Indipendenza, unica via

La notizia del giorno sono sicuramente le esternazioni del ministro italiano Fornero sul mercato del lavoro da riformare.
Mi sento in vena di fare alcune considerazioni, se non altro perché da ex industriale ho sofferto molto per questa situazione da lei segnalata, fino al punto di essere costretto a cambiare lavoro, cosa che ho fatto il prima possibile, ovvero già nel 2008 , non appena mi sono reso conto della insostenibilità del sistema attuale in una situazione recessiva e di economia globalizzata.
Mi verrebbe da dire al sig. Ministro,che il cancello andava chiuso prima che le vacche scappassero, e che adesso è un po’ tardi, forse.
Certo lei è arrivata dopo, ma tant’è.
Di quello che dice la signora aveva già scritto Giorgio Panto nel lontano 1996 o giù di lì, ripubblicandolo poi un decennio dopo sul suo libro-testamento Pensiero Libero, che se vogliamo è anche una sorta di manifesto di liberalismo democratico.
Stanco di non essere ascoltato per questo motivo, fondò anche una associazione indipendente di industriali – Progetto Azzurro – , ma non ebbe gran seguito allora, accusato di semplicismo e di anti-sindacalismo. Qualcuno ancora si illudeva di poter tirare avanti la baracca senza cambiare nulla.
Interessanti come spunto anche le osservazioni sulla bassa produttività.
Anche qui dico il mio parere.
Sono i macchinari all’avanguardia e l’organizzazione suprema, di stampo nippo-tedesco che aumentano la produttività, non certo il personale sotto-meccanizzato che lavora con le nude mani.
L’Italia è certamente un paese molto sindacalizzato, ma con loro credetemi si può trattare, se si basa il rapporto su chiarezza e reciproche convenienze convergenti tra datore di lavoro e lavoratori.
Il basso rendimento non è dovuto a presunti scansafatiche, quanto piuttosto alla bassa capitalizzazione e dimensione delle nostre imprese, che hanno notevoli difficoltà a reperire capitali per effettuare investimenti considerevoli in impianti avanzati, nonché l’inferiore grado di cultura di quadri e dirigenti che faticano ad introdurre e concepire sistemi avanzati di gestione.
La ricetta indicata da Pizzati di investire nelle risorse umane aumentando gli investimenti nel settore scolastico per alzare il nostro grado culturale globale, sono alla base del processo per aumentare la produttività a lungo termine, da condire con maggior credito alle imprese, che devono anche aggregarsi di più e crescere per gestire in modo più robotizzato le produzioni.
Ed a costo di essere ripetitivo , più recentemente è stato sempre Pizzati di Veneto Stato che ha illustrato i vantaggi che deriverebbero da una riforma del lavoro in senso logico, ovvero meno tasse e meno oneri sociali, ai quali equivale un costo del lavoro più basso per gli imprenditori e più soldi in busta paga per il lavoratore.
C’è da farsi ora una seconda domanda, ovvero se l’attuale repubblica come sistema sia riformabile in questo senso o se piuttosto non sia preferibile la scorciatoia indipendentista.
Fare presto è indubbiamente una necessità improrogabile.
Qualcuno obietta che sia una semplificazione populista.
Io invece pretendo di dire, anche per effetto delle esperienze di – fancazzismo politico – a cui assistiamo impotenti da decenni, con ulteriore pietrificazione nell’ultimo ventennio, che l’Italia è per definizione irriformabile , a meno di non voler affrontare crisi, traumi e situazioni di tipo greco.
Semplificando al massimo, il problema è che tra i due litiganti, ovvero tra i padroni e i proletari, i quali potrebbero anche mettersi d’accordo tra loro per una “onorevole” via di mezzo,come succede nel resto dell’Europa civile, noi oggi abbiamo un terzo incomodo di cui non si trova grande traccia altrove e che complica non poco la situazione, rendendola insolubile: i parassiti da mantenere, quelli che non fanno parte, in senso stretto o in senso lato, alla creazione del valore, e che non vogliono mollare l’osso.
Molto più semplice, normale e non traumatica per tutti , anche economicamente e strutturalmente è la riforma che prevede la costituzione di più stati distinti, di cui il Veneto sarà il primo, tra loro eventualmente interessati a sviluppare insieme economie di scala, ma basate su rapporti paritari.
Solo in tal modo la parassito-crazia, che è strutturata su più livelli, e pervade tutta la nostra vita economica e sociale, crollerà come un castello di carte.
Se non ci muoviamo non potremo fare altro che subire le conseguenze dell’immobilismo politico e sarà la storia a costringerci a farlo, ed in modo molto traumatico.
Per salvare il malato e per applicare qualsivoglia nuova cura, compresa quella che oggi questa signora che si chiama Foriero si è inventata, o altre se ci sono, non vedo effettivamente alcuna logica alternativa: si deve fare l’indipendenza, con un progetto guidato, normale e naturale.
Ne sono certo.

Gianluca Panto

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