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Il mio Veneto…

mercoledì, 21 maggio 2008
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Breve lettera apologetica di Paolo Bernardini

Posto che non ero mai stato paragonato a Che Guevara – per quanto dei “poveri”, ma chi sono i poveri? – e la cosa mi incuriosisce e mi diverte (venne definito “Che dei poveri” anche Jovanotti!), e posto che mi pare ardito vedere un liberale classico inserito nella categoria degli “idealisti-trotzkisti”, ma non tutti sanno bene distinguere nel pensiero politico (bisogna studiarlo…), vorrei rispondere brevemente a quanto è stato scritto contro di me, perché in ogni critica vi è una percentuale di verità, anche minima, e bisogna saperla accogliere, e sapervi rispondere. Si magna parvis, molti uomini illustri non della Venetia hanno lasciato e stanno lasciando la loro traccia nella Venetia, uomini d’arme al soldo della Serenissima, scrittori, poeti, scienziati e perfino santi: Sant’Antonio non era nato a Padova, e neanche Galileo, o Petrarca. Non è veneto Angelo Scola, Patriarca di Venezia. Per la precisione è di Malgrate. Quanti atleti non veneti, e neppure di IT, nelle maggiori squadre di basket! In ambito politico e globale, quello a cui bisogna guardare, neppure Arnold Schwarzenegger è nato in California. Esiste un concetto di cittadinanza inclusiva che è alla base del PNV. Ma è alla base degli sviluppi del mondo, prima di tutto! E che vede in tutti coloro che contribuiscono alla ricchezza e alla cultura della Venetia cittadini della Venetia, e non estranei. E badate bene, questo si applica a tutti, indipendentemente dal loro ruolo sociale, siano essi intellettuali, colletti bianchi o blu, operai, agricoltori. Può darsi che una persona come me sia davvero poco conosciuta in Veneto. Nel 2004 diedi la mia adesione morale ai Radicali italiani in quanto vicino alla loro componente liberale, Capezzone e della Vedova, di cui ho stima ora, e ne avevo allora. Non feci alcuna campagna elettorale, e sono felice dei pochi voti che ottenni. Questo per quello che riguarda la politica. Come direttore della Boston University credo di aver contribuito, nel mio piccolo, al benessere e alla ricchezza di questa Regione. L’istituzione che dirigo ha consentito e consente, con investimenti ormai di milioni di euro, a tanti giovani dell’Università di Padova di studiare a Boston; amministro un budget annuale di un milione di euro, e dirigo un centro che ha un discreto indotto turistico, oltre che culturale: questo flusso di denaro, certo modesto, si riversa a Padova. Contribuisco a far lavorare un buon numero di giovani provenienti dal Veneto, con contratti, stage, e altre forme di collaborazioni; mantengo vivo il rapporto tra un’istituzione di assoluto prestigio come l’Università di Padova e la Boston University. Sono scambi di docenti e studenti di grande importanza, nel mondo globale. Collaboro dal 2003 a “Il Corriere del Veneto”, dorso veneto de “Il Corriere della Sera”. Vi scrivo articoli culturali – credo di conoscere abbastanza bene la storia, e anche quella veneta – e, ad onore del direttore, devo dire che vi sono stati pubblicati editoriali miei affatto radicali: ove si parlava di indipendenza della Venetia. Senza mezzi termini. Tenendo presente che “Il Corriere della Sera” riceve oltre venti milioni di finanziamento da IT ogni anno, far pubblicare me, o Franco Rocchetta, significa avere una buona dose di coraggio. Il mondo è fatto di molti uomini che, nella misura in cui possono, difendono la libertà. Se vivessi ancora nella Liguria che amo (ma di un amore diverso) lavorerei a favore della sua indipendenza. In Liguria vado però solo in vacanza, in uno splendido paese dove guardo ad un arco ampio di mare e di monti, e penso e scrivo. Ma vivo tra Padova, Boston, e Como, dove sono ordinario di Storia moderna, tra i più giovani in IT. Se qualcuno è interessato (ma non lo dico solo ai miei nemici, anche agli amici) a leggere il mio profilo, tra le biografie mie in rete la più sintetica e accurata è quella di wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Bernardini_%28storico%29. Credo di aver fatto qualcosa nel mio ambito professionale, la storia moderna e il pensiero politico, in una carriera che dura da vent’anni. Il mio primo libro è del 1989. Ne ho scritti e curati altri venti dopo. Non ho bisogno per vivere di diventare consigliere regionale nel 2010. Se ne avessi bisogno, poi, come farei ad arrivare al 2010? Morirei di fame prima, insieme agli altri “poveri”. Credo che una Venetia libera sarebbe un grande beneficio anche per il resto di IT: non odio gli individui, detesto la forma di questo stato e credo che a tutti, ma proprio tutti i suoi cittadini, salvo quelli che appartengono ad una “casta” dove forse sono anch’io, ma senza essere felice di esserlo – esso renda un pessimo servizio. Ma gli individui sono coloro che in ogni caso devono essere salvati. Diversamente da Che Guevara, poi, non ho mai ucciso nessuno. Non ho nessuna simpatia per le idee del Che, ma mi auguro solo di non incontrare sulla mia strada vigliacchi del calibro di coloro che lo uccisero. Generalmente, mi piace combattere faccia a faccia. Credo che la nostra indipendenza si possa ottenere versando solo del bel prosecco quando vinceremo, ma neanche una goccia di sangue. Amo questa terra, e credo che l’indipendenza la farebbe rifiorire. Non che sia spenta o morta, è tuttora ricca e prospera, ma si sta avviando ad un declino ormai percepibile. L’indipendenza è possibile, per il bene, innanzi tutto, di tutti i cittadini della Venetia. Con dolcezza e con riguardo.

