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Plebisciti: se i fondamenti di ITA sono questi…

venerdì, 28 novembre 2008
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Con vivo piacere ho presentato ad Este, lo scorso 21 novembre, il libro di Ettore Beggiato La grande truffa, dedicato al plebiscito del 1866. Ho avuto modo di conoscere una splendida istituzione della Venetia, il Gabinetto di Lettura, fondato nel 1847, e che ha sede in un bellissimo palazzo nel pieno centro di una cittadina vivace e ricca di cultura, dove le origini stesse della Venetia, i suoi primi abitatori in età pre-romana, sono documentate nel bellissimo museo archeologico. Che insieme a quello di Adria fornisce un quadro di un’identità di popolo, e di una presenza sul territorio, radicata da millenni, ben prima di Roma, e a fortiori prima dei corruschi undici secoli di Serenissima. In breve, sul libro e sui plebisciti. Se questo testo di Beggiato documenta quanto sia stato farsesco, manipolato violentemente, e privo di alcun significato, ché i giochi erano già stati fatti a livello diplomatico, il plebiscito del 1866 per la Venetia (e Mantova, e tutti i territori del Lombardo-Veneto non annessi nel 1859), esiste ormai una consolidata letteratura che dimostra quanto tutti i plebisciti del tempo, a cominciare da quello del 1799 che sancì il trionfo del despotismo napoleonico – cui a quel punto mancava solo la corona imperiale – fossero tutto fuorché la richiesta di un voto popolare con una vera potestà legislativa. I padroni del bordello ITA – l’unico casino da cui si esce senza neanche aver goduto un pochino – hanno fatto spesso di questi plebisciti uno dei fondamenti della nascita d’ITA stessa, penso ad un celebre discorso del presidente di ITA del 2001, Ciampi a Palazzo Carignano a Torino, con citazioni dai “giuristi” risorgimentali, come quel Brofferio che diceva che l’Italia era stata fatta “dalla volontà del popolo” (però poi costui chissà perché se ne andò a morire a Locarno); o quel Giorgini che diceva che VE II, regnava “in virtù dei plebisciti ai quali si deve la formazione del Regno d’Italia”. Invece tutti questi plebisciti furono fatti con minacce di ogni tipo, e in realtà non furono veri referendum, ma semplicemente, forme di richiesta di acclamazione popolare per quello che era già stato deciso. D’altra parte erano in fondo così i plebisciti nella loro origine romana, i tribuna plebis proponevano leggi ai concilia plebis, che generalmente le accettavano, ovvero, davano la loro approvazione. Niente a che vedere con una libera richiesta di espressione di volontà popolare. Già originariamente i plebisciti erano questo, e nient’altro. Ai poveri cristi dell’ITA nascitura veniva richiesta l’acclamazione, non il dissenso. Chi sperava di potersi sottrarre all’acclamazione ed esprimere il dissenso, interpretando il plebiscito, in buona fede e con buone ragioni, per ciò che non era né poteva essere, se la passava brutta. Nello spirito di ITA, dell’intimidazione armata, i carabinieri puntavano contro di loro il moschetto; quegli stessi che poi, generazioni dopo, fucileranno i soldati-bambini che volevano salvarsi la vita disertando da quella strage crudele, insensata, ed abietta, che fu la prima guerra mondiale. Al popolo suo questo ha sempre riservato ITA: inganno e morte. Per farsi un’idea delle dinamiche assurde e violente dietro a questi plebisciti, rimando volentieri a ottimi lavori che si trovano in rete: uno di Angela Pellicciari, storica coraggiosa e onesta, “Plebisciti. Solo una bella parola”.
E le più ampie “Noterelle di storia antirisorgimentale” di Maurizio G. Ruggiero.
In sostanza, tutti i plebisciti dell’Ottocento furono un’immensa truffa. Nella misura in cui, almeno, furono fraintesi da tutti, trasformando un’acclamazione pubblica (di una decisione e/o legge già presa) in un’espressione di libera volontà. Meglio dunque, per onestà sabauda (le poche volte che si trova) quando non vennero neppure celebrati: a Genova nel 1805, a Milano nel 1859. Ad esempio. Ma si legga un libro che l’establishment di storici-servi di ITA ha attaccato en masse, L’invenzione dell’Italia unita, di Roberto Martucci (Sansoni, 1999). E ancora, si leggano i libri di Massimo Viglione, di Agnoli, di Zitara, di Salvi, e di numerosi altri storici, che non hanno venduto la verità per un piatto di lenticchie sabaude. I plebisciti sono un fondamento talmente debole per la creazione dell’unità di ITA, e per il suo attuale mantenimento in vita, questa sorta di accanimento farmacologico, che i pietosi medici di ITA farebbero bene a cercarne altri. Il problema è che anche tutti gli altri sono egualmente bacati e falsi. E che ITA non si regge più.

