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Le menzogne sulla prima guerra mondiale. Una poesia e qualche riflessione.

giovedì, 19 febbraio 2009
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Zelanti assessori, col soldo pubblico, ovvero il nostro, distribuiscono a studenti d’ogni ordine e grado pacchetti informativi sulla prima guerra mondiale. Naturalmente, tessendone l’elogio. Perché essa, o meglio la sua mistificazione, è come è noto uno dei pilastri del mito di ITA, una delle sue ragion d’essere. Una guerra di aggressione e non di difesa, costò la vita a 600.000 “italiani”, col solo fine di “liberarne” 400.000, i quali poi tradizionalmente hanno fatto il loro meglio per tornare sotto l’Austria. Certamente, codesti assessori sono pappagal, li bene ammaestrati, dai burattinai di ITA, e ripetono coscienziosamente quanto generazioni di storici asserviti al falso, per due soldi, hanno scritto e riscritto. E allora sono lieto di mandare nella rete, questo strumento insigne di libertà di pensiero, qualche mia cosa sulla prima guerra mondiale. Perché codesti infimi pappagalli sono in realtà dei corvi, degni della fiaba nera di E. A. Poe: non cantano filastrocche, ripetono nenie di morte conquistandosi un posto all’inferno, ma ancor prima tutto il disprezzo di chi, ateo, cattolico, agnostico, la vita umana e il suo supremo rispetto tiene in conto altissimo. Non la tennero in nessun conto coloro che quel massacro osceno condussero.

E poi una poesia. La scrissi in occasione della visita del presidente di ITA nella Venetia nel 2004. Si chiamava Ciampi, l’esponente più alto della bassa schiera dei colonizzatori del tempo. Nessuno volle pubblicarla. Ma qui è. Non è una poesia per bambini, e non ne raccomando la lettura a chi ama le liriche fughe, non è L’infinito di Leopardi, insomma: anche se infinito fu il dolore che essa racconta. I tenutari di ITA dal 1915 al 1918 mandarono a morire dei bambini, quella guerra fu un abominevole infanticidio di stato.

F. e M. sono due soldati semplici, i nomi si possono prendere tra i tanti Mario, i tanti Federico, che si trovano tra i 600.000 morti italiani per quel massacro privo di ogni senso di coscritti che neanche sapevano per cosa combattevano, che per la vergogna di tutti noi qualcuno ha chiamato “Grande Guerra”. Gli altri F. e M. sono Francesco Baracca, il “bianco airone”, e Manfred von Richtofen, il “barone rosso”. Il primo morì sul Montello, colpito da un proiettile giunto dal suolo. Aveva 30 anni. Il secondo, vicino ad Amiens. Aveva 26 anni. Forse abbattuto da un pilota canadese, forse anch’egli per un proiettile sparato da terra. Avevano sentito parlare l’uno dell’altro e speravano di potersi scontrare in duello. Ricorda da qualche parte l’anziano Elias Canetti, a proposito dell’ebbrezza data dalla comune (per le élite) lettura di Nietzsche, negli anni precedenti la prima guerra mondiale: “Quanti gli individui che Nietzsche ha colmato della voglia del pericolo! Poi i pericoli sono arrivati davvero, e quelli sono miserevolmente crollati”. Questi piloti, provenienti in gran parte dalla cavalleria, amavano mitragliare dall’alto i soldati nemici, si divertivano un mondo in questa caccia. Indubbiamente, fecero grandi stragi in questo modo. L’onore del duello lo riservavano ai loro pari. Non so chi abbia dato loro il nome di eroi. C’è sempre qualche errore all’origine delle peggiori disgrazie.

Paolo Bernardini

Quattro piccole scene dalla Grande Guerra

I.

E’ un rivo di orina
Di merda. E’ uno strato
Di ghiaccio. Il freddo
Lo ferma ma non ferma
Il suo odore. E’ ghiaccio
Striato di sangue, di vomiti
Vi scivolano sopra
Topi.
E’ la trincea.
Qui, F., ad esempio
Si piega su M. Gli mette
Dentro le dita.
Lo masturba, in silenzio, piano.
Viene. E godono insieme di quel poco
Di caldo, un dito su per il culo.
Lo sperma tra i pantaloni. Godono
Per quel caldo breve, sopra ogni cosa.
Il cielo è scuro, piove.
M. piange. F., anche.
Il tenente poi lancia il grido: “All’assalto!”
Gli arti ghiacciati, i piedi a pezzi
Ci faranno alzare.
Due passi fuori, il vento, la pioggia sul viso
Le gambe incerte. Le mani
Piagate
Innestano la baionetta.
Due passi ancora.

