Articoli marcati con tag ‘yugoslavia’

Deja Vu Adriatico

lunedì, 2 novembre 2009
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winds of change

  • El 30 Dicenbre 1988 el primo ministro jugoslavo Branko Mikulic el se dimete par via de gravi difarense economiche rento on paexe che varia dala Slovenia a la Macedonia.
  • L’ondexe de Zenaro 1989 l’Unione Democratica Slovena, el primo partito indipendentista de tuta la Jugoslavia xe stà fondà.
  • El venti de Magio 1989 a Zagabria el partito indipendentista Alleanza Social-Liberale Croata xe stà fondà.
  • El 9 de Marzo 1990 el parlamento de Lubiana el dichiara l’indipendenza “economica” dela Slovenia. Co le elesion politiche a Zagabria e Lubiana i partiti indipendentisti i stravince.

(continua…)

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Adriatic Deja Vu

lunedì, 2 novembre 2009
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winds of change

  • On December 30th, 1988 Yugoslavia’s Prime Minister Branko Mikulic resigns due to the severe economic discrepancies in a country spanning from Slovenia to Macedonia.
  • On January 11th 1989 Slovenian Democratic Union, the first independence movement in all Yugoslavia, was founded.
  • On May 20th, 1989 in Zagreb the independence movement Social-Liberal Croatian Alliance was founded.
  • On March 9th, 1990 the Lubjana’s parliament declares Slovenia’s “economic” independence. In the political elections in Zagreb and Lubjana the independence movements win triumphantly. (continua…)

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Prove generali per far saltare l’euro

sabato, 8 marzo 2008
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http://www.pnveneto.org/forum/phpBB3/viewtopic.php?f=10&t=109

E’ per tutta la serata che mi ronzano per la testa le cifre elencate da radio24 circa la situazione di concreta recessione americana, collegata ad una situazione di indebitamento imponente, con mutui che ormai non vengono più pagati e case svendute pur di liberarsi di un peso, con il petrolio che sale *rispetto il dollaro* ma che sostanzialmente resta stabile rispetto l’euro e naturalmente l’euro che sale a nuovi record, ed infine una notizia curiosa, l’incremento dello spread (il distacco) percentuale tra i buoni di stato europei.

Bene, mi vorrei concentrare su questi ultimi, perchè quello che ronza nella testa non è tanto il differenziale tra i BOT italiani e i Bund tedeschi, che potrebbe apparire scontato (soprattutto se si scommette che l’Italia non onorerà i debiti), ma incuriosisce che la stessa sorte stia toccando mano a mano i buoni greci (ok, neanche loro sguazzano nell’oro) quelli portoghesi, quelli spagnoli (ma il debito spagnolo non è poi così drammatico) e quelli francesi.
Anzi il dato tecnico è che quelli francesi sono oggi ad un differenziale pari a quello che aveva l’Italia tre mesi fa.
Allora è meglio tornare a guardare oltreoceano, perchè laggiù sta succedendo qualche cosa di molto grave: il dollaro di fatto è andato a farsi benedire.
Eh si perchè a ben guardare la grande notizia, che quasi sfugge da sotto il naso, è che di fatto il petrolio non si paga più in dollari !!!

Esiste una teoria economica (e di buon senso) che dice grossomodo che puoi fare tutti i giochetti che vuoi, ma non puoi mantenere un valore fittizio ad una cosa che tale valore non ha, e qualsiasi tuo sforzo per provarci risulterà vano. In fondo non fa che confermare che l’economia è matematica.
E questo è il risultato tangibile dell’applicazione di questa teoria. Il petrolio, quale bene reale, non può, alla lunga, reggere il moccolo di una moneta che non ha sostegno, potrai forzare la cosa, limitarla ma prima o poi salterà.
Se il petrolio fosse quotato in euro il petrolio schizzerebbe a 150 dollari il barile nel giro di due settimane e l’euro andrebbe proporzionalmente a 2$.

