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Tutte le strade portano via da Roma?

mercoledì, 30 gennaio 2008
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Quando l’Italia venne disastrosamente costruita come stato unitario vi erano tantissimi gruppi e tante tendenze, tanti modelli – chi la voleva sotto il Papa, chi la voleva repubblica democratica – e poi alla fine ne venne fuori uno, auspicato da molti ma non da tutti, sotto l’abile regia di un abilissimo politico, Cavour, che non vide l’annessione di quel che rimaneva del Lombardo-Veneto nel 1866 perché era già morto da oltre cinque anni. Ora, vi sono oggi tanti movimenti che ambiscono alla disgregazione dell’Italia, alcuni antichi, alcuni più recenti. Quindi, è lecito, ed anche affascinante, porre gli argomenti degli uni a confronto con quelli degli altri. Essendo così disuniti, però, ognuno fieramente legato alla propria fetta (una fettina di pinza?) di consenso, questi movimenti rischiano di essere come i proverbiali polli di Renzo – un lombardo, sia detto per inciso – che si beccano tra loro furiosamente mentre un bel braccio nerboruto – nel nostro caso, il braccio dello Stato centrale – li porta tutti al macello. Il prossimo macello si chiamerà “elezioni amministrative”, il prossimo ancora “elezioni politiche”, e il terzo “elezioni europee”. E allora legittimamente occorre chiedersi, ma cosa vogliono questi movimenti? Un piccolo posto al sole? Qualche poltrona da cui urlare poi tutta la propria impotenza?
Il modello di macro-regione non sta in piedi. Cos’è una macro-regione? Nel mondo esistono i piccoli liberi stati indipendenti ed i grandi stati oppressivi verso le loro minoranze – l’esempio più vistoso è la Cina che altro non è che una macro Yugoslavia, che quando esploderà come quest’ultima rischierà di mandare in pezzi il mondo intiero – ma la macro-regione è frutto del micro-pensiero che non vuole, per timore di chissà cosa, distaccarsi dall’Italia radicalmente neppure nella propria visione, nelle proprie utopie. Auspicare una “macro-regione” è il miglior modo per deferire nel regno dell’impraticabile la necessità dei popoli veneto (e siciliano, e sardo, e campano, e piemontese e ligure e trentino)  di indipendenza, la loro legittima e storica aspirazione. Questo toglie ogni preoccupazione ai fidi custodi dello stato centrale: per opporsi a loro si concepisce una chimera, per cui esso continuerà ad esistere. I detentori del potere centrale saranno pure perfidi, ma non sono stupidi.
E così Lega Nord e PNE si ostinano nel vicolo cieco di chiedere maggiori autonomie allo Stato italiano, pietire un allentamento del guinzaglio, invece di porsi radicalmente nella prospettiva di creare una Venetia indipendente, a partire dai fondamenti geopolitici storici, e millenari. Si sentono così inferiori a Mazzini, Cavour, Garibaldi? Quale complesso di inferiorità/superiorità nutrono? Nutro assai poca simpatia per Garibaldi e Vittorio Emanuele II, per Mazzini e Cavour, ma a loro il loro progetto è riuscito. A noi, ancora no. Più ci gingilleremo con le chimere, meno speranze avremo di riottenere la libertà, e la mummia di Garibaldi, dal suo eremo di Caprera, riderà di noi.
Ora, occorre, nel delimitare i confini possibili di un nuovo Stato, essere estremamente accorti. E questo è un primo problema. Individuare un nucleo di affinità storiche, di continuità territoriali, che sia anche abbastanza convincente agli occhi del mondo, e soprattutto dei cittadini. La Scozia e la Catalogna lo hanno, la Venetia è in una situazione simile, ma senz’altro più delicata, soprattutto per la sua parte ora lombarda. Ma ostinarsi a credere nel federalismo, nelle macro-regioni, in nuove partizioni di penisola e isole ancora del tutto artificiali, è quantomeno ambiguo, e privo di senso storico: se l’Italia avesse voluto nascere federale avrebbe potuto farlo, ma ora non può più. Il destino del resto dell’Italia dopo la liberazione della Venetia alla fine interessa poco. Inevitabilmente la nuova situazione fiscale e sociale creerà un effetto domino, ma può darsi che questo accada solo sul lungo termine.
Se poi ci si culla solo in istinti di ribellione da adolescenti – l’odio verso il padre mentre lo si riconosce tale – si rischia di essere autodistruttivi, e lasciare che il padre continui a comportarsi da patrigno, magari promettendo la carota del fantomatico “Senato delle Regioni” o altre mostruosità di contentino ideale, mentre continua con il bastone delle sue tasse e delle sue imposte morali. E per imposte morali intendo i manuali di storia, le trasmissioni televisive, i continui inganni e la continua mistificazione di passato, e presente, per scopi di controllo politico. E sono altrettanto gravose di quelle fiscali.
Cullarsi in questo, e poi bearsi delle proprie cariche, magari proprio a Roma, organizzare in modo dinastico il proprio partito – se non erro Bossi voleva affidare al figlio la Lega – insomma, vivere agiatamente in quel sistema che tanto a parole si detesta, ma che poi viene continuamente ossequiato: ecco quello che appare ai nostri occhi. Salvo inneggiare a rivoluzioni e tumulti, pateticamente, ma a scadenze regolari, tanto per ricordare ad arte ai distratti qual era originariamente la spinta della Lega. Originariamente, ora non più.
La formazione di Stati è costata storicamente così tanto sangue che tutti speriamo che neanche una goccia sia versata per raggiungere l’indipendenza della Venetia. Chi comanderà le armate rivoluzionarie, Bossi? Con rispetto parlando, Venier a Lepanto era assai più in forma. Il PNV non si esalta nell’immaginare scenari di castrazione chimica, di maiali sulle terre consacrate dell’Islam, di SS che scorrazzino in Veneto (lo hanno già fatto, quelle vere), di rivoluzioni con le armate bossiane, di ampolline d’acqua del Po, di dieci immigrati impiccati per ogni immigrato che tocchi il sedere ad una donna veneta. Queste cose sono nei fumetti splatter. Non nella realtà. Neanche nella realtà dei nostri sogni, che contempla una Venetia libera, sovrana, ricca, pacifica, capace di risolvere il problema dell’immigrazione senza evocare le SS, lasciandolo poi sostanzialmente irrisolto; una Venetia pacificamente dialogante con il resto d’Italia, e con il resto del mondo.   

