Articoli marcati con tag ‘economia veneta’

Come darghe oportunità economeghe par el Veneto?

martedì, 2 febbraio 2010
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A xe rivà el vento gelido de la crua realtà, e no sto parlando de el clima, ca ansi el ne ga portà a la normalità, co fiumi e lagheti ingiasà da caminarghe insima come me capitava da bocia. Dati statistici no ghe ne go in man, ma da le informasion ca sento in volta la temperatura de la economia vicentina la xe drio petar ai minimi. Anca se talune imprexe le tien bota, altre le xe in serie dificoltà completamente sensa ordini.
Epure se vardemo in volta, se vede ca in altri paexi le robe le se move. In Svisara par exempio ghe xe on certo movimento, al punto ca le pagine de oferte de lavoro le xe piene de proposte. In Germania la situasion la xe a mace, co zone bone e manco bone, ma co prospetive de mejorar e dognimodo no ghe xe na situasion de bloco total.
Discutendo uncò co on amigo, se paciolava de la posibilità de proporse in altri paexi EU. Ma co coali vantaj economeghi? Contro el gavaria la distansa, la lengoa, la notorietà. Pro el podaria ver, oltre la so profesionalità e el servisio, …e el preso? No, pecà ca el preso invese el xe comparabile al costo de na imprexa equivalente todesca, se no el decide de dimezarse el stipendio e coelo dei so colaboradori.

(continua…)

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L’Italia ha reso povero il Veneto. Indipendenza per avere un futuro

venerdì, 12 giugno 2009
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pig_600x389Non sono più una novità ormai nuovi e diffusi fenomeni e paure di povertà in Veneto. Un fatto che tocca nel vivo molti di noi, non perché noi stessi siamo poveri, bensì perché questo fenomeno è oggi potenzialmente vicino a molti di noi e a tutta la classe media veneta.

Quanti nostri amici nascondono – e noi stessi magari lo facciamo – una difficoltà finanziaria, che per qualcuno è solo l’anticamera della povertà?
Quante persone conosciamo che hanno perso il lavoro, o che temono di perderlo a breve, nel nostro Veneto, il Veneto del miracolo economico e ora della crisi profonda e per molti senza speranze a causa di uno stato che è sempre più una tremenda palla al piede.

Così è riuscita a ridurci l’Italia, uno degli ultimi e più illiberali stati al mondo!
Uno stato di monopoli, uno stato di ingiustizie, uno stato di raccomandazioni e sprechi.
Uno stato comandato da inetti, vecchi barboni che sono lo zimbello del mondo.

Le nostre menti più brillanti lo sanno in cuor loro da diversi anni e lo dimostra l’esercito di neolaureati o di giovani professionisti che ogni anno abbandonano il Veneto alla ricerca di un futuro che qui è negato.

I veneti con memoria storica sanno bene che non è la prima volta che l’Italia ci fa questo scherzetto.
Dieci anni dopo quella maledetta annessione, nel 1876 è iniziata una vera e propria diaspora che è durante praticamente ininterrottamente fino al secondo dopoguerra. Un veneto su due partiva come partono oggi gli albanesi, in giro per il mondo, allora. Oggi stanno ripartendo, i nostri ragazzi, nuovamente traditi dall’Italia ladrona.
È in Veneto che assistiamo alla vera Caporetto economica di uno stato a elettroencefalogramma piatto. L’unica cosa che funziona bene di questa Italia sembra essere lo stomaco, visto tutto quello che riescono ancora a mangiarsi, anche in termini di reputazione.
In Veneto fino a poco tempo fa risuonava il ritornello che le cose da noi vanno bene. Che siamo i migliori. Purtroppo è solo amarcord.

venetia-italia

L’andamento dell’economia veneta negli ultimi 10 anni è in realtà parallelo a quello fallimentare italiano, superato da tutti i paesi europei e a breve anche dai Paesi dell’Europa ex comunista. Anzi, a ben guardare il trend negativo del Pil-pro-capite veneto è anche più accentuato di quello italiano.
In questo scenario ben si comprende il voto di pochi giorni fa: un voto di disperazione. Cosa verranno a dire ai veneti disperati i nostri politici quando emergerà che i sogni di gloria autonomisti e federalisti sono per l’appunto dei sogni di gloria irrealizzabili?