Paolo Bernardini
Presidente Pnv

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Insorgere nel 1809, liberarsi nel 2009

venerdì, 19 settembre 2008
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E se un sogno si avverasse?

E’ con particolare piacere che questa sera (ieri sera, ndr), 18 settembre 2008, presento a San Bonifacio il libro di Ettore Beggiato, 1809: l’insorgenza veneta. Si tratta di un contributo importante alla storia delle insorgenze europee contro Napoleone, quell’Hitler còrso che per una singolare cecità degli storici tuttora è esaltato come liberatore, “spirito del mondo a cavallo”, come solo un cialtrone come Hegel poteva chiamarlo (e non gli aumentò neppure il suo misero stipendio di professore). Esaltato, quando invece, come il libro di Beggiato dimostra, costui dovrebbe essere posto nel girone infernale degli sterminatori di masse: si dovrebbe cancellare da ogni via e strada e fors’anche libro, come le sue truppe di assassini e violentatori fecero con le lapidi antiche di Feltre. Ché è stato calcolato che ben 300.000 abitatori del suolo italico presero parte alle insorgenze contro il giovane criminale a piede libero, e di questi forse 100.000, forse 150.000, morirono, nelle truci repressioni che questi e i suoi collaborazionisti misero in atto, tra il 1796 e il 1814. Beggiato continua degnamente una lunga tradizione, purtroppo minoritaria per volere del governo centrale romano, di storici delle insorgenze, da inizio Ottocento ad oggi. E quanti sono ancora attivi, da Agnoli a Rino Cammilleri, al valentissimo Massimo Viglione, e numerosi altri, coraggiosamente contrapposti, e insultati per questo, alla storiografia di regime. Che raggiunge vertici di comicità pari solo a quelli di ignoranza: in un libro di quello che è considerato il maggior storico del risorgimento italiano in Francia, quando costui redige una misera scheda degli stati “italiani” prima dell’arrivo di Napoleone, neanche nomina Venezia! Che vergogna.
Quando le popolazioni d’Italia si ribelleranno a questo Stato ormai passato, vivo come vivono i morti, quando la Venetia, la Sicilia, e Roma stessa torneranno indipendenti (se i romani si ricordassero quant’era bassa e giusta la tassazione sotto l’illuminato Pio VI, prima che arrivasse quel tozzo mastino còrso, sarebbero i primi a ribellarsi), ebbene, finalmente saranno riscattati, e onorati, e sottratti ad un vergognoso oblio, quei 100.000 patrioti veri, martiri veri, che diedero la vita per quel regime antico che evidentemente non era così avido, così crudele, così barbaro, come generazioni di storici di regime, vendutisi per poco, hanno fatto credere e tuttora fanno credere ad altrettante generazioni di studenti.
Si ricordino dunque i patrioti del 1809, appartenenti ad ogni ceto, religiosi e laici, uomini e donne e fanciulli. Ché forse già nel 2009 i loro discendenti della Venetia conquisteranno la libertà, quella per cui i loro antenati così gloriosamente morirono. E allora a loro saranno ridedicate tutte le strade, quelle che ora portano nomi di tiranni e barbari e stranieri e affamatori del popolo veneto, la marmaglia che si chiama Cavour, Garibaldi, Quintino Sella, e compagnia cantante. A quegli eroi di cui si è persa la memoria – ma non del tutto, il bene non scompare mai, arretra solo dinanzi alle orde del male – sarà in qualche modo intitolato il nostro futuro.
Forse già nel 2009. Basta volerlo.