Paolo Bernardini

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Garibaldi e il suo mito

domenica, 16 dicembre 2007
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Peggio di Garibaldi, forse, esiste soltanto il suo mito. Che persevera perfino in apologia inaspettate, e che, come tutti i miti, pone decisi paletti alla storia: non plus ultra, non toccate l’eroe, di due o forse tre mondi. Storici professionisti e improvvisati, saccenti e sapienti, avventizi e affini (rimando a Totò per la definizione di “affini”) si cimentano in appassionate difese, nell’occasione del bicentenario, di questo eroe così “italiano” da morire volgendo enigmaticamente il volto verso la Corsica, chissà per dir cosa. Era nato nel 1807 in una Nizza a quel tempo e ancora per poco francese. Ed aveva vissuta una vita bella da avventuriero, in Brasile – dove non lo ricordano affatto come un eroe, ma come un comandante spietato – e perfino negli USA. Era un soldato di ventura al soldo di questo e quel governo, ora legittimo ora ribelle. Se fosse morto sul campo di battaglia – ma fu solamente “ferito” e l’oscena canzonetta che ricorda tale grande impresa (passiva) quante volte ce l’hanno fatta cantare – figuriamoci dove sarebbe arrivato il suo mito: già ora è il nome più ricorrente in strade e piazze della penisola tutta. Così le “vie Garibaldi” usurpano, in Veneto, il posto che legittimamente spetterebbe a vie in ricordo di Francesco Foscari, di Sebastiano Venier, e altri grandi. Astuta – ma così ingenuamente identificabile – strategia dello stato centrale per gettare infamia, tacendone, sui grandi che Venezia hanno fatto grande, per esaltare invece chi Venezia fece terra di conquista, non risparmiando tutte le stragi che i conquistatori di solito compiono. Singolare: a Padova via Garibaldi si stempera in una piccola piazza Garibaldi con al centro la statua della Madonna. Poco piacere farà alla mummia di Garibaldi – venne mummificato, come Mazzini, quando avrebbe voluto essere cremato: i potenti savoiardi, biscottoni mica da poco, se ne prenderanno gioco perfino da morto – sapere della compagnia improvvisata: era ateo e bestemmiatore convinto, chiamava il Papa un “metro cubo di letame” e il suo asino Pionono. Avranno mummificato anche lui? La Madonna ha un cuore grande e perdona, Lei ascesa al cielo, in una posizione ben più felice di quella della torva mummia all’isola di Caprera, che se almeno fosse piazzata un po’ più a Sud si divertirebbe a vedere Silvio Berlusconi sul Riva Aquarama, scorrazzare nelle acque smeraldine della Costa Smeralda, magari in compagnia di qualche bella starlet. Ma senz’altro la vista che ha la Madonna è assai più panoramica. La storia di Garibaldi è soprattutto un capitolo della storia della Massoneria, che allora come in gran parte ora, muove e manda agli alti livelli del “bel” Paese. In fondo essere diventato mummia non gli sarà dispiaciuto, vista tutta la paccottiglia egittologica del Grande Oriente: Garibaldi nel 1862 divenne Gran Maestro ed in seguito ottenne la carica di Gran Hyerofante del Rito di Memphis e Misraim: qualcosa da far impallidire il “Conte Duca Gran Lup Mann” di Fantozzi. Il massone Crispi era il suo presentatore. Non stupisce che proprio Crispi lo fece mummificare. Si abbia il coraggio finalmente di prendere cotali “mummie della Repubblica” e venderle a Hollywood per il prossimo Indiana Jones.

Paolo Bernardini
pb@bu.edu

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