Articoli marcati con tag ‘Ivone Cacciavillani’

Lettera ai pescatori di Chioggia, e agli abitanti di IT tutti

venerdì, 6 giugno 2008
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Stiamo assistendo ad uno strano periodo, di “luna di miele” tra IT e il suo nuovo governo. Come tutti i malati terminali della storia, siamo “felici” di avere un medico nuovo, che ci prescrive un pochino in più di morfina, sotto forma di retorica, soprattutto, e di azioni ad effetto: “Licenziamo i pelandroni!”, “Togliamo l’ICI!”, “Tassiamo i profitti “in eccesso dei petrolieri!”. Una volta si cambiava il nome ai malati terminali, antica pratica già della magia animistica. Può darsi che per l’effetto placebo vivessero un poco di più. Nella convinzione di essere altri, quando invece rimanevano gli stessi. In realtà, IT si sta avviando a grandi passi verso il sottosviluppo. In questo sottosviluppo, ci si attacca “alla bandiera”, come una sorta di ultima spiaggia, “morire – di fame – per la Patria”. Ma non funziona. Per la patria si moriva per altre ragioni; per difenderla, o per costruirla. E’ indegno di un essere umano, e dell’umanità, morire per la Patria perché la patria nel frattempo è divenuta una casta di governanti e notabili che per impinguare vieppiù costringono il popolo alla fame. E allora tutti i nodi verranno al pettine, perché il medico è cambiato, ma la malattia e il malato sono sempre gli stessi, e come vuole la natura si aggravano. Non ci rendiamo conto che diventiamo sempre più poveri, e sempre più schiavi? Oggi Ivone Cacciavillani si dice orgoglioso di essere “schiavo” della costituzione di IT, felice per questo. Ma noi non lo siamo!!! Siamo infelici. Sono infelici i pescatori di Chioggia perché il gasolio ormai costa troppo, e non possono più mettere in mare le loro barche. Ma lo sanno che oltre il 60% del prezzo del gasolio è dovuto all’accisa statale? Sono consci di quest’atto criminale compiuto da IT per impedire lo sviluppo, ma ancor prima, la felicità dei propri abitanti? Le accise sui carburanti sono state create in età coloniale, con queste accise sono stati finanziati gli stermini di neri d’Africa, e la conquista di terre che nulla avevano a che fare con IT, è stato finanziato l’ultimo atto di espansione sabauda, quella oltremare, finito malissimo, come sperabilmente finirà male, e presto, l’espansione in Sicilia, quella nella Venetia, e tutte le altre. Che ha ragione ha una tassa di questo tipo?

Una cosa è certa: nella Venetia libera non vi saranno tasse di questo tipo, non vi sarà nessun bisogno di tassare i carburanti. Non ci sarà nessun Corno d’Africa da conquistare, ma neanche nessun parassita di Stato da foraggiare. Il fatto che gli abitanti di IT accettino tutte le esazioni imposte loro da un sistema bacato e criminale è indice di enorme rassegnazione. La scelta dei giovani infatti è questa: o la rassegnazione, unita alla speranza di entrare in qualche modo nelle caste improduttive che reggono IT, e quindi sopravvivere facendo pure un salto di qualità, oppure la fuga: nel resto del mondo, dove migliaia di veneti emigrano già ogni anno. Come sono emigrati dal 1866 in fondo, dal momento in cui la Venetia divenne colonia sabauda, e non ritornò ad essere libera come nel 1797 (e per 11 secoli in precedenza).