Paolo Bernardini

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“1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco” di Ettore Beggiato

venerdì, 11 gennaio 2008
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Riportemo da  http://www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=4083

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“1809: l’insorgenza veneta.
La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco”

Editrice Veneta – Vicenza


Presentazhion de Ivone Cacciavillani :

L’Autore che, completata la stesura d’un libro, ne chiede a taluno la “presentazione”, si rivolge generalmente, tra i conoscenti, a chi pensa sia in consonanza con le tesi enunciate, confidando in una specie di loro avallo presso i lettori. Beggiato sulla piena consonanza ha certo indovinato, anche se su un solo punto debbo dissentire: Egli deve per coerenza e chiarezza menzionare spesso quel personaggio che tra gente dabbene non dovrebbe mai venire nominato, come una parola sconcia. Nei miei libri, quando devo parlarne, uso sempre una I. maiuscola puntata ed in nota in calce preciso che quella I. può significare Imperatore per gli ammiratori, Infame per i molti altri. Qui Beggiato deve necessariamente chiamarlo per nome, ma resta sempre e solo un I.
Ha un merito enorme questo libro, che più che di storia dovrebbe essere definito di cronaca: quel giorno per giorno di rivolte paesane indice d’un “troppo pieno” di sopportazione che straripa qua e là per il Veneto, con una distribuzione geografica a macchia di leopardo che la dice tutta sulla generalità dell’insoddisfazione. Se ci fossero stati giornali che avessero avuto il coraggio di pubblicare anche cose non gradite “al Palazzo” questi sarebbero stati fatti di cronaca giornalistica ed allora i rivoltosi, che erano per lo più dei renitenti alla leva per nulla anelanti ad andar a morire nelle gloriose armate dell’I., probabilmente sarebbero stati definiti “ribelli”. Erano sostanzialmente dei poveracci senza più nulla da perdere per avere già perso (o essergli stato tolto) tutto; ora probabilmente li si chiamerebbe partigiani; allora andavano per briganti, che dava l’idea del grassatore con un misto peraltro di ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza; ma inoltrandosi per questa strada c’è il rischio di sconfinare nella sociologia storica …
Un punto della Sua Introduzione merita di essere ripreso con qualche considerazione per l’alto valore “ideologico”: il rancore per il silenzio degli Storici, per la latitanza delle “Università italiane nel Veneto”, detto come antitesi a Università Venete, che secondo Beggiato, latitano del tutto. In questa storia “dal basso”, dal lato della povera gente che non fa mai storia, perché, secondo una certa moda “culturale”, la storia deve occuparsi solo di guerre, di battaglie, di conquiste: i fatti dei “grandi”. Condivisibile il rilievo, ma ci si deve chiedere il perché di questa moda perversa. Ed il perché sta proprio nella mancanza dell’anello cronachistico. L’interesse alla ricerca storica nasce dall’interesse alla lettura. L’interesse alla lettura nasce dalla voglia di saperne di più; il passaggio dai fatti di cronaca alla storia dei fatti passa attraverso l’opera ora del giornalista; per i tempi andati, quando i giornali o non c’erano o non venivano letti (nel contado), dalla cronachistica: i libri di fatti di cronaca come passaggio ai libri di storia.
Bene fa Beggiato, sempre nell’Introduzione, ad avvicinare le rivolte diffuse del 1809 contro l’I. a quella del 1848 contro l’Austriaco; figlie dello stesso disagio e della miseria imperante. La grande differenza sta nel fatto che nel 1809 non c’era un Daniele Manin ad incanalare la protesta e a farne fatto politico. Effimera quella del ‘48, ma infinitamente più efficace di quella del ‘09. Resta un grande deficit di storia nel nostro Veneto; difficilmente spiegabile. Forse la spiegazione più convincente la dà ancora Daniele Manin, nella descrizione dell’assetto costituzionale della Serenissima, in una monumentale opera collettanea del 1847: la ravvisò nell’eccesso di autonomia lasciata dalla Repubblica di San Marco alle Terre dei suoi Domini: un’autonomia che diventò particolarismo e localismo; incapaci i Veneti di guardare ad una Patria, oltre l’ombra breve del campanile. Ed allora ben vengano questi libri di cronaca, che, raccontando le vicende dei campanili, riescono a creare una comunità d’interessi che forse è proprio quel connettivo che manca alla nostra cultura di base.
Finisce che occorre dir grazie ad un Beggiato che, andando per campanili, finisce per fare del vero federalismo culturale.