II.

Nulla equivale
L’ebbrezza di un volo:
Del bianco airone,
Di un rosso sparviero
Che s’alza rombando
Dal suolo.
E giunge sopra le vette
Sui campi.
Sfiora le nubi, le cime
Più ardite.
Scende e si inebria e risale.
F. attende M. M, F.
“Come un vespro sulla terra
Arda la vostra virtù nel morire, lo
Spirito vostro.
Altrimenti sarete morti male”.
Così parlò il Maestro nostro
E noi suoi seguaci spariamo e voliamo.
Voliamo, e spariamo.
Il nostro sogno è che un giorno
Ci incontreremo.
Che l’ali lievi dei falchi
Rechino l’artiglio fatale.
Il nostro sogno è morire
Al tempo giusto, né prima, né dopo.
Ogni lancio è slancio di vita
Fino a quello mortale.

III.

Due passi. Al terzo
Il vento porta un confetto
Di piombo.
Cadeste senza un lamento.
M., prima.
“Sei così alto, sei bello”.
Per le vostre nozze fu questo
Il regalo.
M. è più basso ed il colpo
Della mitraglia lo prende alla fronte
Muore, in meno di un attimo è andato.
F., è più alto. Per questo
Ora invidia l’amico.
Per la prima volta è un vantaggio, vedi,
La bassa statura.
Tua madre non te lo diceva.
Poi guarda le proprie viscere, sparse per terra.
Le budella piene di merda, di cibo raffermo
D’acqua ghiacciata, di sperma, di paura, di vita.
Ci metterà un giorno a morire.
Cresce l’invidia per quel cervello, era l’amico, che vede
Ad un passo, a pezzi, da lui.
Cresce l’invidia con il dolore.
Le urla. Lo stupore, il sangue a fiotti che esce
E ghiaccia, allontana, con strazio
La fine.
Dura più di una messa
…Morire.

IV.

“E’ bella, è bella la guerra,
Morir per la patria, una gioia.
Ma la gioia più grande è morire”.
Non si incontrarono, F. e M.

E’ giugno al Montello, un proiettile
Sale dal suolo. Il veivolo brucia.
F. l’accoglie nel viso. L’airone bianco
Richiude così le sue ali.
E’ un giorno di giugno dell’ultimo anno
Della guerra grande, il grande
Massacro.

“Quant’era bello sparare
Sul gregge di esseri umani
Dall’alto, come l’assiro
Che canta in forma di lupo
Il grande romantico inglese…”

M.
M. se ne era già andato.
La decade terza d’aprile
Sui cieli di Francia
Colpito
Da un altro eroe dell’aria
Un altro “asso nemico”.

Muor giovane chi agli dei è caro.
Sarà: e sarà anche vero, se sol lo si crede.

Ci rimangono i brandelli di carne
Di tutti e quattro:
Morta e rossa giù al suolo:
A vederla si dubiti pure
Che si tratti di carne di uomo.

Di chi è morto senza neppure sparare
Di chi è morto da eroe del volo.

E vennero poi altri avvoltoi,
Con gli stessi che uccisero loro
Canteranno le odi a giovinezza
All’ebbrezza del morire
Per i loro tricolori:
Erano i loro affari più vili
Spacciati per “patria” ed “onore”.

8 Novembre 2004.

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Come ottenere l’indipendenza della Venetia e il ruolo del Pnv

mercoledì, 18 febbraio 2009
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Gianluca Busato, Verona 15 febbraio 2009: “Come ottenere l’indipendenza della Venetia e il ruolo del Pnv”

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Un’eterna domenica delle Salme.

mercoledì, 14 gennaio 2009
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Un mio modesto ricordo di Fabrizio de André