E allora pescatori e trasportatori, cittadini tutti, cominciate a pensare ad un mondo in cui il carburante non viene tassato. Sembra poca cosa, ma non lo è. Vi consentirà di vivere. E questo mondo si chiama Venetia libera. Cominciate tutti a sognarlo, e a ritagliarvi un piccolo spazio in questo sogno. Cominciate ad essere come il mondo che vorreste, come dice nel suo nuovo album Alanis Morissette. Altrimenti, se la miseria non toccherà voi, toccherà certamente i vostri figli. Non sarà soddisfazione grande se qualcuno poi fascerà i loro corpi emaciati e forse morti in un tricolore. Quel progetto di IT è finito, morto e sepolto. E con questo non voglio dire che molti non vi abbiano davvero creduto, e non abbiano dato la vita in tutta onestà per questo. E allora i morti delle Cinque Giornate di Milano, ad esempio, morivano davvero per l’Italia. Ma quello che questa è diventata, IT, farebbe orrore anche a coloro che hanno dato la vita per creare la nazione. Sarebbe bello che su tutte le barche dei pescatori di Chioggia sventolasse il gonfalone di San Marco. Che ora piace anche ai no-global, che assaltano la Lega sventolandolo. Forse qualcuno a sinistra ha capito che l’indipendenza della Venetia sarebbe di immenso giovamento prima di tutto ai meno abbienti. E allora anche coi no-global possiamo dialogare. Sventolerò per primo il gonfalone il giorno della visita del presidente di IT a Castelfranco. Ci andiamo tutti?

Posto che i no-global e tutte le forze politiche e sociali che vorranno unirsi a noi abbiano chiaro che quel che viene costruito con la violenza è distrutto sempre da una violenza di pari intensità. E che l’indipendenza deve essere raggiunta in modo pacifico. Se a qualcuno sta ancora a cuore il proprio futuro, se qualcuno ancora non è del tutto schiavo della morfina del welfare state, quel qualcuno sappia che esiste una via per la libertà e la felicità, e si chiama INDIPENDENZA.

Paolo Bernardini
Presidente nasional PNV
Web: www.pnveneto.org
E-mail: info@pnveneto.org

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LIFE TREVISO contro Stato Italiano

mercoledì, 6 febbraio 2008
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20.02.08
TRIBUNALE ordinario di VENEZIA sede CIVILE
LIFE TREVISO contro Stato Italiano
Richiesta di ritiro dalle Province Venete.
Seconda udienza.

1947: Referendum “Monarchia-Repubblica”. Il referendum era nullo? Noi crediamo di sì.
Il Decreto Legislativo 16 marzo 1946 all’art. 1 testualmente diceva: “I consigli elettorali sono convocati per il giorno 2 giugno 1946… E’ fatta eccezione per il collegio elettorale della Venezia Giulia e per la provincia di Bolzano, per i quali sarà disposta con successivi provvedimenti”. Mai e poi mai questi cittadini veneti vennero chiamati al voto, tantomeno quelli residenti in Istria, in Dalmazia, nel Quarnaro e nel Dodecaneso. Un gran numero di veneti ai quali è stato negato il diritto fondamentale della democrazia: IL VOTO.

Tratto dal sito www.life.it

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“1809: l’insorgenza veneta. La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco” di Ettore Beggiato

venerdì, 11 gennaio 2008
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Riportemo da  http://www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=4083

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“1809: l’insorgenza veneta.
La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco”

Editrice Veneta – Vicenza


Presentazhion de Ivone Cacciavillani :

