Il Veneto se ne va e l’Italia lo sa

Di solito, le strade pattugliate dai militari le guardiamo in televisione, o nei libri di storia. In entrambi i casi, si tratta dell’azione di dittature, le molte che ancora piagano il mondo, le numerosissime ormai relegate in quel che – per fortuna – è passato remoto o prossimo. L’invio di truppe – cento soldati, un terzo degli Spartani di Leonida, il numero degli avversari di uno dei primi albi di Tex Willer – da parte dello Stato italiano nelle strade di Padova, a partire da Agosto (“Agosto, dignità mia non ti conosco”, per parafrasare il celebre titolo di un romanzo fortunato e datato) è un chiaro segno per il Veneto. Non si tratta certo di garantire maggiore “sicurezza”, l’ordine pubblico è uno dei vessilli più agitati ma meno risolti dei grandi stati europei in declino rapidissimo, si tratta invece, chiaramente, di mostrare la mano di ferro, in guanto di ferro ( i denari per i velluti certo non ci sono più, nelle italiche casse ) ai poveri veneti. Qual è la loro colpa? Sono munti e rimunti tanto da essere un poco smunti, ormai, insieme a Lombardi, Emiliani, e pochi altri, mantengono una colossale macchina inutile, che senza di loro andrebbe a pezzi. Come premio, si vedono inviati i soldati come se Padova fosse la nuova Nassirya, la nuova frontiera del Male. Il disprezzo che l’Italia come stato ha per il Veneto e la Venetia è immane, non lo ha attenuato certo il contentino di render ministro qualche veneto, anzi. Il potere centrale magari poi manda Benigni a nitrire in veneto, per mostrare che “ci vogliono bene”, e qualcuno perfino plaude e applaude. La verità è un’altra. E’ ormai ben chiaro allo Stato centrale italico che vi sono in Veneto, e non solo in Veneto, forti, anche se disorganiche e disunite, tendenze centrifughe, che sono fatte proprie da tutte le forze politiche, questa volta. Come a dire: rendiamoci per intanto autonomi, o addirittura, che bello, indipendenti, e poi, all’interno della Venetia libera e sovrana, ritorneremo a confrontarci sul serio, su idee e programmi, liberisti contro statalisti, comunisti (se ce ne sono ancora) contro centro-destristi. Insomma, è questo quello che teme il governo neonato e già in sfacelo, alle prese con promesse che i numeri, prima che la storia (recente) dicono non mantenibili, ad esempio il “federalismo fiscale”. Intanto l’Italia decade inesorabilmente, e il Veneto la segue a ruota. Presto perfino i greci avranno un reddito pro-capite superiore al nostro, e ci troveremo a competere con montenegrini e slovacchi, con estoni e lituani. Per fare capire che non possiamo scendere dalla barca Italia che si inabissa, purtroppo neanche la Nazionale di Calcio, questa nuova divinità laica, ci ha dato la gioia di arrivare a fine mese senza più soldi per mangiare ma Campioni d’Europa (di miseria?) lo Stato manda l’esercito. Faranno di Piazza delle Erbe la nuova Tien An Men? Ma quali saranno i loro nemici? Spareranno agli spacciatori ma scusandosi per aver sbagliato mira colpiranno i capi dei movimenti indipendentistici, autonomistici, localistici, etc.? Di chi hanno veramente paura? Forse è giunto il momento di guardare in faccia la realtà: la povertà si trasforma pian piano in miseria, anche di idee. Ma l’unica strada praticabile, l’indipendenza del Veneto, viene messa altrettanto lentamente, ma inesorabilmente, a fuoco, da tutte o quasi le “tradizionali” forze politiche. Di questo, i poteri centrali hanno enorme paura. E mandano le forze armate. Perché la ragione di stato, alla fine, sono sempre le ragioni delle armi. Purtroppo.

Paolo Bernardini
pb@bu.edu

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