Introduzhion

Banditi o patrioti veneti ?

Giuseppe Boerio nel suo “Dizionario del dialetto veneziano” stampato a Venezia nel 1856 parla dei “briganti” in questi termini:
“Con tale nome erano comunemente chiamati nell’anno 1809 coloro che nelle varie nostre provincie si sollevarono”; lo storico trentino Aldo Bertoluzza anticipa l’utilizzo del termine, almeno per quanto riguarda il Veneto, al 1797:
“La denominazione di briganti che verrà riportata da gran parte degli storici risale al mese di aprile 1797, quando avvenne l’emigrazione nel Trentino di fuoriusciti veneti antifrancesi e la formazione di quei primi nuclei che Napoleone stesso battezzava briganti, e che diventeranno poi gli affiancatori dei malcontenti tirolesi e di Andreas Hofer nel 1809”
Attraverso il concetto di “brigante” si tentava, e si tenta, di screditare chi lottava comunque per un’idea, per difendere la propria terra, la propria casa, la propria tradizione.
E così “briganti” furono tutti coloro che in tantissimi comunità della penisola italiana resistettero alle orde napoleoniche e giacobine, “briganti” furono chiamati i Vandeani che pagarono con il sangue la difesa della loro identità, “briganti” divennero più tardi coloro che si ribellavano nei confronti dei “liberatori” sabaudi e che vedevano i loro paesi rasi al suolo da certi figuri che ora campeggiano nelle nostre piazze.
L’insorgenza del 1809 assume il carattere di una vera e propria ribellione contro il conquistatore, contro l’Infame Napoleone.
Si può certamente parlare di una guerra di liberazione contro l’invasore straniero e i suoi collaborazionisti locali (i giacobini veneti) in un contesto che assume una caratteristica europea e che parte dalla Vandea tocca il Tirolo incendia la Spagna e coinvolge, in forme diverse, l’intero continente
Da una parte i popoli decisi a difendere la loro terra, la loro storia, le loro tradizioni dall’altra Napoleone e i suoi alleati; da una parte la difesa della propria religiosità dall’altra l’offensiva del laicismo; da una parte le “piccole patrie” dall’altra l’espansionismo francese, da una parte la battaglia autonomista dall’altra il centralismo più ottuso e rapace che affama la nostra gente con nuove tasse particolarmente odiose come quella sul macinato..
Si calcola che dal 1796 al 1815 le varie insorgenze coinvolsero nella sola penisola italiana più di 300.000 persone; sicuramente ne morirono più di centomila.
Ed anche nel nostro Veneto ci sono numeri impressionanti che testimoniano una partecipazione straordinaria: ad Orgiano piccolo centro del bassovicentino, fonti della polizia parlano di quindicimila persone in piazza, ma sono le piazze dell’intero Veneto ad infiammarsi, sono i campanili delle nostre comunità che diventano il simbolo della rivolta (non ci avevo mai pensato: dalle campane a martello del 1809 al campanile di San Marco dei Serenissimi del maggio 1997 …..) ..
Una sollevazione straordinaria come partecipazione, come coinvolgimento generale dell’intera popolazione, interclassista si direbbe oggi (altro che rivoluzione degli straccioni!), come riaffermazione della propria identità veneta e come lotta per riconquistare la libertà perduta (la bandiera con il leone di San Marco sventola in tante piazze e a Schio viene anche insediato un Governo Veneto…) alla quale si reagisce con brutalità impressionante con centinaia e centinaia di patrioti veneti fucilati e impiccati; certo, ci fu anche chi si dedicò alla razzia: ma fu comunque una esigua minoranza.
Sicuramente mancò la capacità “politica”, mancarono i capi, non certo l’ardore e l’eroismo della nostra gente.