L’Autore che, completata la stesura d’un libro, ne chiede a taluno la “presentazione”, si rivolge generalmente, tra i conoscenti, a chi pensa sia in consonanza con le tesi enunciate, confidando in una specie di loro avallo presso i lettori. Beggiato sulla piena consonanza ha certo indovinato, anche se su un solo punto debbo dissentire: Egli deve per coerenza e chiarezza menzionare spesso quel personaggio che tra gente dabbene non dovrebbe mai venire nominato, come una parola sconcia. Nei miei libri, quando devo parlarne, uso sempre una I. maiuscola puntata ed in nota in calce preciso che quella I. può significare Imperatore per gli ammiratori, Infame per i molti altri. Qui Beggiato deve necessariamente chiamarlo per nome, ma resta sempre e solo un I.
Ha un merito enorme questo libro, che più che di storia dovrebbe essere definito di cronaca: quel giorno per giorno di rivolte paesane indice d’un “troppo pieno” di sopportazione che straripa qua e là per il Veneto, con una distribuzione geografica a macchia di leopardo che la dice tutta sulla generalità dell’insoddisfazione. Se ci fossero stati giornali che avessero avuto il coraggio di pubblicare anche cose non gradite “al Palazzo” questi sarebbero stati fatti di cronaca giornalistica ed allora i rivoltosi, che erano per lo più dei renitenti alla leva per nulla anelanti ad andar a morire nelle gloriose armate dell’I., probabilmente sarebbero stati definiti “ribelli”. Erano sostanzialmente dei poveracci senza più nulla da perdere per avere già perso (o essergli stato tolto) tutto; ora probabilmente li si chiamerebbe partigiani; allora andavano per briganti, che dava l’idea del grassatore con un misto peraltro di ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza; ma inoltrandosi per questa strada c’è il rischio di sconfinare nella sociologia storica …
Un punto della Sua Introduzione merita di essere ripreso con qualche considerazione per l’alto valore “ideologico”: il rancore per il silenzio degli Storici, per la latitanza delle “Università italiane nel Veneto”, detto come antitesi a Università Venete, che secondo Beggiato, latitano del tutto. In questa storia “dal basso”, dal lato della povera gente che non fa mai storia, perché, secondo una certa moda “culturale”, la storia deve occuparsi solo di guerre, di battaglie, di conquiste: i fatti dei “grandi”. Condivisibile il rilievo, ma ci si deve chiedere il perché di questa moda perversa. Ed il perché sta proprio nella mancanza dell’anello cronachistico. L’interesse alla ricerca storica nasce dall’interesse alla lettura. L’interesse alla lettura nasce dalla voglia di saperne di più; il passaggio dai fatti di cronaca alla storia dei fatti passa attraverso l’opera ora del giornalista; per i tempi andati, quando i giornali o non c’erano o non venivano letti (nel contado), dalla cronachistica: i libri di fatti di cronaca come passaggio ai libri di storia.
Bene fa Beggiato, sempre nell’Introduzione, ad avvicinare le rivolte diffuse del 1809 contro l’I. a quella del 1848 contro l’Austriaco; figlie dello stesso disagio e della miseria imperante. La grande differenza sta nel fatto che nel 1809 non c’era un Daniele Manin ad incanalare la protesta e a farne fatto politico. Effimera quella del ‘48, ma infinitamente più efficace di quella del ‘09. Resta un grande deficit di storia nel nostro Veneto; difficilmente spiegabile. Forse la spiegazione più convincente la dà ancora Daniele Manin, nella descrizione dell’assetto costituzionale della Serenissima, in una monumentale opera collettanea del 1847: la ravvisò nell’eccesso di autonomia lasciata dalla Repubblica di San Marco alle Terre dei suoi Domini: un’autonomia che diventò particolarismo e localismo; incapaci i Veneti di guardare ad una Patria, oltre l’ombra breve del campanile. Ed allora ben vengano questi libri di cronaca, che, raccontando le vicende dei campanili, riescono a creare una comunità d’interessi che forse è proprio quel connettivo che manca alla nostra cultura di base.
Finisce che occorre dir grazie ad un Beggiato che, andando per campanili, finisce per fare del vero federalismo culturale.

Introduzhion

Banditi o patrioti veneti ?

