandre sono le piccole imprese a creare lavoro mentre in Vallonia è lo Stato a farlo. Attraverso un sistema statalista il governo centrale trasferisce flussi di denaro dalle Fiandre alla Vallonia. Ogni anno 11 miliardi sono sottratti alle Fiandre, che non hanno neppure la facoltà di esprimersi al riguardo. Anche per questo motivo il mio partito sostiene l’ipotesi di una coalizione “Arancio-blu”, che sarebbe la prima formazione di governo non socialista a livello federale”.

Il suo partito, la Nuova Alleanza Fiamminga, mira a una secessione pacifica delle Fiandre dal Belgio. Ce ne spiega le ragioni?

Il nostro partito vuole l’indipendenza delle Fiandre come Stato riconosciuto dall’Unione europea. Lo Stato belga non ci offre nulla di quanto abbiamo bisogno. Se il Belgio smettesse di esistere, non verseremmo neppure una lacrima. Non sarebbe tuttavia colpa nostra ma significherebbe che le basi storiche e politiche di questo Stato verrebbero a mancare. Oggi chiediamo che maggiori competenze siano devolute alle comunità locali, attraverso un processo democratico e negoziale. A lungo termine, tuttavia, ritengo che il Belgio si dissolverà e all’interno dell’Ue nasceranno due Stati separati: le Fiandre e la Vallonia“.

Il federalismo belga ha smesso di funzionare?

“Il sistema federale belga è sul punto di scoppiare poiché non è più in grado di risolvere questioni essenziali quali le disparità economiche tra le due comunità, i costi crescenti del sistema sanitario e sociale, etc… La realtà di questo Paese è che non esiste un Paese. Ci sono due democrazie, una fiamminga e una francofona, con i loro partiti politici, che si accordano solo dopo le elezioni. Ma spesso le politiche degli uni e degli altri entrano in conflitto e il risultato è il blocco delle riforme. Le decisioni importanti per il nostro futuro e la prosperità del nostro Paese non sono prese. Per superare questa situazione è allora importante assegnare alle due comunità le competenze che permettano loro di fare le proprie scelte. E’ necessario realizzare una riforma dello Stato, alla quale i francofoni si oppongono poiché temono che porti alla fine del Belgio. Noi fiamminghi riteniamo invece che questo progetto sia essenziale per adeguare l’assetto istituzionale all’attuale realtà politica, sociologica ed economica di questa terra”.

Francesca Morandi

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Belgio: per il 43% è la fine del Paese, re in campo contro rischi secessione

venerdì, 9 novembre 2007
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Do articoli su£a situasion in Belgio

Belgio: per il 43% è la fine del Paese

http://www.clandestinoweb.com/sondaggi-da-tutto-il-mondo/belgio-per-43-dei-francofoni-la-fine-del-2.html

8 nov. – La commissione Interni della Camera. ha votato ieri pomeriggio la scissione del distretto elettorale di Bruxelles-Hal-Vilvorde che permetteva a 120.000 francofoni di poter votare per candidati del loro gruppo linguistico, potranno votare solo candidati fiamminghi. Per molti è la fine di un Paese basato sul compromesso di convivenza civile tra fiamminghi e francofoni. Il clamoroso voto fiammingo per la scissione della periferia di Bruxelles dalla capitale come distretto elettorale e’ l’inizio della fine del Belgio per quasi la meta’ dei cittadini francofoni del paese. E’ il risultato di un sondaggio lampo condotto dal quotidiano di Bruxelles ‘Le Soir’, dopo quanto accaduto ieri.

Alla commissione Interni della Camera, in effetti, i fiamminghi, dopo che i francofoni avevano abbandonato l’aula, hanno votato compattamente, a prescindere dal partito, la scissione del distretto elettorale Bruxelles-Hal-Vilvorde, che consentiva ai 120.000 francofoni della periferia (giuridicamente parte delle Fiandre) di votare per candidati del loro gruppo linguistico. Con la scissione, che pero’ i francofoni hanno possibilita’ di bloccare, i francofoni della periferia dovrebbero votare solo per candidati fiamminghi.

Un ‘atto di guerra’, secondo i politici che parlano la lingua di Moliere, e molto preoccupante per la comunita’ francofona: secondo il 43% quanto avvenuto ieri e’ l’inizio della fine del Belgio. Un dato leggermente in minoranza, ma in costante crescita, rispetto agli ottimisti (47% dicono di no). Resta un 10% di indecisi, che potrebbe far ribaltare i risultati in un futuro prossimo se le cose non miglioreranno.

Il voto di ieri su Bruxelles-Hal-Vilvorde, scrive Beatrix Delvaux, direttrice di ‘Le Soir’ in un editoriale,” e’ la conseguenza di antagonismi ormai profondi e conclamati tra fiamminghi e francofoni”. Secondo Delvaux, ieri “alle 14 e 30 e’ morta una certa idea del Belgio. E’ finito un paese in cui il compromesso era eretto a istituzione, suscitando l’ammirazione del mondo intero”.

Belgio: crisi, re in campo contro rischi secessione

da www.new.ticinonews.ch
Contro i rischi di scissione del Belgio, scende in campo il re dei Belgi Alberto II, l’unica figura condivisa da francofoni e fiamminghi e in quanto tale unico vero garante dell’unità nazionale.

L’intervento del sovrano, che chiede alle due camere del parlamento di avviare un dialogo sullo sviluppo delle istituzioni del paese allo scopo di rafforzare la coesione tra le due comunità, giunge all’indomani del giorno più buio nella storia dell’unità del Belgio. Ieri, tutti i deputati fiamminghi, con la sola esclusione dei verdi, hanno votato in blocco a favore della scissione di Bruxelles-Hal-Vilvorde (Bhv), la circoscrizione più importante, che include anche la capitale con le sue istituzioni europee e l’unica bilingue.

“Un atto di guerra”, come è stato bollato dagli esponenti francofoni, che ha scioccato il paese: per la prima volta da quando il Belgio esiste una coBRUXELLESmunità ha imposto all’altra la legge del più forte, rompendo il patto siglato dal 1830. Ovvia conseguenza: la rottura dei negoziati per la formazione del nuovo governo che proseguono inutilmente da oltre 150 giorni.

ATS

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