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Bruciare Garibaldi

giovedì, 3 marzo 2011
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Forse sarò una voce minoritaria all’interno dell’indipendentismo veneto ma non mi importa e non mi preoccupa dato che la robusta palestra di minoranza alla quale mi sottopongo da una vita mi ha forgiato. Il bruxamarso di Schio con annessa sagoma di Garibaldi bruciato non mi è piaciuto per niente per una serie di motivi.
Mi ha ricordato altre latitudini nelle quali è prassi comune bruciare pupazzi con le fattezze dei nemici o bandiere americane e israeliane. Io, sinceramente, di bruciare bandiere o pupazzi non ne sento la necessità perché il mio messaggio non è di odio né di guerra. Il mio messaggio e il mio pensiero sono invece gioiosi, propositivi e rivolti al futuro. Appunto, il futuro. Non capisco l’accanirsi contro personaggi storici. Veramente, non capisco cosa possa servire all’indipendentismo, ossia al progetto per un futuro più felice e prospero, l’accanirsi contro personaggi della storia. Studiare la storia è fondamentale. Incancrenirsi su personaggi storici non guardando il futuro invece è sterile. Sarò strano, eretico falso indipendentista io, ma a me oggi di Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, etc etc non interessa nulla. Considerando poi il fatto che queste manifestazioni con un sottofondo rancoroso di certo non avvicinano i veneti dubbiosi sull’opzione indipendentista, io non vedo proprio nessun motivo per supportare queste goliardate.
Sì, sono goliardate, ma teniamo però in mente che la forma è importante. Penso al segretario di Veneto Stato, Lodovico Pizzati, che pazientemente e in modo limpido spiega le ragioni economiche dell’opzione indipendentista o penso all’avvocato Morosin, sempre di Veneto Stato, che altrettanto pazientemente spiega che si tratta di un percorso legale. Poi osservo il polverone che si solleva con questi fatti e mi chiedo: cosa favorisce di più il percorso indipendentista? Le ragioni pacifiche e rispettose o la cagnara che si genera con queste boutade? La forma è importante e manifestazioni con quel genere di forma a me fanno venire solo in mente odio. Io invece di odio nel mio cuore cerco di averne il meno possibile e soprattutto di non alimentarlo.
Io sono decisamente alieno da queste forme di messaggio politico perché mi sembrano fini a loro stesse. Solo, appunto, fumo e niente arrosto. Come d’altronde ci ha “insegnato” quel partito politico che da venti e passa anni prende in giro moltissimi veneti promettendo un impossibile federalismo che negli anni è degradato sempre più fino al punto che fanno passare nuove tasse come “federalismo municipale”. Non mi interessa  bruciare bandiere o pupazzi, non provo odio bensì voglia di costruire un gioioso e rispettoso Veneto Stato Indipendente. Non mi interessa il finto federalismo e voglio diradare il fumo che da troppi anni ci buttano addosso non facendoci vedere la strada democratica e legale per l’indipendenza.
Luca Schenato

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Storia e politica. Qualche considerazione

domenica, 5 ottobre 2008
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Esiste una bella espressione inglese, “clean slate”: significa “tavola” o “lastra” pulita. Iniziare qualcosa “on a clean slate” significa cominciarla con tutte le migliori premesse e facendo piazza pulita dei rimasugli del passato, o quantomeno, della situazione precedente. Io vi vedo una lastra d’ardesia, di “ciappa” nel mio bel dialetto ligure, di un nero lucido, levigato, bello. Per questo è bene chiarire subito il rapporto che deve avere il PNV, e la Venetia tutta, con il proprio passato, ma soprattutto con l’uso della storia. E dico questo perché sono impegnato in riletture, occasionate da libri importanti, di alcuni eventi cruciali, il 1809 e il 1866, della storia della Venetia. Che la Venetia diventi presto un piccolo stato libero, sovrano, indipendente (nella forma) e ricco, felice, prospero e sereno nella sostanza, è l’auspicio che tutti formuliamo. Occorre staccarsi dalla nave che naufraga senza mai aver navigato bene, e questo lo sappiamo noi e lo sanno i siciliani. Per cui senz’altro raggiungeremo presto questo obiettivo, che è al contempo un bellissimo sogno e una realtà che si avvicina. Che tra le premesse per questa libertà e sovranità vi siano 1100 anni di storia di indipendenza e gloria, nessuno intende metterlo in discussione. Ma la storia deve essere scienza imparziale, quanto le è possibile, proprio perché la hanno reso parziale, in Italia, tutti o quasi gli storici asserviti al regime, prostituendola a quello o questo fine. Ma soprattutto alla legittimazione quasi teleologica, tutta idealista, ma anche tutta concretamente interessata, della creazione dell’Italia unita e del suo stolido, pervicace mantenimento, quando perfino dei centralisti come Massimo D’Azeglio ad un certo punto della loro vita ritennero necessario, per la salvezza di tutti, ma del Piemonte in primis, separare questo mostro; e in fondo talora lo pensò anche Cavour, e questo prospettò a Napoleone III a Plombières. 

Ora, occorre evitare il rischio contrario. Ovvero, di leggere tutta la storia come una storia di resistenza all’unificazione, da Napoleone a Berlusconi, dal 1796 al 2008. Perché non possiamo negare, ad esempio, che ai tempi delle gloriose insorgenze antifrancesi, dal 1796 al 1814, non vi fosse una buona parte della nobiltà e della classe dirigente della Serenissima, e forse anche una parte del popolo, che in realtà credeva in Napoleone, e in qualche modo affidava la propria speranza di benessere al cambio di regime, che equivaleva ad una perdita, perfino violenta, di libertà. E così anche nel 1866. Dunque, se da un lato accogliamo con grande piacere tutta la storiografia “contro-corrente”, dobbiamo anche essere capaci – e lo dico da storico prima che da politico – di guardare a tutte le tendenze, e studiarne in profondità le motivazioni. Non vi sono forse anche oggi così tanti veneti, uomini politici, intellettuali, industriali, e non solo, che vedono come un bene, o come un male necessario, l’Italia unita? E allora perché non avrebbero potuto crederci nel 1796, nel 1866, nel 1915? Per questo, l’azione politica dev’essere cauta nell’utilizzare la storia, proprio per evitare che un giorno si ribaltino le prospettive in un modo allarmante, e, ostinandosi a pensare di aver ragione e di essere autorizzati a manipolare in modo contrario il passato, si passi dalla parte del torto. Il passato è una visione sfuggente, ogni volta che crediamo di averlo messo a fuoco s’appanna di nuovo, e per questo è così bello, ma anche così effimero, il lavoro dello storico. 