Giuseppe Boerio nel suo “Dizionario del dialetto veneziano” stampato a Venezia nel 1856 parla dei “briganti” in questi termini:
“Con tale nome erano comunemente chiamati nell’anno 1809 coloro che nelle varie nostre provincie si sollevarono”; lo storico trentino Aldo Bertoluzza anticipa l’utilizzo del termine, almeno per quanto riguarda il Veneto, al 1797:
“La denominazione di briganti che verrà riportata da gran parte degli storici risale al mese di aprile 1797, quando avvenne l’emigrazione nel Trentino di fuoriusciti veneti antifrancesi e la formazione di quei primi nuclei che Napoleone stesso battezzava briganti, e che diventeranno poi gli affiancatori dei malcontenti tirolesi e di Andreas Hofer nel 1809”
Attraverso il concetto di “brigante” si tentava, e si tenta, di screditare chi lottava comunque per un’idea, per difendere la propria terra, la propria casa, la propria tradizione.
E così “briganti” furono tutti coloro che in tantissimi comunità della penisola italiana resistettero alle orde napoleoniche e giacobine, “briganti” furono chiamati i Vandeani che pagarono con il sangue la difesa della loro identità, “briganti” divennero più tardi coloro che si ribellavano nei confronti dei “liberatori” sabaudi e che vedevano i loro paesi rasi al suolo da certi figuri che ora campeggiano nelle nostre piazze.
L’insorgenza del 1809 assume il carattere di una vera e propria ribellione contro il conquistatore, contro l’Infame Napoleone.
Si può certamente parlare di una guerra di liberazione contro l’invasore straniero e i suoi collaborazionisti locali (i giacobini veneti) in un contesto che assume una caratteristica europea e che parte dalla Vandea tocca il Tirolo incendia la Spagna e coinvolge, in forme diverse, l’intero continente
Da una parte i popoli decisi a difendere la loro terra, la loro storia, le loro tradizioni dall’altra Napoleone e i suoi alleati; da una parte la difesa della propria religiosità dall’altra l’offensiva del laicismo; da una parte le “piccole patrie” dall’altra l’espansionismo francese, da una parte la battaglia autonomista dall’altra il centralismo più ottuso e rapace che affama la nostra gente con nuove tasse particolarmente odiose come quella sul macinato..
Si calcola che dal 1796 al 1815 le varie insorgenze coinvolsero nella sola penisola italiana più di 300.000 persone; sicuramente ne morirono più di centomila.
Ed anche nel nostro Veneto ci sono numeri impressionanti che testimoniano una partecipazione straordinaria: ad Orgiano piccolo centro del bassovicentino, fonti della polizia parlano di quindicimila persone in piazza, ma sono le piazze dell’intero Veneto ad infiammarsi, sono i campanili delle nostre comunità che diventano il simbolo della rivolta (non ci avevo mai pensato: dalle campane a martello del 1809 al campanile di San Marco dei Serenissimi del maggio 1997 …..) ..
Una sollevazione straordinaria come partecipazione, come coinvolgimento generale dell’intera popolazione, interclassista si direbbe oggi (altro che rivoluzione degli straccioni!), come riaffermazione della propria identità veneta e come lotta per riconquistare la libertà perduta (la bandiera con il leone di San Marco sventola in tante piazze e a Schio viene anche insediato un Governo Veneto…) alla quale si reagisce con brutalità impressionante con centinaia e centinaia di patrioti veneti fucilati e impiccati; certo, ci fu anche chi si dedicò alla razzia: ma fu comunque una esigua minoranza.
Sicuramente mancò la capacità “politica”, mancarono i capi, non certo l’ardore e l’eroismo della nostra gente.
Ma tutto questo nei libri della scuola italiana non compare e nella pubblicistica del “regime” viene censurato o minimizzato. E d’altra parte basta pensare a chi “controlla” le università venete, o meglio le università italiane nel Veneto per rendersi conto di come la storia veneta sia ostaggio di logiche e di “culture” estranee alla nostra terra e al nostro popolo.
