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Un’eterna domenica delle Salme.

mercoledì, 14 gennaio 2009
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Un mio modesto ricordo di Fabrizio de André

Forse parlare di un cantautore genovese in un sito di un partito il cui scopo è l’indipendenza della Venetia può apparire fuori luogo. Ma chi avrà la pazienza di leggere queste poche righe capirà che fuori luogo non è.
Tout se tient.
Quando de André morì, dieci anni fa, io ero a Princeton, negli Stati Uniti. La piccola città universitaria era coperta di neve e la mia anima di indicibile tristezza. Ché avrei voluto conoscerlo, questo poeta anarchico e malinconico, che percorreva il Far West e la Sardegna e infiniti altri luoghi veri o immaginari, presenti o passati, con le sue bellissime canzoni. Colui che aveva dedicato, genovese come me, alla “cima”, un nostro piatto tradizionale, una delle più belle canzoni del Novecento, in genovese naturalmente, un volo pindarico, nel senso positivo, proprio della poesia, dalla cucina alla metafisica, alla vita, alla morte, al nostro destino di mangiatori, senza sapere da chi noi stessi saremo mangiati.
Avrei voluto conoscerlo perché in qualche modo mi avrebbe parlato, anche senza dirmi nulla di questo, di me stesso, della mia “genovesità” e dell’Esser-ligure in generale, qualcosa che difficilmente possiamo esprimere a parole, ma certo nella vita, nei gesti, nei modi di fare e di pensare.
Come credo sia per un veneto, anzi senz’altro lo è.
Una variante dell’essere umano in generale, legato ai luoghi in cui nasce e cresce, e che lo formano ben aldilà di una lingua, delle possibilità di spiegazione linguistica di questo “essere”, di qualche stereotipo (saremo davvero così tirchi, noi genovesi?), di un amore per la propria terra che quando è radicale e forte si rovescia, naturalmente, in un amore altrettanto grande per l’umanità intera.

Per ogni terra ed ogni luogo.

Per quello sono stato colto da nausea al vedere i servi sommessi e mesti e astutissimi di ITA, Fazio e due coboldi vagamente somiglianti ad essere umani di sesso femminile, dagli schermi RAI, la cooperativa di ITA volta a creare Raggirati, Abbindolati, e Ingannati, annunciare un ferale banchetto mediatico serale con le spoglie di Fabrizio, ché i morti si sa non possono difendersi.
Non tutti.
Qualcuno vive nella memoria dei vivi, e allora vorrei ricordare che de André seppe condannare molte delle menzogne che di ITA fanno i fondamenti. Per prima, la prima guerra mondiale, uno dei peggiori macelli del Novecento, un secolo di massacri seriali; cantò i poveracci mandati ad uccidere e morire senza sapere perché, sepolti nei campi di grano, all’ombra dei papaveri rossi.

Allegramente, a volte tristemente anarchico, Fabrizio mise poi alla berlina i giudici giustizialisti, le leggi cieche e le logiche mafiose e le “carceri d’oro”, ovvero le logiche che sorreggono non tanto la mafia quanto ITA, ché la prima è emanazione diretta, ipostasi della seconda.

Cantò in versi surreali e surrealisti gli anni Settanta e gli anni Ottanta, mostrò umana pietà, prima che cristiana, nei confronti dei suoi rapitori sardi, seppe sublimare passione e terrore in versi come quelli dell’”Hotel Supramonte”.

Condannò perfino i massacri di Stato degli indiani d’America, altra sua passione. Chivington aveva 43 anni, non era un “generale di vent’anni”, quando si macchiò del massacro di Sand Creek, nel 1864. Ma questo “felix error” ci dice molto su quale violenza de André voleva condannare.

Restituì fama e dignità alla lingua genovese, e entrò nell’umanità di tanti, un transessuale brasiliano, un secondino napoletano, un rapitore sardo, tanti borghesi grandi e piccoli e medi della mia, della nostra città, Genova, e allegre prostitute d’ogni età.

Restituì al loro essere uomini perfino chi non aveva mai conosciuto, un Piero che muore nel massacro del 1914-1918, coloro che quel “generale di venti anni” fece massacrare a Sand Creek, indiani d’America. Diede vita a luoghi remoti, Sant’Ilario dove vive una sua stagione una “Bocca di rosa”, via del Campo nel cuore di Genova. Nelle sue canzoni si materializzano dinanzi ai nostri occhi.