E’ lo straordinario sguardo su camposanti infiniti, dove i morti sono vivissimi e cambiano continuamente posizione. 

Il progetto di una Venetia libera è essenzialmente un progetto politico. Non importa davvero che molti credessero in Napoleone e Cavour e perfino Garibaldi, anche se è sempre un bene dimostrare quanto importanti furono le insorgenze nel 1796-1814, e quanto ridicolo fu il plebiscito nel 1866. Ma occorre essere imparziali, e vedere, nella misura in cui possiamo farlo, come tutto ciò davvero accadde. Il vecchio sogno di un grande storico che si chiamava Leopold von Ranke. 

La verità una e sola è che una Venetia libera ora come ora garantirebbe una felicità individuale e sociale infinitamente maggiore di quella elargita da un sistema Italia miserrimo, ridicolo, laido e truffaldino. 

E qui è la differenza tra storia e presente. La storia può essere materia di disputa (“ma erano di più gli insorgenti, o coloro che credevano in Napoleone”?) ma la miseria del presente e le oscure previsioni per il futuro non sono tanto discutibili, perché primo è sotto gli occhi di tutti, secondo, vi sono economisti, politologi, ma anche studenti e massaie, che mostrano chiaramente, chi con studi chi con l’eterno bellissimo intuito di tanta povera gente, che questa porcheria chiama Italia sta infettando ampiamente i nostri decenni a venire. 

Per questo, la Venetia libera è necessaria. Anche se non vi fosse stato un passato glorioso di libertà. Tale passato ci interroga certamente, e legittima ancora di più l’indipendenza. Ma non è l’unica e forse neppure la principale legittimazione. La principale legittimazione è l’infelicità e la miseria crescente delle genti. Certamente, il giorno luminoso in cui tale libertà verrà conquistata, accenderemo un cero alla memoria dei morti per la Serenissima, ma non getteremo discredito su coloro che in buona fede sono morti per Napoleone e Cavour. Come nella teologia di Karl Barth (ma anche nelle canzoni di De André), non esiste l’inferno nel regno di Dio. E non esisterà l’inferno dell’oblio nella Venetia libera, il nostro piccolo regno di quaggiù. 

Proprio perché all’oblio sono stati condannati per due secoli i martiri delle Pasque veronesi, e tutti gli altri che diedero la vita per la loro idea di libertà. Se mai, un piccolo inferno spero ci sia per gli storici che hanno dimenticato una parte per esaltare un’altra: ma non sarà un inferno di tribolazioni dantesche. Vi circoleranno piccoli diavoli grassottelli e tutto sommato ilari, che obbligheranno gli storici a guardare tutte le carte di tutti gli archivi del mondo, e porteranno a codesti dannati panini alla mortadella e prosecco, ogni tanto, sussurrando loro in tono bonario: “Eh, ma certo che eravate proprio ignoranti, da vivi…”. 

Paolo Bernardini

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Insorgere nel 1809, liberarsi nel 2009

venerdì, 19 settembre 2008
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E se un sogno si avverasse?

E’ con particolare piacere che questa sera (ieri sera, ndr), 18 settembre 2008, presento a San Bonifacio il libro di Ettore Beggiato, 1809: l’insorgenza veneta. Si tratta di un contributo importante alla storia delle insorgenze europee contro Napoleone, quell’Hitler còrso che per una singolare cecità degli storici tuttora è esaltato come liberatore, “spirito del mondo a cavallo”, come solo un cialtrone come Hegel poteva chiamarlo (e non gli aumentò neppure il suo misero stipendio di professore). Esaltato, quando invece, come il libro di Beggiato dimostra, costui dovrebbe essere posto nel girone infernale degli sterminatori di masse: si dovrebbe cancellare da ogni via e strada e fors’anche libro, come le sue truppe di assassini e violentatori fecero con le lapidi antiche di Feltre. Ché è stato calcolato che ben 300.000 abitatori del suolo italico presero parte alle insorgenze contro il giovane criminale a piede libero, e di questi forse 100.000, forse 150.000, morirono, nelle truci repressioni che questi e i suoi collaborazionisti misero in atto, tra il 1796 e il 1814. Beggiato continua degnamente una lunga tradizione, purtroppo minoritaria per volere del governo centrale romano, di storici delle insorgenze, da inizio Ottocento ad oggi. E quanti sono ancora attivi, da Agnoli a Rino Cammilleri, al valentissimo Massimo Viglione, e numerosi altri, coraggiosamente contrapposti, e insultati per questo, alla storiografia di regime. Che raggiunge vertici di comicità pari solo a quelli di ignoranza: in un libro di quello che è considerato il maggior storico del risorgimento italiano in Francia, quando costui redige una misera scheda degli stati “italiani” prima dell’arrivo di Napoleone, neanche nomina Venezia! Che vergogna.
Quando le popolazioni d’Italia si ribelleranno a questo Stato ormai passato, vivo come vivono i morti, quando la Venetia, la Sicilia, e Roma stessa torneranno indipendenti (se i romani si ricordassero quant’era bassa e giusta la tassazione sotto l’illuminato Pio VI, prima che arrivasse quel tozzo mastino còrso, sarebbero i primi a ribellarsi), ebbene, finalmente saranno riscattati, e onorati, e sottratti ad un vergognoso oblio, quei 100.000 patrioti veri, martiri veri, che diedero la vita per quel regime antico che evidentemente non era così avido, così crudele, così barbaro, come generazioni di storici di regime, vendutisi per poco, hanno fatto credere e tuttora fanno credere ad altrettante generazioni di studenti.
Si ricordino dunque i patrioti del 1809, appartenenti ad ogni ceto, religiosi e laici, uomini e donne e fanciulli. Ché forse già nel 2009 i loro discendenti della Venetia conquisteranno la libertà, quella per cui i loro antenati così gloriosamente morirono. E allora a loro saranno ridedicate tutte le strade, quelle che ora portano nomi di tiranni e barbari e stranieri e affamatori del popolo veneto, la marmaglia che si chiama Cavour, Garibaldi, Quintino Sella, e compagnia cantante. A quegli eroi di cui si è persa la memoria – ma non del tutto, il bene non scompare mai, arretra solo dinanzi alle orde del male – sarà in qualche modo intitolato il nostro futuro.
Forse già nel 2009. Basta volerlo.