Possiamo chiedere a questi “storici” sfornati dalle università italiane del Veneto come mai in Spagna gli insorti antinapoleonici vengono considerati degli eroi, immortalati nel famoso quadro di Fransisco Goya, e nella nostra terra veneta gli stessi insorti antinapoleonici vengono ignorati o trattati come delinquenti comuni?
Ed è la stessa storiografia che continua a presentare il Veneto polentone, abituato a dire “comandi!” a chiunque passi per questa terra. Nulla di più sbagliato!
Il nostro popolo ha sempre lottato per riacquistare la propria sovranità, la propria libertà. C’è un filo rosso (o meglio azzurro che è il colore nazionale di noi veneti) che unisce tante pagine della nostra storia nelle quali è costante la lotta del nostro popolo per l’autonomia, per l’autogoverno.
Vediamole, schematicamente e senza pretesa di completezza.
1) Nel 1797 i Veneti lottano strenuamente per difendere la Serenissima. Eroica la difesa dei veronesi durante le “Pasque” ma in tutto il Veneto ci sono manifestazioni di fedeltà alla Repubblica di San Marco e di resistenza contro i francesi;
2) nel 1809 i Veneti, come vedremo, insorgono contro Napoleone
3) nel 1848, il 22 marzo inzia la grande rivoluzione veneta; viene ricostituita la Repubblica Veneta e Venezia sarà l’ultima città d’Europa a cadere, il 23 agosto 1849, sotto l’impressionante offensiva dell’esercito aburgico. Per le cinquegiornatecinque di Milano ci sono interi scaffali di volumi, un anno e mezzo di indipendenza veneta viene sistematicamente ignorata. Dieci anni dopo Napoleone III proprone a Francesco Giuseppe di assimilare la questione veneta a quella del Lussemburgo. Nel 1866 attraverso un plebiscito-truffa il Veneto viene annesso all’Italia.
4) Nel 1920 subito dopo la fine della grande guerra quasi interamente combattuta nel nostro Veneto e che ha portato lutti, tragedie e disperazione a non finire, Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei Ministri, profondo conoscitore della nostra gente, scrive al suo successore Vittorio Emanuele Orlando il 7 febbraio 1919 del timore che potesse sorgere “un’Irlanda Veneta, mutando i paesi più patriottici e più sobri nel chiedere, in ribelli della disperazione” e il prefetto di Treviso segnala al Ministero la possibilità che nel Trevigiano si crei un movimento separatista tendente a staccare il Veneto dall’Italia.
E Guido Bergamo parlamentare trevigiano scrive “Il governo centrale di Roma, questo governo di filibustieri, di ladri e camorristi organizzati, non si accorgerà di noi se non ci decideremo a far da noi” e ancora “Ora basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti, tratteniamo l’ammontare delle imposte dirette nel Veneto”.
5) Nel 1945, nell’immediato dopoguerra il ministro dell’interno chiede informazioni alla prefettura di Venezia su “persone che tendano ad una autonomia integrale del Veneto e alla costituzione di una Repubblica di San Marco”
6) Nel 1970 nascono le regioni e il Veneto è l’unica regione che si da uno statuto nel quale si parla di “popolo”: l’articolo due recita: “L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia”
7) Nel 1983 alle elezioni politiche per la prima volta in una regione a statuto ordinario una forza politica autonomista riesce a far eleggere due rappresentanti al parlamento italiano: è la Liga Veneta, la madre di tutte le leghe.
8) Nel 1997, il 9 maggio otto “serenissimi” si impossessano del campanile di S. Marco e issano la bandiera veneta. Un gesto e un sacrificio determinanti a far risvegliare nel popolo veneto la coscienza della propria identità e dei propri diritti.


