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LA BATTAGLIA DI LISSA – 20 LUGLIO 1866

domenica, 20 luglio 2008
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In memoria dei valorosi marinai ed ufficiali della Marina Austro-Veneta

Lissa è una piccola isola situata di fronte alla costa Dalmata, conosciuta fin dall’ antichità come Issa, e’ stata base navale della Repubblica Veneta per piu’ di 7 secoli: dal XI sec. fino alla sua caduta, il 12 maggio 1797, ad opera del nefando Napoleone. Fu ceduta, dopo il trattato di Campoformido, all’ Austria nell’ agosto dello stesso anno, assieme agli altri possedimenti d’oltre mare della Serenissima.

Gli avvenimenti cominciarono quando l’8 Aprile 1866 venne firmato a Berlino il “Trattato della triplice alleanza” tra il Regno d’ Italia, la Prussia e la Francia, in base al quale “entro tre mesi” si doveva dichiarare guerra all’ Austria-Ungheria. Il 16 giugno (seppure con otto giorni di ritardo…), con il proclama di Vittorio Emanuele II, veniva dichiarata la guerra, e il giorno 24 giugno successivo a Custoza l’ esercito Italiano veniva sonoramente sconfitto da quello Austriaco in una memorabile battaglia.

Nell’ esercito Austriaco vi erano numerosissimi soldati Veneti e comandati da ufficiali dell’ ex Patriziato Veneto quali – fra gli altri – nomi come: Barozzi, Orseolo, Moro, Da Mosto, Cicogna, ecc. L’ esercito Italiano operava una “ritirata strategica” fino oltre il Po, per difendere l’ allora capitale: Firenze.

Il 3 Luglio dopo la disfatta degli Austriaci a Sadowa da parte dei Prussiani, Francesco Giuseppe chiese l’ armistizio e, pur di concluderlo, offrì di cedere il Veneto alla Francia, la quale lo avrebbe dovuto “girare” al Regno d’Italia… ma gli Italiani erano contrari a questa proposta perché umiliava le loro forze armate e, vista la penosa condizione dell’ esercito dopo la dura batosta di Custoza, puntarono sulla marina per poter riportare almeno una vittoria sul nemico che consentisse loro di finire onorevolmente la guerra.

Cosi’ il primo Ministro, Bettino Ricasoli, fidando nei nuovi incrociatori corrazzati dotati delle piu’ moderne artiglierie, telegrafò all’ ammiraglio Persano dicendo: “E’ indispensabile che fra una settimana la flotta austriaca sia distrutta”.

Ma non tennero conto di una cosa molto importante: la flotta austriaca era composta, nella quasi totalità, da esperti equipaggi provenienti dalle terre della Serenissima: dal Veneto, dal Friuli, dall’ Istria, dalla Dalmazia, oltre che da Trieste e da Oltremare, e TUTTI gli ufficiali, anche austriaci, avevano studiato presso la I.R. Scuola del Collegio Navale di Venezia: a cominciare dall’ Ammiraglio comandante Wilhelm von Tegetthoff, il quale, benchè fosse in tutto e per tutto un Deutschoesterreicher, era registrato a chiare lettere nell’ apposito registro come Guglielmo Tegetthoff (questo lo si può ancora vedere presso l’ archivio dell’ attuale Collegio Navale “Francesco Morosini” di Venezia). Inoltre tutti gli ufficiali erano a perfetta conoscenza della lingua Veneta, al punto che gli ordini venivano in lingua Veneta!

Dunque, giunge il fatidico 20 luglio, e quanto segue lo leggiamo dalle “Memorie” del Regio Commissario Italo – Piemontese, conte Genova Thaon di Revel, incaricato dell’ annessione forzata del Veneto all’ Italia:

“Uscita la flotta dal porto di Ancona, varie squadre furono mandate a sparare inconsideratamente contro le batterie di terra altolocate di Lissa ed altri diversi punti della costa Dalmata, senza ottenere alcun risultato. E quando la flotta nemica giunse improvvisamente, le nostre navi divise, in bordeggiare incerto, ebbero pena a riunirsi.