Paolo Bernardini

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Solo l’indipendenza del Veneto ci assicurerà una sana ed etica gestione dello stato

venerdì, 29 agosto 2008
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« L’italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono »

tratto dal codice civile della vita italiana,
Firenze 1921, Giuseppe Prezzolini

Uno stato creato per rubare. In estrema sintesi questa è l’Italia. Perché qualcuno aveva dubbi in proposito? Macché padri della patria, Garibaldi e Mazzini erano degli sporchi terroristi alla stregua di Bin Laden e l’annessione del Veneto fu uno squallido affare per sconfiggere l’unica Nazione che poteva distruggere il giocattolo del colpo all’italiana, l’italian job business model che da quasi 150 anni passa per il grande furto di una classe dirigente mascalzona che ha saputo collezionare un continuum di inganni e, appunto, ruberie.

Nella patria del diritto romano, che garantisce i delinquenti e terrorizza le persone per bene, basandosi sulla truffa di stato, dallo scandalo della Banca Romana alla vergogna di Alitalia, passando per le varie Eni, Enel, Fiat, Cirio e Parmalat, resta sempre valido l’unico corpus iuris che vale e resiste a ogni riforma, cambio di regime e modifica costituzionale, è sempre e solo il codice civile della vita italiana, scritto nel 1921 da Giuseppe Prezzolini.
Dobbiamo realmente dire allora che l’indipendenza del Veneto aiuterà anche gli italiani a liberarsi da questa grande macchinazione nei confronti loro, delle loro tasche, delle loro speranze, dei loro valori. Con un appello al contrario di quello fatto da Daniele Manin nel 1948-49 agli italiani non ancora, per loro fortuna, nati, anche oggi noi indipendentisti veneti possiamo dire agli indipendentisti sardi, siciliani, sud-tirolesi, campani, lombardi e di tutti i Popoli oppressi dall’Italia che solo dividendoci possiamo recuperare le nostre Nazioni alla felicità, alla speranza e al rispetto dei propri cittadini.
È evidente infatti che l’Italia ha fortemente minato le basi di efficienza e solidità del settore pubblico anche in Veneto, corrompendone addirittura e profondamente i meccanismi morali.
Al contrario, la grande tradizione dell’amministrazione pubblica veneta, eredità naturale del buongoverno della Serenissima, daranno sicuramente grandi prospettive all’intero comparto pubblico veneto.
L’indipendenza ci offre l’opportunità di assumere il controllo dei servizi pubblici del Veneto e inoltre ci assicura nuovi lavori governativi che attualmente paghiamo perché siano condotti a Roma, in modo assai poco efficiente ed efficace. Questi lavori pubblici – e i benefici economici che vi sono associati – grazie all’indipendenza torneranno ad essere svolti in Veneto.
Inoltre, molti lavori oggi inesistenti in Veneto, diventeranno reali, grazie alla riacquistata dignità di capitale di Venezia. Dall’apertura di nuove ambasciate e uffici dell’Unione Europea e organismi internazionali che proprio nella magnifica cornice di Venezia troverebbero una sede adatta al lustro di una delle più belle capitali del mondo.
Venezia in ogni caso non sarà mai una capitale imperiale, ma solo rappresentativa.
La realtà veneta è infatti policentrica, reticolare e federativa e le funzioni pubbliche, anche quelle di capitale, saranno svolte in modo confacente a tale caratteristica unica.
L’indipendenza del Veneto porterà pertanto a un nuovo ciclo virtuoso nella vita pubblica, ma anche nella vita privata e civile, lasciando il codice di Giuseppe Prezzolini, almeno per noi veneti, un lontano ricordo e un libretto in più da spolverare in libreria.

Gianluca Busato

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Addio Piazza Garibaldi

mercoledì, 13 agosto 2008
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Venetians do it better, l’indipendenza è una meraviglia

giovedì, 15 maggio 2008
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Il PNV apre la nuova stagione politica veneta.

Il PNV si appresta a celebrare il proprio congresso costituente proprio nel momento in cui il governo italico entra nella luna di miele. È però opinione di molti che l’innamoramento degli elettori sarà in realtà breve. Oramai i tempi crudeli della comunicazione moderna sono tali da bruciare qualsiasi patrimonio di fiducia post-elettorale, come bene ha imparato Sarkozy.
Non crediamo che B&B possano essere da meno, anche se rispetto al premier francese hanno l’indubbio vantaggio di controllare la quasi totalità del sistema televisivo e – grazie al clima di solidarietà nazionale del veltrusconismo pre-tita(lia)nic – godono indubbiamente di un atteggiamento estremamente favorevole anche della parte storicamente in mano agli pseudo-avversari della sinistra italiana. Di fatto la situazione italiana di controllo totale dell’informazione è degna del più autoritario Paese dell’America Latina. Anzi, è ancora più grave, perché nel teatro politico italiano sono anche riusciti ad inventarsi anche le stampelle dell’opposizione di sinistra e del finto autonomismo-federalismo di facciata.
Per quanto riguarda noi veneti, in realtà, la situazione risulta ancora più squallidamente ambigua e antidemocratica.
Si è infatti oramai ben insediato un potere di controllo locale che risulta assolutamente funzionale all’unità nazionale. Questo controllo è rappresentato, almeno in parte, dall’appoggio incondizionato di cui gli accomodanti governanti locali possono godere da parte dei vari gazzettini, tribune, mattini, arene, giornali e fogliacci “informativi” (?) locali. Gli unici che vengono ogni tanto colpiti sono i politici un po’ meno controllati e controllabili, i Gentilini, i Tosi, i Bitonci, che però prontamente ritornano all’ordine quando parte il richiamo da parte degli organi di disinformazione.
Risulta quantomeno sospetto, ad esempio, che poca traccia abbiano avuto sui media veneti le contestazioni al ministro La Russa in occasione dell’adunata degli alpini. Risulta inoltre di rilievo che siano apparse scritte inneggianti a Vienna e contro Roma sui cippi dedicati agli italianofili Fabio Filzi e Cesare Battisti lungo il sentiero dei Galli sulle pendici del Pasubio. Immaginiamo (e sotto sotto forse molti auspicano) che nei prossimi tempi godranno un trattamento simile i vari busti dedicati a Garibaldi e lapidi varie di savoiarda memoria che imbruttiscono le nostre città venete, spesso addirittura coprendo invece i fasti della Serenissima Repubblica di Venezia. Di più, il tricolore è ben difeso da leggi liberticide e contrarie alla libertà di espressione che mirano ad ostacolarne una contestazione palese, in un’epoca in cui appare in realtà a molti sempre più come un simbolo di oppressione politica della Nazione Veneta, in particolar modo quando ne viene fatto un uso smodato e di cattivo gusto.
I richiami all’inviolabilità dell’immagine sacrale dei moloch isituzionali schifan-napoletani rasentano ormai il ridicolo delle barzellette sui carabinieri, o sul Duce-pagliaccio, nella fase che ha preceduto la sua fine ingloriosa in piazzale Loreto, nel più classico italian-style. Non auguriamo di certo a lorsignori di fare tale fine, per carità, o almeno non diciamolo apertamente ;- ).
In tale goffo tripudio nazionalistico, non si capisce però perché un Comune Veneto, ad esempio, per commemorare in manifestazioni ufficiali la propria storia e la propria cultura non possa – per legge – esporre unicamente la Bandiera Veneta, il glorioso Gonfalone del Leone di San Marco, o almeno esporla in modo più evidente a quella di un simbolo che qui oramai non è più visto con un occhio favorevole da parte di molti.
Certo, poi sono in tanti a festeggiare le vittorie della squadra di calcio multinazionale italica. Ma questo avviene perché purtroppo esiste una federazione sportiva che disprezza i Popoli e che non ci permette di mettere in campo nelle manifestazioni ufficiali la Nazionale Veneta di calcio, anche perché saprebbe riempire di goal anche la porta tricolorita, visto che gran parte degli atleti di valore sfruttati dal colore azzurro sono in realtà di nazionalità veneta.
Il PNV sceglie di partire ora anche per godere di un vantaggio operativo che ci permetta una strutturazione in tempi rapidi, necessaria per affrontare la nuova stagione politica che sta per aprirsi, la stagione indipendentista, perché indipendenza significa meraviglia.
Essa è testimoniata dall’inedita comparsa ministeriale veneta per l’ultimo atto della commedia IT da un lato e dalla politica neo-autonomista dei vari Galan e Cacciari dall’altro. Reputiamo sciocco e fuori tempo massimo da parte di questi ultimi lo scimmiottare esperienze politiche già sconfitte, come ben sanno i partiti autonomisti veneti. D’altro canto, l’attuale classe dirigente (?) veneta non ha mai dato prova di particolare indipendenza di pensiero, anzi si è sempre ben distinta nell’asservimento ora a Roma, ora a Bologna, ora a Milano.
Ecco perché dobbiamo darci da fare per buttarla nelle scoase quanto prima e sostituirla con la nuova classe dirigente che emergerà dalla coalizione veneta indipendentista, catalizzata dal PNV, che saprà vincere le prossime elezioni regionali.