De André diede sempre molto fastidio alle vestali di ITA, le vergini dai candidi manti del tempo della prima repubblica, che, con tutto il suo marciume, era tutto sommato meno infame di questa. Gli toccò in sorte di morire naturalmente.
Non accadde come con altri personaggi altrettanto scomodi, non fu mandato nessun killer di Stato come nel caso di Pasolini. Ora anzi i servi mediatici di ITA, coloro che hanno fatto dell’assoluta ignoranza la loro scienza, della completa insipienza la loro cultura, ne parlano a vanvera, nella speranza di incasellarlo e di disinnescarlo. Ma invano.
Le sue canzoni non le possono cambiare, e dicono quello che dicono. L’anarchia, da sempre, è sintomo innanzi tutto di un disagio infinito nei confronti dello Stato presente. E le sue canzoni lo dicono benissimo, perfettamente.
Requiescat in pace.
I flebili balbettii buonistici dei videoeunuchi di ITA non ne modificheranno certo il messaggio.

Paolo Bernardini

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“L’Italia è una repubblica partitocratica, fondata sulla menzogna”. Modesta proposta di emendamento alla Costituzione.

giovedì, 10 aprile 2008
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La rettorica risorgimentale fa sempre tutt’uno con ogni e qualsiasi deserto elettorale che abbia luogo in IT.

Veltroni richiama all’”unità dello Stato”, e se lo fa evidentemente è perché lo Stato e tale unità sono per fortuna minacciati da più parti, dal PNV nella Venetia, dal MIL in Liguria, dal Fronte indipendentista in Lombardia, dalla Sicilia che sta riscoprendo un bellissimo, singolare orgoglio. E poi dalla Toscana, e non solo. Per fortuna, perché il futuro è nell’indipendenza di tutti questi piccoli Stati, il futuro dell’individuo, intendo, della sua felicità, delle future generazioni.

IT va verso la crescita zero, più prosasticamente, verso la fame. Ha perso ogni competitività, nel suo insieme, mentre solo poche “regioni” impediscono che affondi, questa è la verità.

La Lega Nord ha sposato l’ideale federalistico, che è diverso da quello indipendentistico, è un surrogato, è una bottiglia mezza piena di cui si nota solo più la parte mancante: è dunque una bottiglia mezza vuota che si svuota sempre di più.

Ogni tanto qualche leghista ha un rigurgito d’orgoglio. Non mi è simpatico ictu oculi Borghezio, ma dallo scranno del Parlamento Europeo parla di popoli senza libertà, e di popoli che invece la hanno acquisita di recente: cita per i secondi il Cossovo e i suoi albanesi, che si sono costruiti uno Stato (che forse storicamente non era loro, non bisogna giuocare al pericoloso ed ingiusto gioco di demonizzare sempre la Serbia, che diventa sempre più piccola e non capisce che questa è proprio la sua fortuna, la Serbia nel 1804 anticipò tra l’altro con una coraggiosa rivolta fallita la rivoluzione greca contro l’Impero ottomano dei decenni successivi, e molti eroici patrioti serbi diedero la vita per questo); tra i primi, Borghezio cita i popoli “italiani” del nord (e dovrebbe metterci anche quelli del Sud, e non solo i “padani”), che sono un popolo senza Stato. Bravo!

Ma poi questi salutari germi di libertà naufragano nelle comodità di indennità e prebende dei colleghi suoi di partito, forse per “fucili” Bossi intende quelli di lusso della Beretta (bellissimi) che lui e i suoi possono appendere in casa come oggetti decorativi (non credo abbiano la forza fisica per imbracciarli) grazie alle indennità di Camera e Senato, e tante Regioni,  e a tantissime posizioni di sub-governo, cui non credo rinuncerebbero volentieri. Sono diventati una forza di regime in cui agiscono come il grillo parlante, sono anzi proprio come Grillo Beppe, come Pannella&Bonino s.r.l., sono quei germi che il regime astuto Pinocchio si inietta volontariamente, e accetta per poter sviluppare anticorpi fortissimi, sia contro queste innocue malattie, ma soprattutto contro quei movimenti veramente radicali, ovvero veramente coerenti, che vogliono la fine di IT e la nascita di Venetia, Sicilia Sardegna etc. libere e belle. Di questi ultimi è il futuro.

