Pordenone: una fredda mattina d’inverno, riscaldati dalla Libertà. Per Giorgio Fidenato.

di Paolo Bernardini

Non ero mai stato in vita mia a Pordenone, questa piccola e operosa città della Venetia che per me rappresenta soprattutto un luogo di libri. Oltre venti anni fa una piccola casa editrice locale, Studio Tesi, aveva mostrato un certo interesse per un mio lavoro, che poi però venne pubblicato a Milano. Non so se esista ancora. Ma certamente esiste un altro editore, la Biblioteca dell’Immagine, che coraggiosamente ha pubblicato tutti i “Moralia” di Plutarco, con testo a fronte in greco, a cura di Giuliano Pisani. Vedo in bella mostra in una libreria del centro i suoi volumi.

Sono a Pordenone, partito all’alba dai colli Euganei, per sostenere la nobile battaglia di Giorgio Fidenato. Un imprenditore che da tempo rifiuta di farsi gabelliere dello Stato ITA, e farsi gabbare da esso, e paga gli stipendi tutti intieri ai suoi dipendenti, non sottraendo loro quanto dovuto a ITA, ovvero rifiuta l’odioso istituto del “sostituto di imposta”, che sembra a milioni di contribuenti e di datori di lavoro cosa naturale, ma che naturale certamente non è.

In questa fredda giornata ci raduniamo davanti al Tribunale, si aspetta per oggi la sentenza (ma invece alla fine Giorgio ci dirà che è rimandata al primo aprile, come tutti i pesci che si rispettino). C’è l’insostituibile Leo Facco, alfiere del libertarismo, ci sono rappresentanti, compatti e numerosi, del Fronte Furlan; ci sono inviati dei Veneti con tanto di bandiera di San Marco, e non mancano i Radicali, che si fecero promotori, anni fa, di un referendum, boicottato dal governo di ITA, per abolire finalmente il sostituto d’imposta. Ci sono giovani e simpatici libertari romani, e di ogni dove.

Passano curiosi, sorveglia bonaria la polizia, soggetti anche loro, come colui che scrive, al sostituto d’imposta, con il paradosso che essendo tutti impiegati dello Stato ITA, i ladroni ci prendono con una mano quello che ci danno con l’altra. Ma questo è un paradosso già bello e spiegato dai libertari, nei suoi aspetti ridicoli. Distribuiamo “I fogli di Enclave” ai passanti, rivista libertaria quante altre mai, in copertina troneggia un bell’attacco allo Stato, produttore di morte e povertà, e le persone leggono interessate: stanno entrando in una delle istituzioni supreme dello Stato, un Tribunale, in una piazza che porta il venerando nome dei Giustiniani. Un paradosso divertente, ci sentiamo un poco goliardi tutti.

D’altra parte, basta rivolgere lo sguardo proprio alla piazza, per renderci conto che lo Stato se non morte, quantomeno una bella rovina la porta senz’altro. Sullo sfondo un bell’edificio, “bagni pubblici”, forse degli anni quaranta, forse precedente, molto elegante, bianco, e naturalmente in rovina. Ma nel centro della piazza, ecco il piatto forte. Direttamente da qualche disegnatore rifiutato dalla Marvel, un monumento “ai caduti”, immagino, di oggi e di ieri, una specie di derviscio danzante in bronzo, con tanto di mantello che forma una voluta, un cerchio, perpendicolare al suo passo. Sul mantello incisi i nomi dei morti illustri, in una specie di ventaglio macabro. Leggo quello di Falcone e mi domando se gli faccia piacere star lì.

Tutto a spese dei contribuenti: la rovina del bello e il trionfo del brutto. Ci passo attorno con circospezione: spero che il figuro non si animi, e, forse leggendo nel mio pensiero, non proprio a lui amico, mi fulmini con una mirabolante pistola laser.

Questa è ITA. L’edificio del Tribunale è decoroso, quantomeno, e intorno pullulano i segni della globalizzazione: un caffè di lusso che si chiama Amman, un venditore di tappeti persiani, la futura sede della Allianz, e anche un ristorantino francesizzante, e di buon augurio, “Barrique”. Insomma, anche qui siamo nella botte (di ferro) della globalizzazione. Ma il residuo del passato, lo Stato ITA, irradia i suoi nefasti raggi.