Gianluca Busato
Partito Nazionale Veneto
Web: www.pnveneto.org
E-mail: info@pnveneto.org

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La magia del numero 60 e il significato di un giuramento

lunedì, 12 maggio 2008
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Il presente governo Berlusconi è il sessantesimo della storia di IT repubblicana. E nasce nell’anno del sessantesimo anniversario della costituzione di IT, che in realtà è assai più antica, deriva direttamente dallo Statuto albertino del 1848. Che sia l’ultimo compleanno della costituzione, che sia l’ultimo governo di IT, o quantomeno l’ultimo governo dell’IT comprensiva della sua pingue colonia veneta, della Venetia? Lo speriamo con tutto il cuore. Fa un certo effetto vedere i ministri al giuramento. Ci sono parecchi vecchi che fanno di tutto per apparire giovani, e qualche giovane che fa di tutto per apparire vecchio. Qualche veneto esulta, “abbiamo tre ministri veneti!”. E allora? Cosa vuol dire? Che faranno gli interessi dei Veneti e non quelli degli abitanti di IT, ma prima di tutto i loro? Non hanno giurato sul Leone di San Marco. Il fratello di Romano Prodi, Paolo, storico di valore, capace di prese di posizioni coraggiose (ad un certo punto si mise anche contro il Papa, pur essendo cattolico), sul giuramento politico ha scritto un libro fondamentale, che mostra prima di tutto il significato e il peso di una parola data. Dovrebbero leggerlo Bossi e gli altri leghisti. Hanno giurato su una costituzione che ha tolto la libertà a tutti i popoli di IT, ivi compresi i padani e i veneti. Ma loro non ne erano i paladini? Non avevano giurato a Pontida, davanti alle ampolle di acqua del Po, parodia dell’Acqua Santa, in un singolare rito, in una singolare invenzione della tradizione? E allora, non stanno dunque servendo Dio e Mammona? O forse oramai giurare non conta più nulla, è come dire “giuro che ti amo” a 15 anni alla più bella della classe, per sbaciucchiarla poi per qualche settimana? No, in questo caso è molto peggio: vincolati da un giuramento allo Stato centrale e costituzione annessa, coloro che dovrebbero difendere prima di tutto interessi che vanno decisamente contro lo Stato centrale, dovrebbero trovarsi prima di tutto in un terribile conflitto di coscienza, e poi in conflitto nei confronti di coloro che li hanno votati. Ma ormai hanno giurato. Insomma, una piccola élite della casta, i ministri, hanno preso possesso dei loro dicasteri, e dovranno confrontarsi con un IT declinata all’ablativo, che sta scendendo sempre di più (ahimè non vi sono casi sotto all’ablativo, c’è l’abisso, però, che è un caso a sé). I ministri generalmente non hanno competenza nelle materie dei propri ministeri. Quello che mi interessa, la Pubblica Istruzione Università e Ricerca Scientifica, è andato ad una Dott. Avv. che forse non ha mai insegnato (che io sappia), ma cosa importa ormai? Gli abitanti di IT sono così sviliti che neanche si ribellano, va bene tutto, ci avessero messo un musso (oddio, c’era, erano anzi al plurale) sarebbe stato uguale. Il ministro questo ha un “merito”: è stata una brava donna di partito, ha coordinato, e dunque va premiata, con un ministero che in secoli diverse ebbe anche figure grandi: era fascista e questo me lo aliena di già, ma se negassi la grandezza, e la visione, di Giovanni Gentile, andrei contro la storia. Morì nel 1944. Da allora, non uno solo, tra i ministri dell’istruzione di IT repubblicana, era neanche comparabile all’idealista Gentile. Cosa servirebbe, del resto? Ormai il sistema IT è così, basta un burocrate che passi le carte, firmi i decreti. Non bisogna riformare IT, bisogna separarsi da IT, è l’unica strada praticabile. La Venetia libera magari metterebbe ad un ministero dell’università – se di esso ci sarà bisogno, se sarà ritenuto necessario – qualche scienziato, qualche professore, qualche studioso almeno. Così, per vaga affinità. Ma le logiche politiche e partitocratiche di IT sono talmente perverse, e tristemente accettate da un popolo rassegnato, che basta un merito di partito per conquistare posizioni che avrebbero bisogno, innanzi tutto, di immensi meriti professionali. E tra i 20.000 professori ordinari italiani ve ne sarà pure qualcuno non cattivo…Mah, che tristezza, che tristezza arrivare a rimpiangere perfino Giovanni Gentile. Il futuro è della Venetia libera. Questi ministri sono i liquidatori fallimentari di IT, sono quelli che fanno diventare Colbert un liberale, che tradiscono, ma perché non possono far altro, coloro che li hanno eletti nella sete di miglioramento, nell’ansia di fuga da una vita sempre più invivibile, da una realtà di povertà stringente. Non sono quello che gli abitanti di IT meritano: imprenditori, professionisti, scienziati di fama in tutto il modo, uomini di sostanza. Sono gli uomini di apparenza, costoro, che il sistema ormai finito manda lassù ove si puote, perché alternativa finora non c’è stata. Ma ora c’è. E l’ansia di libertà del popolo veneto e lombardo e sardo e siciliano e toscano non è astratta dalla storia. Abbiamo sodali perfino in Bolivia, la storia ci aiuta. Dal continente americano venne Garibaldi ad unire nel sangue ciò che non avrebbe dovuto essere unito, non a questo modo e a questo prezzo, in ogni caso. Da là giungono segnali ora che occorre invertire le lancette dell’orologio. L’unico modo per far sì che ricomincino a muoversi. Ora è tutto fermo. E’ la stasi. In greco, come mi insegnava il mio professore di filosofia antica, che come tanti miei maestri non è più tra noi, la parola “stasis” vuol dire degenerazione, putridume. O non è così?