E questa nostra è una malattia pericolosa, datele sono un pochino di voce dove possa essere ascoltata, e si propagherà più rapidamente dei virus dei film dell’orrore: solo, che questo virus non trasforma gli essere umani in zombie, ma riporta gli zombie immiseriti che tutti siamo alla condizione che per natura e volontà divina ci spetta, di Esseri Umani.

E così, per concludere una riflessione necessaria, propongo un piccolo emendamento alla Costituzione, a questo Mammona che si è adorato per sessant’anni come Dio (spetteranno 60 mila anni all’inferno per questo, a molti cittadini di IT) e che tiene tutto fermo, per privilegiare i fortunati nipotini dei costituenti, i ri-costituenti che si costituiscono soprattutto solidi patrimoni e solide posizioni per sé mogli amiche e amanti.

IT è una repubblica partitocratica. Non è democratica, anche l’ultimo fondamento della democrazia, la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, è stata cancellata da una legge elettorale ributtante, ma che semplicemente mostra dove porti il vero corso della centralizzazione di IT: verso un gruppo di partiti che sono in realtà società a scopo di lucro che si contendono l’appalto di IT, la sua lucrosa gestione per 5 anni se va bene, ma più spesso per qualche mese, due o tre anni, tanto (a loro) va bene lo stesso.

Se lo contendono come ci si contenderebbe la costruzione, che ne so, di un ponte (il ponte sullo stretto di Messina, il magnifico ponte di Calatrava costato milioni ai veneziani, che neanche sta su?).

A che scopo i programmi degli schieramenti devono essere diversi? Un ponte si costruisce sì in diversi modi, ma le differenze non sono poi grandissime. I “pontefici” sono sempre gli stessi. E allora i programmi sono uguali.

Tanto il popolo di IT è così svilito, sbertucciato, umiliato, debole e povero, che come può ribellarsi, e dunque non fanno neanche più la fatica che tutti i delinquenti fanno, i politici nostri: coprirsi il volto con un fazzoletto, essere “mandilla”, vecchia parola della mia lingua genovese, nobilitata da una bellissima canzone di Fabrizio de André. Sono “mandilla” senza “mandillo”, quelli che tra poco saranno eletti.

E poi “la menzogna”. Sì perché basta aprire i giornali, anche il “Corriere della Sera” di oggi (10 aprile 2008), per vedere storici e assessori alla cultura prezzolati (pagati poco per carità, sono poveretti che si accontentano di un pezzo di pane calmierato) pronti a scrivere che Napoleone ha “consacrato” il territorio veronese all’Unità d’Italia, e simili menzogne vili, e forse più ridicole che vili.

Tutta una menzogna, la nostra storia ufficiale, dal 1796 al 2008, la menzogna su Napoleone “liberatore”, la menzogna sulla felicità popolare quando ritornò nel primo decennio dell’Ottocento, la menzogna sui plebisciti del 1866, la menzogna sulla “liberazione” della Grande (!) Guerra, la menzogna sulle azioni coloniali per l’Impero, la menzogna sulla “liberazione” del 1945 (dopo 3000 pagine di Pansa ancora è merce buona!), la menzogna sulle vere ragioni del “boom” degli anni Cinquanta e Sessanta.  E dire che ce ne sono di storici che tali menzogne da sempre hanno cercato di contrastare, c’è Beggiato, c’è Agnoli, c’è Pansa, c’è colui che scrive queste righe, forse non sono cattedratici, ma non sono certo stupidi. Ma così è.

Il 13 e 14 aprile milioni di poveracci andranno a scegliere chi li sfrutterà, ridicolizzerà, ingannerà per una nuova legislatura. Che triste rito, quello di doversi scegliere un carnefice, senza neanche la possibilità che uno sia diverso dall’altro, che uno ci uccida con la spada, e l’altro col fucile. Ma ci sono tante fiammelle di libertà in tutto il territorio di IT. Non si potrà tenerle basse a lungo. “You can blow out a candle, but you cannot blow out a fire, when the flame begins to catch, the wind will blow it higher”. Bei versi della canzone di Peter Gabriel dedicata ad un eroe del Sudafrica che combatteva contro l’apartheid. Sono sempre veri, anche per noi.

Paolo Bernardini

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