Ma tutto questo nei libri della scuola italiana non compare e nella pubblicistica del “regime” viene censurato o minimizzato. E d’altra parte basta pensare a chi “controlla” le università venete, o meglio le università italiane nel Veneto per rendersi conto di come la storia veneta sia ostaggio di logiche e di “culture” estranee alla nostra terra e al nostro popolo.
Possiamo chiedere a questi “storici” sfornati dalle università italiane del Veneto come mai in Spagna gli insorti antinapoleonici vengono considerati degli eroi, immortalati nel famoso quadro di Fransisco Goya, e nella nostra terra veneta gli stessi insorti antinapoleonici vengono ignorati o trattati come delinquenti comuni?
Ed è la stessa storiografia che continua a presentare il Veneto polentone, abituato a dire “comandi!” a chiunque passi per questa terra. Nulla di più sbagliato!
Il nostro popolo ha sempre lottato per riacquistare la propria sovranità, la propria libertà. C’è un filo rosso (o meglio azzurro che è il colore nazionale di noi veneti) che unisce tante pagine della nostra storia nelle quali è costante la lotta del nostro popolo per l’autonomia, per l’autogoverno.
Vediamole, schematicamente e senza pretesa di completezza.
1) Nel 1797 i Veneti lottano strenuamente per difendere la Serenissima. Eroica la difesa dei veronesi durante le “Pasque” ma in tutto il Veneto ci sono manifestazioni di fedeltà alla Repubblica di San Marco e di resistenza contro i francesi;
2) nel 1809 i Veneti, come vedremo, insorgono contro Napoleone
3) nel 1848, il 22 marzo inzia la grande rivoluzione veneta; viene ricostituita la Repubblica Veneta e Venezia sarà l’ultima città d’Europa a cadere, il 23 agosto 1849, sotto l’impressionante offensiva dell’esercito aburgico. Per le cinquegiornatecinque di Milano ci sono interi scaffali di volumi, un anno e mezzo di indipendenza veneta viene sistematicamente ignorata. Dieci anni dopo Napoleone III proprone a Francesco Giuseppe di assimilare la questione veneta a quella del Lussemburgo. Nel 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto viene annesso all’Italia.
4) Nel 1920 subito dopo la fine della grande guerra quasi interamente combattuta nel nostro Veneto e che ha portato lutti, tragedie e disperazione a non finire, Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei Ministri, profondo conoscitore della nostra gente, scrive al suo successore Vittorio Emanuele Orlando il 7 febbraio 1919 del timore che potesse sorgere “un’Irlanda Veneta, mutando i paesi più patriottici e più sobri nel chiedere, in ribelli della disperazione” e il prefetto di Treviso segnala al Ministero la possibilità che nel Trevigiano si crei un movimento separatista tendente a staccare il Veneto dall’Italia.
E Guido Bergamo parlamentare trevigiano scrive “Il governo centrale di Roma, questo governo di filibustieri, di ladri e camorristi organizzati, non si accorgerà di noi se non ci decideremo a far da noi” e ancora “Ora basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti, tratteniamo l’ammontare delle imposte dirette nel Veneto”.
5) Nel 1945, nell’immediato dopoguerra il ministro dell’interno chiede informazioni alla prefettura di Venezia su “persone che tendano ad una autonomia integrale del Veneto e alla costituzione di una Repubblica di San Marco”
6) Nel 1970 nascono le regioni e il Veneto è l’unica regione che si da uno statuto nel quale si parla di “popolo”: l’articolo due recita: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”
7) Nel 1983 alle elezioni politiche per la prima volta in una regione a statuto ordinario una forza politica autonomista riesce a far eleggere due rappresentanti al parlamento italiano: è la Liga Veneta, la madre di tutte le leghe.
8) Nel 1997, il 9 maggio otto “serenissimi” si impossessano del campanile di S. Marco e issano la bandiera veneta. Un gesto e un sacrificio determinanti a far risvegliare nel popolo veneto la coscienza della propria identità e dei propri diritti.