Paolo Bernardini

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La nascita della Democratura

martedì, 29 aprile 2008
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“Oh che orribil creatura!”

“Tale è Democratura…”

“Ma che orribil creatura…
E cosa fa, cosa non fa?”

“Ruba a chi più non ne ha”

Frammento di aria anonima, metà Settecento

Il mio nipotino, che vedrà la luce dis faventibus a fine giugno, nascerà in piena Democratura. Cos’è? E’ la dittatura della democrazia.

Non che tutte le democrazie siano dittature. La Venetia libera sarà una piccola democrazia che agirà come salvaguardia nei confronti di ogni possibile dittatura, ma anche di ogni possibile democratura. E’ la dittatura di questa moribonda, tristissima democrazia italiana, è la dittatura dello Stato democratico, così come agisce oggi, in IT.

L’appalto della maggiore associazione a delinquere riconosciuta al mondo passa ora all’uno ora all’altro gestore, si alternano, “democraticamente”. Ora sono pronti i nuovi padroni, aveva ragione un grande scrittore liberale-classico dell’Ottocento americano: “Un uomo non cessa di essere schiavo perché gli si permette di scegliere il suo padrone ogni quattro anni”.

Vince come in ogni appalto chi promette di dare di più e chiedere di meno. Ingannano tutti. Ingannano perché parlano di riduzione delle imposte di uno o due o tre punti, quando gli economisti seri sanno che in una Venetia libera le imposte sarebbero presto ridotte almeno del 50% rispetto alle attuali.

Certo la maggior parte del popolo itagliato guarda con speranza a questi messaggi: è come essere sottoposti ad un maniaco che decida di toglierci gran parte delle dita tagliandocele con un’accetta. “Guarda — ci dice — qui fuori c’è mio fratello che di dita te ne lascia due o tre, io al massimo te ne lascerei una!”. Al che noi rispondiamo, legati alla sedia della tortura come gli sventurati giovani del film Hostel: “E va bene, allora fa’ venire tuo fratello”. Siamo rassegnati, speriamo che avvenga nel modo più indolore possibile. Ci somministrerà il balsamo, ovvero l’anestetico, dell’”amor di Patria”, un santino di San Garibaldi, un’iconcina di padre Pio fasciato nel tricolore, la foto della nazionale che vince la coppa del mondo…

Fino a quando andremo avanti così? Fino a quando non si comincerà di nuovo a soffrire la fame. Come accadrà? Proviamo a spiegarlo per sommi capi, ed omettendo molto, per brevità.

Ha dimostrato un acuto economista, Geminello Alvi, che IT è un paese la cui ricchezza si basa abbondantemente, almeno al 30%, sulle rendite. Sono microrendite, in generale. Nel momento in cui il mercato immobiliare, ad esempio, cala – questo accade periodicamente – insieme al valore degli immobili cala il costo medio degli affitti. E le rendite si attenuano. E’ un ciclo. Ma se cala troppo, o ci mette troppo a risalire, sono guai, se solo su questo, ad esempio, si basa un budget familiare. Per quanto tempo si può resistere senza mangiare? La questione, alla fine, passerà dal campo di competenza di economisti e politici, a quello di fisiologi e medici.

Le pensioni di IT sono poi un altro elemento del sabba infernale che porterà alla fine della festa, o meglio dei postumi della festa perché la festa è finita da un pezzo. Il sistema “pay as you go” è destinato al fallimento, perché nulla assicura che vi saranno, al momento del pensionamento di una generazione intera (la mia, tra 25 anni), abbastanza taxpayer che potranno pagare l’esazione contributiva, che andrà a mantenere la mia pensione. E allora io avrò pagato invano (e altri milioni di individui avranno pagato milioni di euro invano).

In generale, una famiglia di IT si basa, per sopravvivere, su microrendite come quelle di cui parla Alvi, e su rimesse dei vecchi, ovvero sulle pensioni. Come altrimenti sopravviverebbero famiglie in cui coloro che lavorano percepiscono salari tra i più bassi del mondo, in un luogo dove il costo della vita è tra i più alti del mondo? Come altrimenti sopravviverebbero i ricercatori universitari e i professori di liceo, con salari di ingresso di poco più di mille euro e progressioni lentissime? Erose però le une e le altre rendite – e qui parliamo di famiglie in case di proprietà, nel 90% dei casi esse stesse ereditate o avute in dono dai genitori – il benessere (relativo) di questa generazione, si trasformerà nel malessere (relativo) della prossima, e nella miseria nera della prossima ancora.

Intanto la allegra casta di IT, i padroni della democratura, prosperano. Almeno loro. Il sistema crollerà perché il benessere relativo ancora esistente, ma privo di un apparato produttivo e commerciale sviluppato davvero (come quello americano), privo di un’economia libera e basata su principi liberali, ma anche privo della capitalizzazione societaria ma anche familiare di nuovo americana, o inglese, consente ora, ma ancora per poco, una discreta esposizione creditizia: ci si compra la seconda casa, ci si compra la tv ad alta definizione, il tutto con mutuo e a rate. Ma presto non si potranno più pagare quelle rate. E allora (come già sta succedendo) il sistema confisca casa e tv. Ma se si tratta invece di prima casa?