E noi veneti di cuore e cervello, cosa dobbiamo fare ora?
Semplice, unirci attorno attorno all’obiettivo dell’indipendenza.

L’indipendenza è legale, l’indipendenza è conveniente, l’indipendenza è più facile da ottenere grazie ad un percorso politico concreto e che è stato fatto da molti Paesi nel mondo negli ultimi anni. E che molti altri Paesi stanno percorrendo. Manchiamo solo noi veneti.

Dobbiamo farlo per non essere più derubati del frutto del nostro lavoro, per poter continuare ad avere un lavoro, per non essere privati della nostra dignità, per non subire le continue ingiustizie quotidiane che ogni giorno ognuno di noi prova sulla propria pelle.

Dobbiamo farlo per far entrare il Veneto nella nuova società dell’informazione: l’indipendenza ci serve per approntare nuove strategie di sviluppo e per garantirci primati tecnologici. L’indipendenza ci serve per dare slancio ad un nuovo rinascimento culturale e per tutelare il nostro ambiente.

L’indipendenza oggi ai Veneti serve per continuare a vivere un futuro di dignità e felicità.

L’indipendenza è la sola possibilità che ci resta.

Gianluca Busato

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Con l’indipendenza l’economia veneta può fiorire

venerdì, 11 luglio 2008
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Il prof. Lodovico PIZZATI, coordinatore della commissione economia del PNV , consulente della Banca Mondiale e docente di economia a Cà Foscari, spiega come l’indipendenza possa dare al Veneto un futuro di felicità economica che oggi ci è negato dalla palla al piede italiana. L’esposizione è di Alessia Bellon:

“Con l’indipendenza la nostra economia può fiorire”

1° parte:

2° parte:

La relazione è stata presentata nel corso del Veneto Day del 18 novembre 2007, organizzato dal movimento Veneti.

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Lodovico Pizzati: “L’independensa dela Venetia convien ala nostra economia, no podemo farghene de manco”

martedì, 1 luglio 2008
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Qua soto podè vedar el video “ECONOMIE INDIPENDENTI”, del’intervento del coordinator dela Comision Economia del Partito Nasional Veneto, Prof. Lodovico Pizzati (Docente de economia al’ Università Ca’ Foscari a Venesia e consulente dela Banca Mondial a Washington, DC, USA), in cui vien ben esposte le raxon del’independensa veneta, da un ponto de vista economico.

L’intervento xe sta registrà in ocaxion del belisimo convegno organixà dal Movimento I VENETI “SULLA STRADA PER L’INDIPENDENZA DELLA VENETIA L’ECONOMIA VENETA: Sofegà da l’Italia o libara in Europa? a Grisignano di Zocco il 6 aprile 2008, presso l’Hotel Venice.

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Il “paradosso di Egmont” e la cittadinanza inclusiva: due note sul futuro della Venetia