C’è una grande opportunità con il 2009, con il duecentesimo anniversario dell’insorgenza veneta.
Sta a tutti noi diventare protagonisti nel processo di riappropriazione della nostra storia e della nostra identità.
Riappropriamoci del 1809!
E oggi come allora “Viva San Marco!”


Ettore Beggiato

Par el libro (222 pagine, 15 euro)
www.editriceveneta.it,
www.raixevenete.net
www.ettorebeggiato.org o bejato@hotmail.com

Edision, diçenbre 2007





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Il plebiscito del 1866 non è valido. La Life apre una causa civile a Venezia per restituire il Veneto ai veneti

lunedì, 3 dicembre 2007
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«Il plebiscito del 1866 non è valido»
La Life apre una causa civile a Venezia per restituire il Veneto ai veneti

GIORGIO CECCHETTI
VENEZIA. Gli imprenditori della Life, quelli che si sdraiavano per terra in modo da impedire che la Guardia di finanza entrasse per controllare i conti delle piccole imprese, quelli che hanno sempre dipinto l’ex ministro ed attuale vice Vincenzo Visco con i denti da vampiro succhiasoldi, chiedono al Tribunale di Venezia di annullare o di decretare l’inefficacia addirittura del plebiscito con il quale nel 1866 il Veneto e Mantova dissero sì all’annessione al Regno di Sardegna e, conseguentemente, chiedono che venga cancellato anche il referendum del 1946, quello con cui gli italiani scelsero la Repubblica.
Non è uno scherzo, e neppure una mossa propagandistica: due legali, l’awocato mantovano Marco Della Luna e quello veneziano Luciano Salvato, hanno presentato la documentazione negli uffici giudiziari lagunari e il presidente della prima sezione civile Roberto Zacco, il 9 novembre scorso, ha già tenuto la prima udienza, inviando in seguito una segnalazione alla Procura della Repubblica, in modo che valuti l’esistenza o meno di reati sulla base della documentazione presentata dai due civilisti.
L’obiettivo dichiarato della Life è quello che, alla fine, in base alla Carta dei diritti dell’uomo, venga dichiarata l’indipendenza del popolo veneto e, proprio per questo, credono poco alla terzietà dei giudici che dovranno decidere, «visto che hanno giurato sulla Costituzione della Repubblica non possono stare che dalla sua parte», precisa l’awocato Della Luna.
I documenti che hanno presentato hanno un notevole spessore storico e alcune affermazioni non sono certo gratuite. Per quanto riguarda il Plebiscito, la votazione che permise al Veneto e a Mantova di unirsi al neonato regno d’Italia dopo la 38 guerra d’indipendenza, i due legali sostengono che i quadrunviri che cedettero il possesso del territorio ai Savoia non avevano alcuna legittimità per farlo. Inoltre, citando documenti e testimonianze, affermano che in quel referendum i brogli non si contarono per stessa ammissione di chi li organizzò.
Vengono citati la partecipazione al voto delle truppe sabaude presenti nel Veneto e le dichiarazioni del capo della Polizia di Camillo Senso di Cavour, il quale a fine carriera raccontò che le schede non utilizzate e non votate «vennero gettate nelle ume in senso sabaudo». Infine, per quanto riguarda il referendum grazie al quale al popolo italiano, dopo l’ultima guerra, venne data la possibilità di scegliere tra monarchia e repubblica, oltre a parlare di brogli, i due awocati scrivono che il decreto istitutivo prevedeva anche il voto dei cittadini di Venezia Giulia e Dalmazia, dove invece non furono allestiti i seggi e dove, quindi, nessuno potè votare. «Naturalmente fu una scelta presa a tavolino – sostiene l’awocato Della Luna – perchè erano consepevoli che altrimenti la repubblica avrebbe perso».
Analogo contenzioso è in atto da parte della Associazione Culturale “Amici della Storia e della Giustizia” di Venezia (quelli del processo a Napoleone), con gli avvocati Renzo Fogliata, Ivone Cacciavillani, Alessio Morosin e altri, i quali hanno portato gli atti di fronte alla Corte di Giustizia Europea a Strasburgo

da “la Nuova di Venezia”

(http://www.raixevenete.com/forum_raixe/topic.asp?FORUM_ID=1&TOPIC_ID=3869)

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