C’è una grande opportunità con il 2009, con il duecentesimo anniversario dell’insorgenza veneta.
Sta a tutti noi diventare protagonisti nel processo di riappropriazione della nostra storia e della nostra identità.
Riappropriamoci del 1809!
E oggi come allora “Viva San Marco!”


Ettore Beggiato

Par el libro (222 pagine, 15 euro)
www.editriceveneta.it,
www.raixevenete.net
www.ettorebeggiato.org o bejato@hotmail.com

Edision, diçenbre 2007





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Plebisito trufa del 1866: letere de Guiotto e Beggiato a “l’Arena”

venerdì, 4 gennaio 2008
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Ancuò segnalo do bele letere scrite da Davide Guiotto (presidente Associazione Veneto Nostro – Raixe Venete – www.raixevenete.net) e da Ettore Beggiato (patriota veneto del PNE, xà consiglier regional) in risposta a do vergognoxi articoli piovegai da l’Arena de Verona che podè lexar qua: http://www.raixevenete.com/public/articoli_documenti/doc3196.asp 

A sto propoxito credo che par tuti naltri veneti, indipendentemente da come che la pensemo, sipia na roba bona aderir ala prosima bataglia de Beppe Grillo sul’informasion. Stemo atenti a come che vegnarà inpostà le robe, ma se le vien fate ben, mi ghe darìa el me apogio, magari abinandolo ala nostra Festa de San Marco, invese che ala liberasion. Che ne so: un bel “San Marco, fame la grasia de libararme dai giornalisti taliani”. Eco invese qualche spunto dal discorso de Beppe Grillo de fine ano talian (da http://www.beppegrillo.it/2007/12/libera_informazione_in_libero_stato.html):

“Bisogna cominciare a vedere chi è il nemico: nel V-Day scorso, dell’ 8 settembre, non si sono incazzati tanto i politici, ma i giornalisti, questa casta di gente, la vera casta che c’è in Italia. Ve ne siete accorti, no? Migliaia di schiavi vergognosi, messi li a pecorina, a 90°. Una cosa indegna.”

[...]

“Ecco perché farò il V-Day prossimo il 25 aprile: il giorno della Liberazione. Liberiamoci da questa informazione, liberiamoci da questa gentaglia. Gli togliamo i finanziamenti, vediamo di impostarla bene perché la mia vita ormai è su queste cose. Perché il compito che mi sono messo in testa non è di fare politica. Oggi sul Corriere della Sera sono indicato come il secondo politico, dopo Veltroni al 50%. E’ questo il nostro Paese: io sono uno dei più grossi politici che ci sono in Italia! Se facessero la classifica dei comici sarei in decima o quindicesima posizione, ci sarebbero i politici al primo posto. Il V-Day bisogna farlo su questo: togliere i finanziamenti ai giornali. Il 25 aprile del 2008 ci sarà una liberazione vera, in tutte le città succederà qualche cosa. Dovremo far succede qualcosa, con i media in silenzio e ci mancherebbe che ne parlassero. Sarà la loro condanna.”

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De seguito invese le letere de Guiotto e Beggiato: la letura xe asè interesante!