venerdì, 4 aprile 2008
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Tra le obiezioni che vengono rivolte contro l’indipendenza della Venetia, una riguarda l’idea di “cittadinanza” e appartenenza. Ovvero, detto semplicemente, molti si pongono questa domanda “Cosa accadrà a me in quanto non veneto, non veneziano, nella non della ‘Venetia’ quando il Veneto, ovvero la Venetia, saranno diventati indipendenti?”. Domanda legittima. Se la pongono di certo, drammaticamente, i serbi rimasti in Cossovo, se la porranno i romeni che rimarranno in Transilvania. “Sarò espulso?”, “Sarò discriminato nei miei diritti?”, “Verrò in qualche modo emarginato?”. Ora, occorre dire che nei luoghi del mondo che ho citato, la questione si pone in modo radicale: vi sono differenze religiose, culturali, e linguistiche radicali tra serbi e albanesi, aldilà delle differenze “etniche”. E anche tra ungheresi e romeni, aldilà del fatto che parlano due lingue radicalmente differenti. Dal momento in cui la genetica ha spazzato via la distinzione degli uomini a partire da geni originariamente differenti, è difficile parlare di “etnie”, e si rischia solo di venire fraintesi, solo alcuni leghisti si ostinano a parlare di “razza padana”, ma forse si riferiscono ai bovini, quelli di “razza frisona” peraltro sono allevati proprio in Lombardia, e danno ottima carne. Nel caso della Venetia, la questione dell’appartenenza è assai più flessibile; in qualche modo, cittadini della Venetia saranno, prima di tutto, coloro che nella Venetia si trovano hic et nunc a vivere, aldilà di ogni appartenenza differente. Poiché la gran parte (non tutti) di coloro che qui vivono sono anche gli stessi che contribuiscono alla prosperità del territorio, e che contribuiranno a questa, o ancora, finalmente, che vi hanno contribuito e che ora godono di una meritata pensione. In questo è racchiuso il concetto di “cittadinanza inclusiva”, e anche, se vogliamo, di “nazione”. Come prima del Settecento e dell’Ottocento violentemente nazionalistici, nel Medioevo felice delle città-stato,  si intendeva: “natio quia natus”. In qualche modo, si tratta di qualcosa di mediano tra un ideale comunitario “aperto” e una “nazione” intesa come “plebiscito di tutti i giorni” di cui parlava Ernest Renan. Dunque, non sarà richiesta nessuna “limpieza de sangre” ai cittadini della Venetia libera, né d’altra parte si potrebbe loro chiedere, ché il sangue su tutto il territorio dell’Italia geografica, la penisola serrata dalle Alpi e le isole maggiori e minori, è sempre stato assai misto, a partire da prima dell’Impero romano. E dunque la “razza” biologica appare sempre più come una finzione, e nessuno di noi si sogna di andarla a ricuperare, per fortuna. Tuttavia, se nel concetto di “popolo” includiamo elementi linguistici, culturali, e di legame col territorio, elementi in qualche modo acquisibili da chiunque lo desideri, e condivida i valori fondamentali del luogo – il vero “genius loci” – ebbene questi elementi identitari esistono ed è giusto riscoprirli, e porli al centro di una nuova costruzione nazionale, appunto, e non nazionalistica. Ed è giusto che tutti coloro che si riconosco nel territorio della Venetia e ora come ora ci vivono, così come coloro che vorranno venirci per vivere onestamente, siano accolti in questa cittadinanza, e, anche se appare una locuzione quasi paradossale, “nazione inclusiva”. Ed è anche giusto che coloro che maggiormente rappresentano questa “comunità”, e che incarnano allo stesso tempo il miglior legame con il passato, e la più produttiva appartenenza al presente (non senza una visione del futuro) ne siano i futuri reggitori. La Svizzera è un ottimo modello di stato multietnico, multi-nazionale, multilinguistico, ma con una comune idea, e sentimento di “appartenenza” che ha del mirabile, e dell’unico, come ha messo in luce nei suoi lavori lo storico inglese Jonathan Steinberg. Uno splendido dramma di Goethe, l’Egmont, poi musicato da Beethoven, mette bene in luce, nelle parole di un patriota dei Paesi Bassi che combatte contro l’oppressione dell’Impero absburgico – la guerra di indipendenza delle Provincie Unite, a fine Cinquecento, è un esempio bellissimo di ricupero di una identità, e della libertà politica, che è stato anche preludio per una ricchezza immane, che ha reso la c.d. Olanda il paese più ricco dell’Europa del Seicento, mentre il Belgio dovrà attendere il 1830 per liberarsi dell’Impero – il significato dell’autogoverno. Dice infatti Egmont al suo futuro carnefice, il terribile duca d’Alba (che porta morte e distruzione e non ottimi tartufi bianchi, come piacerebbe pensare):

“Per questo desidera il cittadino conservare i suoi antichi statuti, essere governato da uomini del suo paese: perché egli sa come sarà condotto, perché dal loro disinteresse, può sperare interessamento alla sua sorte”

e poco dopo:

“E altrettanto naturale è che il cittadino voglia essere governato da chi ha comune con lui la nascita e l’educazione, e con lui si è formato lo stesso concetto del giusto e dell’ingiusto, e che egli può riguardare come un fratello”

Non si tratta di una idea biologica di fratellanza, quanto di una idea flessibile, culturale soprattutto, una condivisione di “valori”, potremmo dire – utilizzando un concetto vilmente abusato in questa patetica pianura, anzi in codesto deserto elettorale italiano 2008 (campagna è nome troppo nobile) – che si ha a partire, però, da una comune appartenenza, anche economica, anche produttiva, al “suolo”.

Certamente, come rileva il duca d’Alba, uomo crudele ma non stupido, anche il governo avito può portare ad ingiustizia: ma forse ogni governo le porta, ogni Stato le comporta. Tuttavia, un governo di uomini del posto, il più possibile interessati al benessere del loro territorio, smorza in qualche modo gli effetti negativi dei possibili abusi, rende appunto, dice Egmont, più “tollerabile” anche l’ingiustizia che si annida in ogni Stato. Intollerabile, invece, è che vi siano “uomini nuovi” ancora una volta provenienti da lontano, mandati a casa di Egmont ad arricchirsi un’altra volta, alle spalle di cittadini con cui non condividono nulla, né dal punto di vista culturale, né dal punto di vista del legame con il territorio. Egmont fu profeta per tante situazioni. Dopo il 1797, nella Venetia continuamente furono mandati, da Austriaci, Francesi, poi di nuovo Austriaci, poi Piemontesi – della stessa genìa del Duca d’Alba, dunque – governatori dotati di “rigida, audace, illimitata avidità”. E questo è intollerabile, ormai, dopo duecentoundici anni. Il paradosso di Egmont è che, nella necessità per ora di avere uno Stato, fin quando tutto il mondo non sarà un solo libero mercato e tutto quanto sarà privato, è meglio, e molto, averlo fatto delle proprie genti, più oneste, per definizione, ma anche più controllabili. Ma ora che è chiaro che la cittadinanza inclusiva garantisce un’appartenenza, per usare un altro concetto caro a Goethe, elettiva – io, genovese, credo di avere un’ “affinità elettiva”, ovvero di scelta, con la Venetia, e molti altri la hanno, senza esser nati qui -–a maggior ragione vale il monito di Egmont. Che, forse occorre ricordarlo, in chiusura, diede la propria vita per la libertà.

Paolo Bernardini

(anticipazione dei contenuti dell’intervento di domenica 6 aprile 2008)

6 aprile, convegno sul’economia promosso dal movimento Veneti. “Economia veneta: sofegà dal’Italia o libera in Europa?”

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HAUSBRANDT: AFFARI OK, STIPENDI +200 EURO

giovedì, 24 gennaio 2008
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Brava Hausbrandt!

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inbreve/visualizza_new.html_11567277.html

TREVISO – Gli affari vanno bene e così ha deciso di aumentare lo stipendio ai suoi dipendenti di 200 euro al mese. Martino Zanetti, titolare della Hausbrandt di Nervesa della Battaglia (Treviso) che opera nei settori birra e caffé, ha preso l’ iniziativa poiché “l’azienda va bene ed i dipendenti si meritano questo aumento”, spiega alla Tribuna di Treviso. L’ aumento, aggiunge Zanetti, è “anche un modo per aumentare il potere d’acquisto e mettere in moto un circolo virtuoso che sostenga i consumi interni”.

Il fatturato 2007 di Hausbrandt ha raggiunto 50 milioni di euro e per il 2008 è prevista una crescita tra il 10% ed il 20%. L’ euro forte, spiega Zanetti, ha favorito la crescita della sua azienda che compra caffé in dollari e lo vende in valuta europea. L’ aumento di stipendio è di 200 euro in media, con una forbice che va dai 100 ai 400 euro mensili e riguarda anche neo-assunti e lavoratori con contratti a termine. 

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