Giorgio lotta contro il sostituto d’imposta. E’ bene chiarire che istituti come questo nella Venetia libera non ci saranno, apparterranno alle note a piè pagina dei libri sui centocinquant’anni di occupazione sabauda. Non ci saranno, per una serie di motivi, molto chiari. Prima di tutto, essi mostrano in quanta poca stima lo Stato tenga i cittadini, soprattutto i meno abbienti, coloro che ricevono uno stipendio fisso. Vanno depredati subito, questi piccoli pesciolini, questi cefali e sardine, ché non salti loro in mente non solo di evadere (lo Stato presume tutti evasori, come ogni ladro presume che le vittime vogliano tenersi stretta la borsa, perfino a rischio della vita), ma neppure di poter posticipare la vessazione, il tributo debito.

Non sia mai. Inoltre, un istituto predatorio del genere, preda, appunto, e il datore di lavoro (costretto a svolgere un’attività non retribuita per lo Stato, quando non a dover pagare un consulente del lavoro perché la svolga costui); e il lavoratore, che di fatto si trova in uno stato di svantaggio rispetto agli autonomi. Ovvero, a questi ultimi lo Stato presta senza interesse, concedendo loro di pagare le tasse ben avanti nell’anno in corso, e per l’anno precedente. Ora, nel mondo ideale per i tenutari di ITA, in cui tutti pagano le tasse, abbiamo una condizione di netto svantaggio per i soggetti a sostituto d’imposta.

Orbene, a voler fare i costituzionalisti, queste due situazioni implicano una tipica e duplice violazione del dettato (come si dice) della Carta suprema: ovvero, i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge, e a taluni cittadini viene richiesta un’attività lavorativa obbligatoria e non retribuita. Attenzione, si parla di violazioni che riguardano i principi, i capisaldi insomma, la base di tutto il castello costituzionale.

Insomma, nella Venetia libera niente sostituto d’imposta.

Il gesto grandioso di Fidenato merita tutto il nostro plauso. Leo e Giorgio distribuiscono un aureo libretto di Miglio buonanima e di Thoreau (il grande libertario americano che prese purtroppo un abbaglio per un assassino psicopatico come l’antischiavista John Brown; ma anche Miglio lo prese per la Lega, quindi sono pari), sulla disobbedienza civile. Civile, ovvero comunitaria e non violenta. Lo presenta con eleganza di pensiero Alessandro Vitale; cita Passerin d’Entrèves, maestro di Miglio: “in una società democratica ci dovrebbe essere il maggior posto possibile per il dissenso”.

Ma qui in ITA sono pochi a dissentire, ci si accontenta ormai di poco, va bene se ci pagano lo stipendio, se no speriamo almeno paghino la pensione ai nonni. Lo potremmo chiamare letargo (ma anche coma). E poi via a guardare il Milan in tv, due porno sul web, e magari giocare a “win for life”. Non tutti, però. Invito dunque a sostenere Fidenato, Facco, e la libertà. E a riflettere su obbedienza e civile dissenso, leggendo le splendide pagine di Miglio, un grande intellettuale su cui si è gettata volontariamente una cortina d’oblio, era diventato troppo “libertario” per gli ultrastatalisti della Lega, bassa lega, misero conio.

Il paradosso di ITA è che il sistema partitocratico riesce a svilire perfino la Costituzione. E a renderla efficace solo ove serva per mantenere un obsoleto, osceno, orribile sistema di dominio sugli individui. Non che io — come del resto un Maestro del pensiero politico come Miglio — abbia mai avuto in particolare simpatia questa carta dove non compare mai la parola “felicità”, ma nemmeno quella “individuo”, e dove si dice che non si può indire un referendum su materie fiscali (insomma ITA può portar via anche la pelle ai cittadini, e il referendum abrogativo, l’unico concesso, non può venir indetto). Ma perfino la Costituzione nega cittadinanza al sostituto d’imposta!

Ho sempre pensato che le Kostituzioni siano dei contratti di sfruttamento perpetuo della risorsa cittadino da parte dei suoi governanti, per cui non so neanche se sia il caso che la Venetia libera se ne dia una. Ma se c’è, che si cerchi di rispettarla. Neanche questo. Tanto chi legge più la Costituzione? Noi sì, e in un modo o nell’altro ci vengono i brividi.

Mi avvio, tra i brividi del gelo, alla Stazione. Sono felice, anche se il giudice ha rinviato. Credo che esistano tanti giudici, tanti professori come me, tanti membri delle varie “caste” di ITA, che per dirla in un modo che Miglio, finissimo oratore e scrittore, non approverebbe, ne hanno proprio le palle piene.

W Fidenato, W la libertà della Venetia, ma W, innanzi tutto, l’Individuo.

Paolo L. Bernardini
Presidente Emerito
PNV

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