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Amo così tanto l’Italia che preferirei ce ne fossero tante…

moto

Sono indeciso tra l’amarezza o l’ilarità comica quando ripenso a quanto mi diceva un’amica a proposito di quella che lei definisce una mia propensione ossessiva al lavoro.

Eravamo a bordo della stessa moto sul Lungotevere romano. La parola che ha utilizzato la signora sul sellino, per la precisione, è un’altra: workaholic. Come a dire che sarei – a suo modesto parere – un intossicato da frenesia lavorativa. Le ho chiesto se per lei sarei quindi uno di quei soggetti preda dell’horror vacui, quel desiderio ansioso di riempire un vuoto esistenziale con un’attività frenetica. “Cos’altro?”, è stata la sua risposta.

Questa amica è una signora con marito, figlio piccolo e attico a due passi da Piazza Navona e Montecitorio, attico acquistato dal padre facoltoso. A suo parere, come andava spiegandomi mentre la moto s’incuneava tra la congestione stradale, la mia necessità di lavorare molto per guadagnarmi da vivere (non avendo un posto da dipendente né un padre ricco), ecco questa necessità secondo lei è dettata da una nevrosi già identificata alcuni decenni fa dallo psicologo sociale Erich Fromm, secondo il quale “un’attività incessante è radicata nella solitudine e nell’ansia” (“Fuga dalla libertà” – 1941).

Non è passato per la pacata mente di questa privilegiata signora romana che io possa lavorare molto e bene per puro piacere, oltre che per necessità. Dovrei essere, per semplificare, un folle a voler lavorare, nonostante le sia chiaro che il mio lavoro mi piace e, anzi, vorrei riuscire ad organizzarmi meglio per avere più tempo ed essere più produttivo.

Perché vi racconto questo frammento di vacua (questa sì) conversazione romana? Perché quando mi dicono che la bellezza dell’Italia risiede da sempre nelle sue differenze non posso che trovarmi d’accordo. Di fronte a posizioni talmente lontane sul senso del sé e sul significato del lavoro (una levantina, l’altra calvinista), su cosa significhi identificarsi con quello che si fa, che essere è anche fare, non è solo il dolce piacere dell’eludere il fare trovando il mondo di procurarsi lussi… di fronte a posizioni così nette e definite mi viene da parafrasare un Nobel della Letteratura: “Amo così tanto l’Italia che preferirei ce ne fossero una ventina”*.

*”J’aime tellement l’Allemagne que je suis heureux qu’il y en ait deux,”
– François Muriac, Nobel della Letteratura del 1952 (Amo così tanto la Germania che sono felice ce ne siano due)

Gustavo Dal Lago

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