Ma a questo punto salta molto altro. Dunque appare strano lo spread così ampio. Dopotutto se è vero che l’economia francese non sta brillando è anche vero che ha risorse notevoli per tenersi alla larga da rischi economici, dunque non si spiega il differenziale così grande rispetto i buoni tedeschi. Una delle cause è senz’altro il bisogno di liquidità, con la fuga degli investitori americani che hanno bisogno di ritirare dalla cassa (banche in prima linea). Però a questo punto appare interessante la possibilità di speculazione e per chi dipone di grandi risorse anche il condizionamento del mercato in un trend autoalimentante che produce tensioni. Una speculazione che potrebbe fare molto comodo ai vertici americani, perchè in fondo se non ci fosse stato l’euro (il marco almeno non poteva essere universalmente accettato!).
E qui viene un bel nodo. Perchè l’euro è governato da una banca centrale, ha un suo governo indipendente persino dai governi, in fondo è una vera moneta privata, nulla può farla crollare perchè ad indebitarsi sono gli stati, mai le banche. Sono gli stati che hanno cittadini da far lavorare e da far vivere, sono gli stati che hanno bisogno di scuole e strade, sono gli stati ed i loro cittadini ad aver *bisogno* del debito.
Tuttavia le monete private starebbero in piedi se rappresentassero un valore reale, ma come ben sappiamo l’euro è carta igienica hi-tech, e la sua forza è rappresentata dalla garanzia del luogo in cui l’emittente la rilascia, dalla economia che alimenta. E come tutti ben sappiamo, l’economia funziona in base alle scelte, la politica. Ed eccoci al nodo. L’Europa non ha una vera unione politica, come potrebbe dunque garantire la stabilità del petrolio in caso di conflitti? I paesi europei si dividerebbero ancora come per l’Iraq o come per la ex Yugoslavia ?

Dunque qualcuno, da bravo giocatore di poker, potrebbe scommettere sul punto debole conosciuto e sconosciuto allo stesso tempo che l’euro in realtà è una moneta instabile e domani potrebbe non rappresentare più quello che rappresenta oggi, alcuni stati potrebbero non essere più in grado di garantirne i fondamenti e in sostanza verrebbe tolta quell’aura che oggi avvolge senza dubbio la moneta europea.
Ed i veneti dovrebbero imparare certe lezioni: non tutte le guerre si combattono con il metallo rovente.

Certo è che se queste prove generali in realtà sono fin troppo speculazione di pensiero piuttosto che di moneta, non possiamo comunque starcene tranquilli, poichè se salta, saltiamo anche noi che con l’america scambiamo una parte importante della nostra economia.

Che il leone ci difenda con i suoi artigli.

Claudio Ghiotto

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Tutte le strade portano via da Roma?