Lettera di Davide Guiotto a l’Arena di Verona

http://www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?whichpage=2&ARCHIVEVIEW=&TOPIC_ID=4004

Egregio direttore,

leggo con stupore e con una certa sorpresa alcuni articoli riportati sull’Arena del 2 gennaio, in riferimento alle vicende del plebiscito del 1866 e della seguente annessione delle terre venete all’Italia (a quel tempo Regno).

La mia sorpresa nasce dal fatto che quanto riportato dal suo quotidiano sono stralci ed opinioni tratti dalle cronache del tempo e dichiaratamente di parte, articoli che, proprio per questo motivo, non rappresentano la reale visione di quanto vissero e subirono i Veneti in quei giorni.
Il plebiscito fu oggettivamente una truffa, un voto truccato che lo stesso Montanelli definiva senza problemi “una burletta” e che viene invece celebrato oggi dalle colonne del suo giornale enfatizzando la “gioia” di quei giorni nel sentirsi italiani e arrivando a riportare dichiarazioni di chi affermava “Brogli? Non risulta”.
L’Arena era a quel tempo, come Lei bel saprà – e lo dico senza polemizzare – uno strumento a sostegno della propaganda italiana, la stessa propaganda che, ahimè, sembra tornare sullo stesso giornale 141 anni dopo, senza l’aggiunta di alcuna analisi critica e seria di quei fatti.

Perché caro direttore il suo giornale non ha aggiunto alle “trionfalistiche” frasi di propaganda come “Fu un accorrere festoso Siamo italiani, stiamo uniti, il re è un buon re”, le righe che lo stesso quotidiano l’Arena scrisse invece il 9 gennaio 1868, dopo appena 13 mesi di “unità nazionale”? Proprio il suo giornale scriveva infatti “Fra le mille ragioni per cui noi aborrivamo l’austriaco regime, ci infastidiva sommamente la complicazione e il profluvio delle leggi e dei regolamenti, l’eccessivo numero di impiegati e specialmente di guardie e gendarmi, di poliziotti e di spie. Chi di noi avrebbe mai atteso che il governo italiano avesse tre volte tanto di regolamenti, tre volte tanto di personale di pubblica sicurezza, di carabinieri, ecc….?”.
Perché non riportare anche questo? Avrebbe dato una visione più completa al suo lettore non le sembra?

Dopo aver letto quanto traspare oggi, 2 gennaio, dal suo giornale sono ancor più convinto della necessità di far veramente luce su questo capitolo di storia veneta che segnò profondamente il destino della nostra gente, auspicando che, con o senza la Regione Veneto, studiosi e ricercatori superpartes si riuniscano a breve per far davvero luce e chiarezza sul 1866 e tutto quello che ne seguì.
Una storia che, a quanto pare, qualcuno vorrebbe invece raccontare ancora in maniera diversa.

La saluto con la stessa tristezza che traspare dalle parole del grande poeta veronese Berto Barbarani che, nella sua “I va in Merica”, descrivendo quanto dovettero subire i Veneti fin da subito con i nuovi occupanti italiani, scrisse “co un gran pugno batù sora la tola: «Porca Italia» i bastiema: «andemo via!»”.
A seguito dell’unità d’Italia centinaia di migliaia di veneti furono infatti costretti ad emigrare nel mondo in massa, lontani da un stato che vedeva nei nuovi territori semplici colonie da sfruttare.

La storia è successa e non la si può tener nascosta a lungo.
E’ il momento di farla conoscere fino in fondo ai Veneti. Non crede?

Cordiali saluti.