Stella dice che siamo allo sfacelo, ma non lo dice solo lui. Lo va ripetendo Beppe Grillo, lo vanno ripetendo l’OCSE e le grandi organizzazioni internazionali. Lo dicono trasmissioni di sinistra come Report (e la Gabanelli è talora un’autentica eroina), e trasmissioni qualunquistiche. L’unico vero programma politico liberale per IT lo sostiene il solo gruppo di decidere.net, capeggiato da Daniele Capezzone: utopia pura, finché non si tocca l’essenza stessa dello Stato e soprattutto non si ritiene di smembralo; pura, ma onesta. Ma di vero liberalismo non parla più nessuno, Tremonti è divenuto seguace dello statalismo di Colbert, in tempi di crisi ci attacca allo Stato, alla Patria, al Tricolore. Anche perché la crescita di IT, come di ogni leviatano ottocentesco, non si può fermare, la spesa pubblica cresce naturalmente. Perché? Perché cresce il costo della vita, e dunque devono crescere le esazioni coatte di Democratura.

Esempio: si possono anche mantenere a livelli di fame gli stipendi dei dipendenti pubblici sfavoriti – la proletarizzazione del dipendente pubblico è un segno chiaro del fatto che lo Stato assume per crearsi consensi, ma visto che le risorse sono limitate, assume con stipendi miserabili, ri-distribuisce in modo che abbiano tutti qualcosa, e non si lamentino – ma la carta igienica costa.

Non siamo nella felice situazione dell’URSS di Stalin, dove lo Stato poteva produrre anche la carta da culo, e dunque calmierare tutto, dunque (ogni tanto ammazzando qualche milione di persone) tenere anche tutto sotto controllo. Si può sempre sperare che i professori universitari, mangiando poco, e facendo poco moto, producano pochi escrementi oppure magari la carta se la portino da casa (come ci ricorda Alberto Arbasino, esistevano simpatici personaggi fittizi, negli anni Cinquanta, come Kakapoko Kifapokomoto). Quindi la spesa pubblica di Democratura è destinata a crescere ancora, e con essa la miseria dei cittadini.

Quello che i liberali-classici, i liberali-scientifici, i liberali-tecnici, i marxisti e neomarxisti, i grilli parlanti e i Travaglio e le Gabanelli e gli Stella e i Rizzo, non dicono – forse non perché in mala fede, lo schifo lo vedono bene e sanno farlo vedere bene agli altri, ma forse perché non hanno chiara questa via d’uscita – è che per salvarsi occorre smembrare IT, o per quel che immediatamente riguarda la Venetia, separarsi, tornare ad essere indipendenti, liberi, sovrani.

Occorre creare tanti piccoli Stati indipendenti, come la Venetia futura. Movimenti indipendentistici sono ovunque. Forse anche in Lazio!

Come sarebbe felice una Roma libera, nessuno la chiamerebbe più “ladrona”. Roma, prima di tutto Roma, proprio la caput mundi, verrebbe rilanciata nel mondo, se divenisse capitale di un Lazio libero, che magari si ridisegnasse nei confini che furono quelli dello Stato della Chiesa. Perché tutti le persone non stupide che ho citato prima hanno paura di questo? Perché sono stati cresciuti come tutti nel culto indottrinante della Patria, del Tricolore, ed è come strapparsi una seconda pelle, è doloroso. Sì, lo è. Ma occorre farlo. Altrimenti la democratura ci porterà nell’abisso.

Ma esistono ancora quelli che si interessano ai più deboli, o tutti hanno venduto la loro anima a qualche onlus e sono felici e contenti quando hanno dato il 5 per mille, l’8 per mille e altrettanti abomini? Intanto, i più deboli ora siamo noi. E poi: la sinistra spazzata via dal parlamento, non potrebbe riflettere che se aveva a cuore i più deboli, davvero, solo un’IT divisa in tanti Stati singoli, avrebbe potuto e può fornire la soluzione?

O avevano a cuore solo il mantenimento dei privilegi sindacali, solo la difesa della loro casta in un mondo, una IT di caste, destinate tutte a diventare sempre più misere, a festeggiare con i fichi secchi un minimo aumento salariale, una minima riduzione delle imposte, la fine dell’ICI, e altre baggianate?

Perché tanta paura di una Venetia libera, di una Sardegna libera? Si ha paura che si tratti di feste di provincia, che nella Venetia verrà a tutti la pellagra perché vorremo mangiare solo polenta, che in Sardegna si farà l’amore con le pecore? Sono così ignoranti, immensamente ignoranti gli intellettuali e i politici di IT?

Sì, in parte lo sono. In parte sono in piena malafede perché sanno che non è così. In parte sono semilavorati del sapere, quelli che credono di conoscere Hegel perché lo citano in tedesco leggendo le edizioni col testo a fronte, che si riempiono la bocca del pensiero di studiosi anglosassoni di cui non sanno pronunciare correttamente il nome, che riempiono di pattume di seconda scelta – recensioni a traduzioni, editoriali saccenti – le pagine dei grandi quotidiani di IT, quelli che ricevono 23 milioni di euro all’anno di contributo pubblico all’editoria, e quindi con che coraggio parlerebbero della miseria e auspicabile fine di IT?

Non si sputa nel piatto in cui si mangia, soprattutto quando si sottrae il pasto agli altri.

La realtà è che Venetia, Sardegna, e tutti gli altri paesi e popoli che legittimamente aspirano all’indipendenza non mangiano polenta e non si mescolano con le pecore, come vorrebbero far credere i templari di IT, i professoroni titolati, bravissimi a scrivere corsivi offensivi verso di noi, e a piazzare mogli e amanti, figli e nipoti in cattedre universitarie.

Producono, in realtà, fior di intellettuali e imprenditori, la Venetia, la Sardegna, la Sicilia, infinitamente superiori ai tromboni di IT, e che lavorano in istituzioni prestigiose nel mondo, scrivono in inglese, italiano e veneto, e sardo, e sono dieci spanne sopra a quei miserabili pennivendoli che hanno fatto carriera conoscendo (male) l’italiano e proclamando la grandezza di IT ad ogni piè sospinto.

E intanto, però, qualcuno comincia a non farcela più ad arrivare a fine mese.

Il PNV e la Venetia libera sono una promessa di libertà e felicità per un popolo. Prima che sia troppo tardi. E tale felicità non potrà derivare se non dall’indipendenza.

Se ci teniamo la democratura, quest’orrenda creatura alla fine ci divorerà.