mercoledì, 30 gennaio 2008
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Quando l’Italia venne disastrosamente costruita come stato unitario vi erano tantissimi gruppi e tante tendenze, tanti modelli – chi la voleva sotto il Papa, chi la voleva repubblica democratica – e poi alla fine ne venne fuori uno, auspicato da molti ma non da tutti, sotto l’abile regia di un abilissimo politico, Cavour, che non vide l’annessione di quel che rimaneva del Lombardo-Veneto nel 1866 perché era già morto da oltre cinque anni. Ora, vi sono oggi tanti movimenti che ambiscono alla disgregazione dell’Italia, alcuni antichi, alcuni più recenti. Quindi, è lecito, ed anche affascinante, porre gli argomenti degli uni a confronto con quelli degli altri. Essendo così disuniti, però, ognuno fieramente legato alla propria fetta (una fettina di pinza?) di consenso, questi movimenti rischiano di essere come i proverbiali polli di Renzo – un lombardo, sia detto per inciso – che si beccano tra loro furiosamente mentre un bel braccio nerboruto – nel nostro caso, il braccio dello Stato centrale – li porta tutti al macello. Il prossimo macello si chiamerà “elezioni amministrative”, il prossimo ancora “elezioni politiche”, e il terzo “elezioni europee”. E allora legittimamente occorre chiedersi, ma cosa vogliono questi movimenti? Un piccolo posto al sole? Qualche poltrona da cui urlare poi tutta la propria impotenza?
Il modello di macro-regione non sta in piedi. Cos’è una macro-regione? Nel mondo esistono i piccoli liberi stati indipendenti ed i grandi stati oppressivi verso le loro minoranze – l’esempio più vistoso è la Cina che altro non è che una macro Yugoslavia, che quando esploderà come quest’ultima rischierà di mandare in pezzi il mondo intiero – ma la macro-regione è frutto del micro-pensiero che non vuole, per timore di chissà cosa, distaccarsi dall’Italia radicalmente neppure nella propria visione, nelle proprie utopie. Auspicare una “macro-regione” è il miglior modo per deferire nel regno dell’impraticabile la necessità dei popoli veneto (e siciliano, e sardo, e campano, e piemontese e ligure e trentino)  di indipendenza, la loro legittima e storica aspirazione. Questo toglie ogni preoccupazione ai fidi custodi dello stato centrale: per opporsi a loro si concepisce una chimera, per cui esso continuerà ad esistere. I detentori del potere centrale saranno pure perfidi, ma non sono stupidi.
E così Lega Nord e PNE si ostinano nel vicolo cieco di chiedere maggiori autonomie allo Stato italiano, pietire un allentamento del guinzaglio, invece di porsi radicalmente nella prospettiva di creare una Venetia indipendente, a partire dai fondamenti geopolitici storici, e millenari. Si sentono così inferiori a Mazzini, Cavour, Garibaldi? Quale complesso di inferiorità/superiorità nutrono? Nutro assai poca simpatia per Garibaldi e Vittorio Emanuele II, per Mazzini e Cavour, ma a loro il loro progetto è riuscito. A noi, ancora no. Più ci gingilleremo con le chimere, meno speranze avremo di riottenere la libertà, e la mummia di Garibaldi, dal suo eremo di Caprera, riderà di noi.
Ora, occorre, nel delimitare i confini possibili di un nuovo Stato, essere estremamente accorti. E questo è un primo problema. Individuare un nucleo di affinità storiche, di continuità territoriali, che sia anche abbastanza convincente agli occhi del mondo, e soprattutto dei cittadini. La Scozia e la Catalogna lo hanno, la Venetia è in una situazione simile, ma senz’altro più delicata, soprattutto per la sua parte ora lombarda. Ma ostinarsi a credere nel federalismo, nelle macro-regioni, in nuove partizioni di penisola e isole ancora del tutto artificiali, è quantomeno ambiguo, e privo di senso storico: se l’Italia avesse voluto nascere federale avrebbe potuto farlo, ma ora non può più. Il destino del resto dell’Italia dopo la liberazione della Venetia alla fine interessa poco. Inevitabilmente la nuova situazione fiscale e sociale creerà un effetto domino, ma può darsi che questo accada solo sul lungo termine.
Se poi ci si culla solo in istinti di ribellione da adolescenti – l’odio verso il padre mentre lo si riconosce tale – si rischia di essere autodistruttivi, e lasciare che il padre continui a comportarsi da patrigno, magari promettendo la carota del fantomatico “Senato delle Regioni” o altre mostruosità di contentino ideale, mentre continua con il bastone delle sue tasse e delle sue imposte morali. E per imposte morali intendo i manuali di storia, le trasmissioni televisive, i continui inganni e la continua mistificazione di passato, e presente, per scopi di controllo politico. E sono altrettanto gravose di quelle fiscali.
Cullarsi in questo, e poi bearsi delle proprie cariche, magari proprio a Roma, organizzare in modo dinastico il proprio partito – se non erro Bossi voleva affidare al figlio la Lega – insomma, vivere agiatamente in quel sistema che tanto a parole si detesta, ma che poi viene continuamente ossequiato: ecco quello che appare ai nostri occhi. Salvo inneggiare a rivoluzioni e tumulti, pateticamente, ma a scadenze regolari, tanto per ricordare ad arte ai distratti qual era originariamente la spinta della Lega. Originariamente, ora non più.
La formazione di Stati è costata storicamente così tanto sangue che tutti speriamo che neanche una goccia sia versata per raggiungere l’indipendenza della Venetia. Chi comanderà le armate rivoluzionarie, Bossi? Con rispetto parlando, Venier a Lepanto era assai più in forma. Il PNV non si esalta nell’immaginare scenari di castrazione chimica, di maiali sulle terre consacrate dell’Islam, di SS che scorrazzino in Veneto (lo hanno già fatto, quelle vere), di rivoluzioni con le armate bossiane, di ampolline d’acqua del Po, di dieci immigrati impiccati per ogni immigrato che tocchi il sedere ad una donna veneta. Queste cose sono nei fumetti splatter. Non nella realtà. Neanche nella realtà dei nostri sogni, che contempla una Venetia libera, sovrana, ricca, pacifica, capace di risolvere il problema dell’immigrazione senza evocare le SS, lasciandolo poi sostanzialmente irrisolto; una Venetia pacificamente dialogante con il resto d’Italia, e con il resto del mondo.   

Paolo Bernardini

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