All’ appressarsi del nemico, egli (l’Amm. Persano) lasciò inopinatamente la nave ammiraglia, dalla cui alta alberatura attendevasi segnali, per andare a rinchiudersi nella torre dell’ Affondatore.Il Re d’ Italia colò a picco oppresso dale navi nemiche, mentre la Palestro salò in aria. Tegetthoff, le cui navi erano seriamente scosse, si rivolse verso Pola ed allora solamente si vide un segnale di Persano: “libertà di manovra”.

Sull’ ordine del giorno osò scrivere essere rimasto “padrone delle acque”. Al rovescio dei generali battuti a Custoza, egli si proclamò vincitore, essendosi tenuto fuori del pericolo. Salvò la vita, ma non il suo onore militare”.

In un paio d’ore l’ abilità di Tegetthoff e il valore dei marinai Veneti consentirono alla marina Austro-Veneta (come la chiamano ancora gli storici austriaci) di riportare una vittoria meritata. Le perdite sono state complessivamente di 620 morti e 40 feriti fra gli equipaggi Italiani, e di 38 morti e 138 feriti fra quelli austro-veneti. La corazzata “Re d’ Italia”, speronata da quella austriaca, fu affondata in pochi minuti con la tragica perdita di 400 uomini, la corvetta “Palestro” fu colpita da un proiettile incendiario ed esplose trascinandosi dietro oltre 200 uomini. La superiorità numerica Italiana su quella Austro-Veneta era di circa il 60 per cento di marinai e di circa il 30 per cento di ufficiali.

Da qui scaturi’ il vecchio detto attribuito al Tegetthoff : Navi di legno con equipaggi di ferro ebbero la meglio su navi di ferro con equipaggi di legno.

Alla fine, nonostante le vittorie di Custoza e di Lissa, il Veneto venne annesso con frode al Regno d’Italia e Napoleone III, imperatore dei Francesi, non resterà altro da dire in riferimento ai Savoia: “Ancora un sconfitta, e mi chiederanno Parigi”!!!

Guido Piovene, il grande scrittore ed intellettuale veneto del ‘900, disse che “la battaglia di Lissa fu l’ ultima grande vittoria della Marina Veneta”.

Io aggiungerei :“l’ultima di QUEL CICLO STORICO”!


Fabio Calzavara


(Tratto da diversi testi e pubblicazioni)

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Tutte le strade portano via da Roma?