Paolo Bernardini

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Tutte le strade portano via da Roma?

mercoledì, 30 gennaio 2008
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Quando l’Italia venne disastrosamente costruita come stato unitario vi erano tantissimi gruppi e tante tendenze, tanti modelli – chi la voleva sotto il Papa, chi la voleva repubblica democratica – e poi alla fine ne venne fuori uno, auspicato da molti ma non da tutti, sotto l’abile regia di un abilissimo politico, Cavour, che non vide l’annessione di quel che rimaneva del Lombardo-Veneto nel 1866 perché era già morto da oltre cinque anni. Ora, vi sono oggi tanti movimenti che ambiscono alla disgregazione dell’Italia, alcuni antichi, alcuni più recenti. Quindi, è lecito, ed anche affascinante, porre gli argomenti degli uni a confronto con quelli degli altri. Essendo così disuniti, però, ognuno fieramente legato alla propria fetta (una fettina di pinza?) di consenso, questi movimenti rischiano di essere come i proverbiali polli di Renzo – un lombardo, sia detto per inciso – che si beccano tra loro furiosamente mentre un bel braccio nerboruto – nel nostro caso, il braccio dello Stato centrale – li porta tutti al macello. Il prossimo macello si chiamerà “elezioni amministrative”, il prossimo ancora “elezioni politiche”, e il terzo “elezioni europee”. E allora legittimamente occorre chiedersi, ma cosa vogliono questi movimenti? Un piccolo posto al sole? Qualche poltrona da cui urlare poi tutta la propria impotenza?
Il modello di macro-regione non sta in piedi. Cos’è una macro-regione? Nel mondo esistono i piccoli liberi stati indipendenti ed i grandi stati oppressivi verso le loro minoranze – l’esempio più vistoso è la Cina che altro non è che una macro Yugoslavia, che quando esploderà come quest’ultima rischierà di mandare in pezzi il mondo intiero – ma la macro-regione è frutto del micro-pensiero che non vuole, per timore di chissà cosa, distaccarsi dall’Italia radicalmente neppure nella propria visione, nelle proprie utopie. Auspicare una “macro-regione” è il miglior modo per deferire nel regno dell’impraticabile la necessità dei popoli veneto (e siciliano, e sardo, e campano, e piemontese e ligure e trentino)  di indipendenza, la loro legittima e storica aspirazione. Questo toglie ogni preoccupazione ai fidi custodi dello stato centrale: per opporsi a loro si concepisce una chimera, per cui esso continuerà ad esistere. I detentori del potere centrale saranno pure perfidi, ma non sono stupidi.
E così Lega Nord e PNE si ostinano nel vicolo cieco di chiedere maggiori autonomie allo Stato italiano, pietire un allentamento del guinzaglio, invece di porsi radicalmente nella prospettiva di creare una Venetia indipendente, a partire dai fondamenti geopolitici storici, e millenari. Si sentono così inferiori a Mazzini, Cavour, Garibaldi? Quale complesso di inferiorità/superiorità nutrono? Nutro assai poca simpatia per Garibaldi e Vittorio Emanuele II, per Mazzini e Cavour, ma a loro il loro progetto è riuscito. A noi, ancora no. Più ci gingilleremo con le chimere, meno speranze avremo di riottenere la libertà, e la mummia di Garibaldi, dal suo eremo di Caprera, riderà di noi.
Ora, occorre, nel delimitare i confini possibili di un nuovo Stato, essere estremamente accorti. E questo è un primo problema. Individuare un nucleo di affinità storiche, di continuità territoriali, che sia anche abbastanza convincente agli occhi del mondo, e soprattutto dei cittadini. La Scozia e la Catalogna lo hanno, la Venetia è in una situazione simile, ma senz’altro più delicata, soprattutto per la sua parte ora lombarda. Ma ostinarsi a credere nel federalismo, nelle macro-regioni, in nuove partizioni di penisola e isole ancora del tutto artificiali, è quantomeno ambiguo, e privo di senso storico: se l’Italia avesse voluto nascere federale avrebbe potuto farlo, ma ora non può più. Il destino del resto dell’Italia dopo la liberazione della Venetia alla fine interessa poco. Inevitabilmente la nuova situazione fiscale e sociale creerà un effetto domino, ma può darsi che questo accada solo sul lungo termine.
Se poi ci si culla solo in istinti di ribellione da adolescenti – l’odio verso il padre mentre lo si riconosce tale – si rischia di essere autodistruttivi, e lasciare che il padre continui a comportarsi da patrigno, magari promettendo la carota del fantomatico “Senato delle Regioni” o altre mostruosità di contentino ideale, mentre continua con il bastone delle sue tasse e delle sue imposte morali. E per imposte morali intendo i manuali di storia, le trasmissioni televisive, i continui inganni e la continua mistificazione di passato, e presente, per scopi di controllo politico. E sono altrettanto gravose di quelle fiscali.
Cullarsi in questo, e poi bearsi delle proprie cariche, magari proprio a Roma, organizzare in modo dinastico il proprio partito – se non erro Bossi voleva affidare al figlio la Lega – insomma, vivere agiatamente in quel sistema che tanto a parole si detesta, ma che poi viene continuamente ossequiato: ecco quello che appare ai nostri occhi. Salvo inneggiare a rivoluzioni e tumulti, pateticamente, ma a scadenze regolari, tanto per ricordare ad arte ai distratti qual era originariamente la spinta della Lega. Originariamente, ora non più.
La formazione di Stati è costata storicamente così tanto sangue che tutti speriamo che neanche una goccia sia versata per raggiungere l’indipendenza della Venetia. Chi comanderà le armate rivoluzionarie, Bossi? Con rispetto parlando, Venier a Lepanto era assai più in forma. Il PNV non si esalta nell’immaginare scenari di castrazione chimica, di maiali sulle terre consacrate dell’Islam, di SS che scorrazzino in Veneto (lo hanno già fatto, quelle vere), di rivoluzioni con le armate bossiane, di ampolline d’acqua del Po, di dieci immigrati impiccati per ogni immigrato che tocchi il sedere ad una donna veneta. Queste cose sono nei fumetti splatter. Non nella realtà. Neanche nella realtà dei nostri sogni, che contempla una Venetia libera, sovrana, ricca, pacifica, capace di risolvere il problema dell’immigrazione senza evocare le SS, lasciandolo poi sostanzialmente irrisolto; una Venetia pacificamente dialogante con il resto d’Italia, e con il resto del mondo.   