“Softly and smoothly”. Potrebbe essere il mio motto.

Paolo Bernardini
Presidente Nasional
Partito Nazionale Veneto

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Sinistra: l’ultima chance

giovedì, 8 maggio 2008
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La dura sconfitta dei partiti di sinistra italiana pone un grande interrogativo a tutti i loro iscritti e simpatizzanti, nonché a tutti coloro che ancora credono in quella pericolosa chimera che si chiama “giustizia sociale”, e che non pochi guasti ha portato al mondo, ogniqualvolta si è tentato di realizzarla. L’interrogativo è questo: coloro che aderiscono alla sinistra sono davvero a favore degli sfortunati, dei poveri, degli ultimi? Oppure sottoscrivono l’amaro rivolgimento del detto evangelico: “Beati gli ultimi, perché saranno i primi…a patire e crepare!”? Che cosa vogliono davvero difendere coloro che si dicono “di sinistra”? I privilegi ottenuti dallo Stato italiano, e dai welfare States in generale, dai sindacati e dalle politiche spesso sciagurate di questi ultimi? Oppure, i veri poveri, che ancora esistono, nonostante, o anzi proprio in virtù dello Stato sociale? E’ questo quello che gli sconfitti delle elezioni di aprile devono chiedersi, e fare un bell’esame di coscienza se di coscienza ne hanno ancora una, che vada aldilà del loro mero interesse. Perché i veri uomini di sinistra sono stati ingannati innanzi tutto dai loro leader, che sono uomini di privilegio tutti, sono casta nella casta, intellettuali, politicanti, demagoghi e psicagoghi dalla retorica sempre più fiacca. Chi sente come un peso l’ingiustizia sociale, la miseria delle pensioni minime, la miseria dei salari di ingresso alla fame, la mancanza di prospettive per i giovani, la costante emigrazioni dei colletti bianchi verso l’estero, il fatto che una casta di due centinaia di migliaia di uomini ingrassi a spese di milioni di disgraziati – peggio dei Mandarini cinesi, agrumi immondi e senza nome – che le università e tutti i posti pubblici più ambiti siano gestiti da famiglie e cosche, ebbene, coloro che sentono questo peso, oppure insieme lo vivono e lo sentono, e per questo idealmente si indirizzano verso “la sinistra”, sappiano che la loro sete di giustizia – per usare di nuovo un’espressione evangelica – potrà essere saziata solo e soltanto attraverso altri mezzi e altre scelte politiche. Anzi, una sola: aderire ai partiti e movimenti che come il PNV in tutta Italia, ma in verità in tutto il mondo, ormai, vogliono creare sulla base di storie e tradizioni locali piccoli Stati, facendo secedere intere regioni geografico, storiche e/o politiche, dallo Stato patrigno e artificiale che ora le ingloba. Lottare per la libertà della Venetia (o della Sardegna, o della Sicilia, o della provincia occidentale della Bolivia, Santa Cruz) significa lottare per restituire dignità, prima che a tali stati in pectore, proprio agli individui che li abitano. Significa realizzare un sogno di benessere il più possibile diffuso, che è la versione liberale del sogno assurdo di “uguaglianza” e “giustizia sociale” che si è rivelato un incubo per miliardi di esseri umani nel corso di due secoli. Tutti coloro che nella Venetia si sono riconosciuti in partiti di sinistra, ora sconfitti e resi inattuali per sempre, dovrebbe meditare su questo. Anche perché a questo punto una nuova casta si prepara a governare IT mentre gli abitanti di IT sono avviati verso sicura rovina, una nuova casta diverrà più grassa, a spese di moltitudini che diventano ogni giorno più magre. Se c’è ancora qualcuno cui interessa rendere meno infelice una parte dell’umanità, se c’è ancora qualche idealista, meglio deporre gli stendardi rossi e le icone del Che, e guardare alle prospettive reali di liberazione e libertà, che sono in una innocente foglia di tiglio, in un leone pacifico. Se tutti i giovani entusiasti per miti morti capissero che i loro ideali e i loro sogni li incarnano assai meglio miti vivi, capissero che i loro slogan, “fate l’amore e non la guerra”, se letti bene sono anche i nostri, si liberassero di quei quattro intellettuali da osteria che li ingannano con due spritz, e quattro libri mal copiati da altri, e infarciti di qualche parola tedesca e latina per spacciarli meglio, come si avvolge l’haschisch in carta stagnola, argentata…ebbene, se tutti questi giovani entusiasti che si dicono “di sinistra” capissero che solo il liberalismo ed il piccolo Stato (veneto, sardo, di Santa Cruz) possono rimediare alle disuguaglianze, mentre lo Stato grande, di Berlusconi e Evo Morales, che pari sono, farebbero un grande salto in avanti. E un giorno potrebbero veder realizzati i loro sogni. I loro idoli sono morti da tempo, ed avevano un’ideologia tutt’affatto diversa dalla nostra, erano spesso sanguinari ed assassini. Ma Che Guevara, ma Fidel Castro, almeno hanno lottato davvero, in buona o mala fede, chissà, per quello in cui credevano. E hanno vinto. Ora, occorre lottare per altro, se si vuole sperare di vincere. Altrimenti, è una continua festa rumorosa di sconfitti che hanno scelto per sempre di essere tali. E che sventolano bandiere rossa con immagini di chi almeno una volta ha vinto, prima di essere sommerso dai propri errori, da un pensiero totalitario, e dalla marea della storia.
Paolo Bernardini

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