mercoledì, 30 gennaio 2008
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Quando l’Italia venne disastrosamente costruita come stato unitario vi erano tantissimi gruppi e tante tendenze, tanti modelli – chi la voleva sotto il Papa, chi la voleva repubblica democratica – e poi alla fine ne venne fuori uno, auspicato da molti ma non da tutti, sotto l’abile regia di un abilissimo politico, Cavour, che non vide l’annessione di quel che rimaneva del Lombardo-Veneto nel 1866 perché era già morto da oltre cinque anni. Ora, vi sono oggi tanti movimenti che ambiscono alla disgregazione dell’Italia, alcuni antichi, alcuni più recenti. Quindi, è lecito, ed anche affascinante, porre gli argomenti degli uni a confronto con quelli degli altri. Essendo così disuniti, però, ognuno fieramente legato alla propria fetta (una fettina di pinza?) di consenso, questi movimenti rischiano di essere come i proverbiali polli di Renzo – un lombardo, sia detto per inciso – che si beccano tra loro furiosamente mentre un bel braccio nerboruto – nel nostro caso, il braccio dello Stato centrale – li porta tutti al macello. Il prossimo macello si chiamerà “elezioni amministrative”, il prossimo ancora “elezioni politiche”, e il terzo “elezioni europee”. E allora legittimamente occorre chiedersi, ma cosa vogliono questi movimenti? Un piccolo posto al sole? Qualche poltrona da cui urlare poi tutta la propria impotenza?
Il modello di macro-regione non sta in piedi. Cos’è una macro-regione? Nel mondo esistono i piccoli liberi stati indipendenti ed i grandi stati oppressivi verso le loro minoranze – l’esempio più vistoso è la Cina che altro non è che una macro Yugoslavia, che quando esploderà come quest’ultima rischierà di mandare in pezzi il mondo intiero – ma la macro-regione è frutto del micro-pensiero che non vuole, per timore di chissà cosa, distaccarsi dall’Italia radicalmente neppure nella propria visione, nelle proprie utopie. Auspicare una “macro-regione” è il miglior modo per deferire nel regno dell’impraticabile la necessità dei popoli veneto (e siciliano, e sardo, e campano, e piemontese e ligure e trentino)  di indipendenza, la loro legittima e storica aspirazione. Questo toglie ogni preoccupazione ai fidi custodi dello stato centrale: per opporsi a loro si concepisce una chimera, per cui esso continuerà ad esistere. I detentori del potere centrale saranno pure perfidi, ma non sono stupidi.
E così Lega Nord e PNE si ostinano nel vicolo cieco di chiedere maggiori autonomie allo Stato italiano, pietire un allentamento del guinzaglio, invece di porsi radicalmente nella prospettiva di creare una Venetia indipendente, a partire dai fondamenti geopolitici storici, e millenari. Si sentono così inferiori a Mazzini, Cavour, Garibaldi? Quale complesso di inferiorità/superiorità nutrono? Nutro assai poca simpatia per Garibaldi e Vittorio Emanuele II, per Mazzini e Cavour, ma a loro il loro progetto è riuscito. A noi, ancora no. Più ci gingilleremo con le chimere, meno speranze avremo di riottenere la libertà, e la mummia di Garibaldi, dal suo eremo di Caprera, riderà di noi.
Ora, occorre, nel delimitare i confini possibili di un nuovo Stato, essere estremamente accorti. E questo è un primo problema. Individuare un nucleo di affinità storiche, di continuità territoriali, che sia anche abbastanza convincente agli occhi del mondo, e soprattutto dei cittadini. La Scozia e la Catalogna lo hanno, la Venetia è in una situazione simile, ma senz’altro più delicata, soprattutto per la sua parte ora lombarda. Ma ostinarsi a credere nel federalismo, nelle macro-regioni, in nuove partizioni di penisola e isole ancora del tutto artificiali, è quantomeno ambiguo, e privo di senso storico: se l’Italia avesse voluto nascere federale avrebbe potuto farlo, ma ora non può più. Il destino del resto dell’Italia dopo la liberazione della Venetia alla fine interessa poco. Inevitabilmente la nuova situazione fiscale e sociale creerà un effetto domino, ma può darsi che questo accada solo sul lungo termine.
Se poi ci si culla solo in istinti di ribellione da adolescenti – l’odio verso il padre mentre lo si riconosce tale – si rischia di essere autodistruttivi, e lasciare che il padre continui a comportarsi da patrigno, magari promettendo la carota del fantomatico “Senato delle Regioni” o altre mostruosità di contentino ideale, mentre continua con il bastone delle sue tasse e delle sue imposte morali. E per imposte morali intendo i manuali di storia, le trasmissioni televisive, i continui inganni e la continua mistificazione di passato, e presente, per scopi di controllo politico. E sono altrettanto gravose di quelle fiscali.
Cullarsi in questo, e poi bearsi delle proprie cariche, magari proprio a Roma, organizzare in modo dinastico il proprio partito – se non erro Bossi voleva affidare al figlio la Lega – insomma, vivere agiatamente in quel sistema che tanto a parole si detesta, ma che poi viene continuamente ossequiato: ecco quello che appare ai nostri occhi. Salvo inneggiare a rivoluzioni e tumulti, pateticamente, ma a scadenze regolari, tanto per ricordare ad arte ai distratti qual era originariamente la spinta della Lega. Originariamente, ora non più.
La formazione di Stati è costata storicamente così tanto sangue che tutti speriamo che neanche una goccia sia versata per raggiungere l’indipendenza della Venetia. Chi comanderà le armate rivoluzionarie, Bossi? Con rispetto parlando, Venier a Lepanto era assai più in forma. Il PNV non si esalta nell’immaginare scenari di castrazione chimica, di maiali sulle terre consacrate dell’Islam, di SS che scorrazzino in Veneto (lo hanno già fatto, quelle vere), di rivoluzioni con le armate bossiane, di ampolline d’acqua del Po, di dieci immigrati impiccati per ogni immigrato che tocchi il sedere ad una donna veneta. Queste cose sono nei fumetti splatter. Non nella realtà. Neanche nella realtà dei nostri sogni, che contempla una Venetia libera, sovrana, ricca, pacifica, capace di risolvere il problema dell’immigrazione senza evocare le SS, lasciandolo poi sostanzialmente irrisolto; una Venetia pacificamente dialogante con il resto d’Italia, e con il resto del mondo.   

Paolo Bernardini

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