Paolo Bernardini

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La verità su Nino Bixio, l’automa del risorgimento

martedì, 15 gennaio 2008
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Lettera semiseria agli amici siciliani, e naturalmente ai veneti e futuri “ex-italiani” tutti

Patrioti siciliani scagliano i loro giusti strali contro le figure del Risorgimento, quel movimento di pochi a danno di molti grazie al quale le uniche cose a risorgere furono le tasche, dei Savoia, ma prima ancora dei loro alleati, da Garibaldi a Crispi. Consiglio un passaggio, dunque, su un bel sito siciliano, http://www.csssstrinakria.org/, il sito ufficiale del Centro Studi Storico-Sociali Siciliani. Il Centro tra l’altro promuove la divulgazione del pensiero e delle opere di grandiose figure di siciliani, le cui idee e la cui lotta a favore dell’indipendenza di questa bellissima isola andrebbero rimeditate: erano i tempi in cui l’idea di indipendenza, lottare per essa, poteva costare la vita. Ne seppe qualcosa Andrea Finocchiaro Aprile, grande leader siciliano, le cui celebri parole “Quando si ripete che la Sicilia non fu considerata che come una colonia, si dice meno della verità”
in un comizio del 1946 in Piazza Università a Catania, possono essere perfettamente applicate anche al Veneto – e alla Sardegna, e forse paradossalmente perfino al Piemonte. Coraggiosi e grandi i patrioti del M.I.S., il movimento indipendentistico siciliano che nel 1944 si impose come il maggior partito dell’isola. Peccato che per una serie di eventi la Sicilia non ottenne l’indipendenza nel 1945, la storia nostra sarebbe andata altrimenti. Tuttavia dal sito si impara anche un’altra cosa: purtroppo assai spesso nei padri fondatori della Lega Nord, insieme a sacrosante istanze indipendentistiche, vi erano anche tristi germi di antimeridionalismo – scomparsi per fortuna dal nostro pensiero – ma che ancora occasionalmente emergevano in loro figure per altri aspetti notabili, come un pensatore politico del calibro di Gianfranco Miglio: “la Sicilia è una fogna immane” (il suo calibro ne esce un pochino ridotto, diciamo da 38 a 22!) disse il filosofo politico lariano, ma per fortuna i tempi cambiano, i professori pure. Ovvero i tempi sono maturi per l’indipendenza di tutti gli Stati “italiani”, e i professori sono cosmopoliti davvero, ovvero il mondo lo conoscono non solo per averlo letto nei libri e in traduzione, ma per averlo girato: e sanno che la Sicilia è luogo d’incanto, e la sua lingua una tra le più poetiche e ricche. Insomma gli Arabi i Normanni i Greci i Latini e gli Spagnoli – per citarne solo alcuni – la loro traccia l’hanno lasciata eccome.
Ma ho annunciato una lettera semiseria, e questa serissima è.
Dunque, il sito del CSSSS contiene sacrosante invettive contro un altro degli assassini al soldo dei Savoia, Nino Bixio. Disgraziatamente genovese come lo scrivente, Bixio va segnalato tra l’altro per essere stato, già prima che l’Italia gloriosamente s’unisse, nel 1857, un avido cercatore di luoghi ove deportare gli italiani – fatta l’Italia, dovremo disfarci degli italiani, per parafrasare D’Azeglio che lo stimava ben poco – andò perfino in Australia, e la ritenne adatta (era ancora in gran parte popolata da ex-galeotti e feroci squali abbondavano nei mari, tenuti a bada solo dai coccodrilli) per mandarvi gli italiani quando costoro fossero diventati tali. Un esempio di fulgido amore per gli altri. Bixio naturalmente si macchiò di stragi varie, fece uccidere minorati fisici e mentali, perfino un contadino che aveva rubato le scarpe ad un morto. Un vero eroe, premiato per questi atti di immenso valore con un seggio al Senato. Tra l’altro, nel gran parlare che si fa in questi giorni del plebiscito in Veneto del 1866, occorre ricordare che il 21 ottobre 1860 Bixio, probabilmente da qualche bordello, con in mano la pipetta dell’oppio, secondo le sue abitudini, condusse le cose bene, 432.053 sì e ben 667 no. Figure meno abbiette al servizio sabaudo, tra cui lo stesso D’Azeglio, e Mazzini che aveva riacquisito la lucidità, si scandalizzarono, e lo fecero anche gli inglesi. Lord John Russell, ministro plenipotenziario, inviò a Londra un dispaccio in cui si diceva: “I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore”. Parole profetiche, forse aveva fumato anch’egli una pipa d’oppio donatagli da quell’autentico samurai di Bixio, e vedeva quel che sarebbe accaduto nel 1866 nella Venetia!
E va bene, sempre serio assai sono.
Ma giudicando dalla vita di Bixio, dall’inizio alla fine, ma soprattutto dal nome, sono giunto ad una sconvolgente scoperta storiografica – altro che le stimmate provocate dall’acido sulle mani di Padre Pio, l’ipotesi avanzata con successo dal mio illustre collega Sergio Luzzatto!
Bixio non era un uomo, ma un robot.
Il suo vero nome era N1 N0 – B1x10, abbreviato in N1, come il famoso C1 di Guerre Stellari (che in realtà aveva un nome, pardon, una sigla, assai più lunga). In fondo nasce, ops, viene costruito nel 1821, da pochi anni Mary Shelley aveva pubblicato Frankenstein. Era la risposta della scienza italiana a tutte le accuse che le venivano dal mondo protestante, di essere sotto la cappa della Chiesa inquisitoriale, di aver bruciato ogni impresa scientifica (e talvolta anche gli scienziati) da Galileo in poi, ecc. ecc. Ma forse sotto sotto c’era la mano di uno scienziato inglese, se è vero che N1 fu sempre soprattutto al loro servizio. Inoltre, visto che Garibaldi era gracilino, un robot lo avrebbe aiutato, forse la pallottola che lo ferì ad una gamba venne deviata da N1, altrimenti avrebbe raggiunta quella sua testa di…Eroe. Poiché però finita l’unificazione era divenuto scomodo, venne mandato a dis-assemblarsi nell’Oceano Indiano, anzi tra un Oceano e l’altro, per confondere meglio le acque: perché mai spingersi a Sumatra dopo che si è diventati Senatori del Regno, nel 1870, e si può godere indisturbati del frutto di tutti i crimini? Vi immaginate un senatore italiano che appena eletto lascia la cadrega per andare a fare il mercante a Sumatra? Quando può fare tutto quel che vuole qui, servito e riverito. Purtroppo, i servizi segreti inglesi e italiano (se esiste quest’ultimo) tengono nascosto il luogo ove i componenti di N1 giacciono. Ma non dubito, un giorno il caso o la ricerca, o entrambi, li faranno riemergere.

W (anzi meglio: Muoia) anche N1 ! Per fare l’Italia, si sono serviti anche di lui.

Paolo Bernardini

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