Davide Guiotto
presidente Associazione Veneto Nostro – Raixe Venete

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Lettera di Ettore Beggiato a l’Arena di Verona

 http://www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=4004&whichpage=3&ARCHIVE=

Egregio Direttore,
La proposta di istituire una commissione per capire lo svolgimento del plebiscito con il quale il Veneto fu annesso all’Italia il 21-22 ottobre 1866 ha fatto discutere dentro e fuori il Veneto. Vorrei sottolineare alcuni aspetti, con grande modestia, da semplice appassionato di storia veneta che ha incominciato fin dagli anni ’80 a studiare, ricercare, analizzare la “questione” del plebiscito, ricerca sfociata un volume pubblicato la prima volta nel 1999 “1866: la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia”.

Prima di tutto va inquadrato il momento storico. Siamo nel 1866, si è appena conclusa la cosiddetta terza guerra di indipendenza che vedeva da un parte l’Italia e la Prussia, dall’altra l’Austria.

L’Italia, al solito, subisce due pesantissime sconfitte a Custoza e a Lissa dove si imbatte nei marinai veneti, istriani e dalmati (Guido Piovene ne parla come dell’ultima vittoria della marina veneto-adriatica), ma la Prussia sbaraglia l’esercito asburgico a Sadowa e i Savoia si siedono al tavolo conclusivo da “vincitori” e si portano a casa il Veneto, il Friuli e la provincia di Mantova, come previsto dal trattato di pace di Vienna del 3 ottobre 1866. L’Austria, proprio per dare un ulteriore schiaffo ai Savoia, non passa direttamente il Veneto all’Italia, ma lo “cede” ai Francesi affinché, rispettando tutte le procedure e con i francesi stessi garanti internazionali, passi poi all’Italia “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”. E questo, a mio avvi so è il passo centrale della questione: un trattato internazionale riconosce ai Veneti quello che oggi si chiama “diritto d autodeterminazione”, ed è questa la questione centrale anche nel terzo millennio: non ha senso puntare a rifare il referendum, ha senso invece pretendere il riconoscimento di quanto previsto da un trattato internazionale, il diritto di autodeterminazione del popolo veneto.

Cosa succede invece? E qui sta la vera e propria truffa. Il plebiscito viene convocato per il 21 e 22 ottobre, i francesi rinunciano al ruolo di garanti internazionali, e due giorni prima del voto il Veneto passa, in una oscura stanza di un hotel lungo il Canal Grande, dalle mani del generale francese Leboeuf al commissario dei Savoia il conte Genova Thaon di Revel. Il giorno dopo, il 20 ottobre, nella “Gazzetta di Venezia” apparve un anonimo trafiletto: “Questa mattina in una camera dell’albergo d’Europa si è fatta la cessione del Veneto”. Due giorni prima del voto! Altro che controlli internazionali, altro che “sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”! Non parliamo delle condizioni del voto: schede di colore diverso per il “SI” e per il “NO” e obbligo di dichiarare le proprie generalità (altro che seg retezza del voto!), brogli (una costante dei Savoia, basta rileggersi “Il gattopardo”, a meno che non si voglia far passare Tommasi di Lampedusa per un pericoloso indipendentista veneto!), minacce, soprattutto ai preti. Ho trovato un documento nel quale ci si rivolge ai sacerdoti e più o meno si dice se non prendiamo il 99,99% dei voti ci penderemo nei vostri confronti “qualche pubblica e dolorosa soddisfazione!”. Il tutto in un clima di costante intimidazione. Ecco un manifesto prodotto dal Comune di Vicenza: “Chi dice SI mostra sentirsi uomo libero, padrone in casa propria, degno figlio d’Italia. Chi dice NO la prova d’anima di schiavo nato al bastone croato! IL SI lo si porta all’urna a fronte alta, colla benedizione di Dio! Il NO, con mano tremante, di nascosto come chi commette un delitto, colla coscienza che grida: traditore della patria!”.

Concludo con quanto scrisse Indro Montanelli, sicuramente molto più obiettivo di tanti pseudointellettuali veneti : “L’Italia è finita. O forse, nata su plebisciti-burletta come quelli del 1860-61 (66 nel Veneto n.d.a.), non è mai esistita che nella fantasia di pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere”.

Ettore Beggiato

bejato@hotmail.com

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