Forse parlare di un cantautore genovese in un sito di un partito il cui scopo è l’indipendenza della Venetia può apparire fuori luogo. Ma chi avrà la pazienza di leggere queste poche righe capirà che fuori luogo non è.
Tout se tient.
Quando de André morì, dieci anni fa, io ero a Princeton, negli Stati Uniti. La piccola città universitaria era coperta di neve e la mia anima di indicibile tristezza. Ché avrei voluto conoscerlo, questo poeta anarchico e malinconico, che percorreva il Far West e la Sardegna e infiniti altri luoghi veri o immaginari, presenti o passati, con le sue bellissime canzoni. Colui che aveva dedicato, genovese come me, alla “cima”, un nostro piatto tradizionale, una delle più belle canzoni del Novecento, in genovese naturalmente, un volo pindarico, nel senso positivo, proprio della poesia, dalla cucina alla metafisica, alla vita, alla morte, al nostro destino di mangiatori, senza sapere da chi noi stessi saremo mangiati.
Avrei voluto conoscerlo perché in qualche modo mi avrebbe parlato, anche senza dirmi nulla di questo, di me stesso, della mia “genovesità” e dell’Esser-ligure in generale, qualcosa che difficilmente possiamo esprimere a parole, ma certo nella vita, nei gesti, nei modi di fare e di pensare.
Come credo sia per un veneto, anzi senz’altro lo è.
Una variante dell’essere umano in generale, legato ai luoghi in cui nasce e cresce, e che lo formano ben aldilà di una lingua, delle possibilità di spiegazione linguistica di questo “essere”, di qualche stereotipo (saremo davvero così tirchi, noi genovesi?), di un amore per la propria terra che quando è radicale e forte si rovescia, naturalmente, in un amore altrettanto grande per l’umanità intera.

Per ogni terra ed ogni luogo.

Per quello sono stato colto da nausea al vedere i servi sommessi e mesti e astutissimi di ITA, Fazio e due coboldi vagamente somiglianti ad essere umani di sesso femminile, dagli schermi RAI, la cooperativa di ITA volta a creare Raggirati, Abbindolati, e Ingannati, annunciare un ferale banchetto mediatico serale con le spoglie di Fabrizio, ché i morti si sa non possono difendersi.
Non tutti.
Qualcuno vive nella memoria dei vivi, e allora vorrei ricordare che de André seppe condannare molte delle menzogne che di ITA fanno i fondamenti. Per prima, la prima guerra mondiale, uno dei peggiori macelli del Novecento, un secolo di massacri seriali; cantò i poveracci mandati ad uccidere e morire senza sapere perché, sepolti nei campi di grano, all’ombra dei papaveri rossi.

Allegramente, a volte tristemente anarchico, Fabrizio mise poi alla berlina i giudici giustizialisti, le leggi cieche e le logiche mafiose e le “carceri d’oro”, ovvero le logiche che sorreggono non tanto la mafia quanto ITA, ché la prima è emanazione diretta, ipostasi della seconda.

Cantò in versi surreali e surrealisti gli anni Settanta e gli anni Ottanta, mostrò umana pietà, prima che cristiana, nei confronti dei suoi rapitori sardi, seppe sublimare passione e terrore in versi come quelli dell’”Hotel Supramonte”.

Condannò perfino i massacri di Stato degli indiani d’America, altra sua passione. Chivington aveva 43 anni, non era un “generale di vent’anni”, quando si macchiò del massacro di Sand Creek, nel 1864. Ma questo “felix error” ci dice molto su quale violenza de André voleva condannare.

Restituì fama e dignità alla lingua genovese, e entrò nell’umanità di tanti, un transessuale brasiliano, un secondino napoletano, un rapitore sardo, tanti borghesi grandi e piccoli e medi della mia, della nostra città, Genova, e allegre prostitute d’ogni età.

Restituì al loro essere uomini perfino chi non aveva mai conosciuto, un Piero che muore nel massacro del 1914-1918, coloro che quel “generale di venti anni” fece massacrare a Sand Creek, indiani d’America. Diede vita a luoghi remoti, Sant’Ilario dove vive una sua stagione una “Bocca di rosa”, via del Campo nel cuore di Genova. Nelle sue canzoni si materializzano dinanzi ai nostri occhi.

De André diede sempre molto fastidio alle vestali di ITA, le vergini dai candidi manti del tempo della prima repubblica, che, con tutto il suo marciume, era tutto sommato meno infame di questa. Gli toccò in sorte di morire naturalmente.
Non accadde come con altri personaggi altrettanto scomodi, non fu mandato nessun killer di Stato come nel caso di Pasolini. Ora anzi i servi mediatici di ITA, coloro che hanno fatto dell’assoluta ignoranza la loro scienza, della completa insipienza la loro cultura, ne parlano a vanvera, nella speranza di incasellarlo e di disinnescarlo. Ma invano.
Le sue canzoni non le possono cambiare, e dicono quello che dicono. L’anarchia, da sempre, è sintomo innanzi tutto di un disagio infinito nei confronti dello Stato presente. E le sue canzoni lo dicono benissimo, perfettamente.
Requiescat in pace.
I flebili balbettii buonistici dei videoeunuchi di ITA non ne modificheranno certo il messaggio.

Paolo Bernardini

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